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Usare il passato a proprio uso e consumo: piroette, rovesciamenti e distorsioni del passato sovietico, dalla “guerra patriottica” di Stalin alla rivoluzione ungherese del 1956

Se la Russia di Putin si trova attualmente a svolgere il ruolo di centrale ideologica dell'estrema destra, mentre festeggia ogni anno in grande stile la vittoria sul nazifascismo nella Seconda guerra mondiale, un occhio poco attento potrebbe notare una palese contraddizione. Così come sentir parlare un fascista di rivoluzione ungherese. Eppure tutto questo ha una precisa logica storica (e politica)

Di Davide Leveghi - 26 febbraio 2020 - 18:55

TRENTO. C'erano una volta Lenin, Stalin e il “sol dell'avvenire”. La rivoluzione d'ottobre rappresentava l'ideale e il modello delle rivoluzioni in giro per il mondo, dalla Germania del tracollo post-Grande Guerra alla Cina maoista, dalle agitazioni contadine ed operaie che agitarono le acque del primo dopoguerra italiano al Vietnam che combatteva contro gli imperialisti americani.

 

Quell' “assalto al cieloforgiò milioni di rivoluzionari, potenziali o reali, costruendo un immaginario che il socialismo reale avrebbe profondamente scalfito, provocando riflussi ideologici, grandi delusioni, clamorosi voltafaccia. Un'analisi degli ex-comunisti italiani, a riguardo, porterebbe a tracciare un quadro piuttosto illustrativo delle difficoltà nel fare i conti con il passato (comunista prima ancora che comunista italiano, che è altra cosa), delle rimozioni e della vera e propria bancarotta ideologica di cui alcuni (anche importanti) ex-esponenti del Pci sono stati protagonisti.

 

La storia del comunismo sovietico non è però appannaggio solo di chi si ispirava a quella rivoluzione. E la Russia putiniana, figlia del collasso dell'Urss, del risveglio religioso e dello scatenamento delle forze (anche le più selvagge) del capitalismo, non può che guardare al proprio passato nazionale e imperiale senza operare “di scalpello”, esaltando l'utile e rimuovendo lo scomodo.

 

Se Mosca si è convertita ai nostri tempi in un punto di riferimento strategico, logistico e ideologico dell'estrema destra europea, mentre ogni 9 maggio celebra in grande stile, tra parate militari faraoniche, la resa incondizionata dell'esercito nazista nella Seconda guerra mondiale, qualcuno potrebbe legittimamente avere un capogiro. E questo qualcuno non deve necessariamente essere un ex-comunista risvegliatosi improvvisamente nel 2020, a la Good Bye, Lenin! per intenderci.

 

Se accettiamo la definizione dello storico Enzo Traverso della Rivoluzione d'Ottobre come di “un evento ed un processo al tempo stesso”, capiamo che il rapporto con cui la Russia di allora e di oggi si pone nell'interpretazione del passato possa subire un'evoluzione anche in apparenza incomprensibile. Dalla salita di Stalin al potere, infatti, comincia un lungo evolversi nell'individuazione di un elemento legittimante del regime, che presto abbandona la rivoluzione, fucina del socialismo sovietico, per abbracciare una pagina più eroicizzante, patriottica e decisamente meno imbarazzante per un governo che, nelle purghe degli anni '30, si era sbarazzato di oltre un milione di funzionari di partito e della stragrande maggioranza degli alti comandi dell'Armata Rossa, protagonisti della Rivoluzione e della successiva guerra civile. La vittoria nella Seconda guerra mondiale.

 

Lo stalinismo (1924-1953) trova nella “grande guerra patriottica” - come ribattezzata da Stalin la guerra contro l'invasione nazifascista – un elemento appunto legittimante utile a relegare nel dimenticatoio la feroce repressione e la disastrosa conduzione dei primi 2 anni di guerra, rafforzando la svolta dell'Unione sovietica da centrale mondiale di un comunismo in espansione e in perenne lotta con il capitalismo in una nazione pronta a rivaleggiare con il grande nemico statunitense in tutti i campi.

 

La “destalinizzazione” annunciata dal successore Nikita Chruščëv nel corso del XX Congresso del Pcus – di cui oggi cade il 64º anniversario – portò, oltre ad una liberalizzazione del regime (liberazione di 200mila prigionieri e fine del gulag, maggiore libertà culturale) e ad una distensione del clima, a rimettere proprio in discussione quel culto della vittoria istituito da Stalin e troppo legato alla sua figura. Il nuovo leader sovietico (1953-1964) esaltò i dirigenti del partito come artefici della vittoria sui nazisti, dissociandoli – in maniera pretestuosa, vista la partecipazione diretta e convinta allo stalinismo – da Stalin e riesumando il culto parallelo dell'origine del socialismo sovietico, la Rivoluzione.

 

 

 

 

Inutile dire che gli effetti della destalinizzazione furono accolti anche all'estero con rabbia (da chi continuava a vivere nel mito di Stalin, forgiato proprio nella vittoria sui nazisti) e disillusione (da chi vide le speranze di apertura e riforma soffocate dai carri armati a Budapest), mentre in patria le braci sotto la cenere erano destinate ad ardere una volta estromesso Chruščëv. Con il successore Brèžnev (1964-1982), infatti, il culto della vittoria – e di conseguenza una certa rivalutazione della figura di Stalin – tornarono in auge, il tutto ri-marginalizzando la memoria problematica di chi quella tremenda guerra la soffrì, al fronte o a casa, e che aveva avuto modo di renderla pubblica nell'epoca krusceviana.

 

La storica e giornalista Maria Ferretti individua in questa evoluzione la convergenza di quattro fenomeni che determineranno le sorti della memoria ufficiale, preparando l'humus in cui Eltsin prima e Putin poi avrebbero fondato la propria legittimazione storica: recupero del nazionalismo russo (parola tabù in un sistema teoricamente internazionalista, tanto che Stalin utilizzò la dizione 'patriottico'), esaltazione dell'eroismo del popolo sovietico (forgiato nella guerra), celebrazione dell'infallibilità della dirigenza che ha condotto il popolo alla vittoria e banalizzazione dell'avversario nazista.

 

Quest'ultimo aspetto, in particolare, permette di lanciare un veloce sguardo al presente. Solo considerando il nazismo come “stadio superiore del capitalismo”, vero nemico acerrimo del socialismo sovietico - e di conseguenza diminuendone la carica ideologica - si possono comprendere movimenti o partiti politici attualmente presenti in Russia – come il partito Nazional-Bolscevico o il Movimento internazionale Eurasia fondato dall'ideologo Aleksandr Duginmix altrimenti indecifrabile di elementi neo-nazisti, cristiano conservatori e sovietici.

 

 

Il conservatorismo sovietico di Brèžnev avrebbe infatti inciso in maniera determinante sulla futura interpretazione del passato da parte del potere in Russia. La stagione della dissoluzione, coincisa con il tentativo fallito di riforma del segretario Gorbačëv (1985-1991) e finita con il collasso dell'Urss, liberò la critica feroce al regime, con il successo in particolare dell'interpretazione dello stalinismo come totalitarismo. La sfarzosa parata di equipaggiamenti militari veniva così annullata, il culto della guerra ridotto o comunque accantonato.

 

Le conseguenze del collasso sovietico e il disorientamento identitario l'avrebbero riportato in auge. Il primo presidente della Russia post-sovietica Eltsin (1991-1999), infatti, in una situazione di grave pericolo democratico e di crisi economica, necessitarono di un'operazione simbolica tesa a “inventare” un passato fonte di esaltazione nazionale. La Russia come potenza imperiale, una Russia santa (nel 2000 la Chiesa ortodossa avrebbe canonizzato lo zar e la famiglia, fucilati nel 1918 dai bolscevichi) ed eroica, entrava nei libri di scuola e nelle cerimonie pubbliche, mentre il regime sovietico “scadeva” a parentesi buia e superata.

 

Quest'ultimo elemento avrebbe visto nel culto della vittoria nella Seconda guerra mondiale del successore di Eltsin Vladimir Putin un progressivo adeguamento verso una forma definitiva di interpretazione del passato, vero e proprio patchwork in cui si coniugano diverse pagine della storia russa in funzione dell'esaltazione retorica del popolo russo. Una Russia intatta nella sua spiritualità, mai doma nonostante i tentativi di invasione, in mano a un governo forte in grado di sfruttare le qualità passive di abnegazione e spirito di sacrificio del suo popolo, apriva le porte alla reintegrazione di Stalin nel pantheon degli eroi nazionali in quanto artefice della vittoria nella Seconda guerra mondiale.

 

La legittimazione ricercata nel passato, la memoria ufficiale, rivalutavano il dittatore sanguinario “detronizzato” da Chruščëv, facendo leva sul culto della vittoria contro il nazifascismo. Ogni elemento ideologico di quella vittoria, la sua finalità di distruggere il nazifascismo liberando l'Europa dal suo giogo, uscivano definitivamente dall'interpretazione di quel trionfo per lasciare spazio alla sola esaltazione nazionalistica e imperiale russa.

 

Se ne deduce che l'estrema destra europea non trovi poi così contraddittorio guardare a Mosca per ritrovare fondi e riferimenti ideologici. Il passato si appiattisce sul presente, la profondità storica svanisca, ci si concentra – scandalizzandosi – sulla testa che rotola nel cesto, senza considerare le motivazioni per cui il condannato è stato condotto al patibolo, lavoro delegato agli storici, figure ormai marginali o ritenute fastidiose.

 

La metafora, truce ma esemplificativa, spiega come gli usi e i consumi del passato trovino nell'attualità un laboratorio perfetto per le operazioni politiche della destra estrema. Senza scomodare i più controversi momenti della storia novecentesca italiana od europea, basti considerare il mix di confusione deliberata e di ignoranza naȉf con cui partiti e movimenti neofascisti e post-fascisti guardano agli esiti di quella stessa destalinizzazione cominciata il 26 febbraio di 66 anni fa.

 

Chiamato a difendersi per le accuse d'aver partecipato a un raduno dichiaratamente neo-nazista a Budapest, un esponente altoatesino di Casapound, che siede tra l'altro in Consiglio comunale a Bolzano, ha opposto alle giustificate accuse dell'Anpi un'accozzaglia di informazioni storiche confuse (non si sa quanto deliberatamente), affermando che “coloro che hanno parlato di 'liberazione' russa dell'Ungheria dovrebbero parlare con la popolazione di Budapest o studiare meglio la storia di Ungheria che, nel 1956, dopo 10 anni di occupazione sovietica, portò alla rivoluzione ungherese contro i carri armati – rivolta popolare repressa nuovamente nel sangue...” e così via.

 

 

Al di là delle "sgrammaticature storiche" – a Nikolaevka gli alpini italiani si trovavano in quanto esercito invasore in ritirata dopo Stalingrado – e di dimostrazioni sospette di ingenuità – il monumento sullo sfondo fu costruito durante il regime autoritario di Horty e indica un ideale passaggio di consegne tra i soldati austroungarici e l'esercito della nuova Ungheria filo-nazista – è il riferimento alla rivoluzione ungherese del 1956 a saltare all'occhio. Com'è possibile infatti che un esponente di un movimento fascista prenda come riferimento una rivoluzione comunista?

 

La leader Giorgia Meloni, nell'edizione 2019 di Atreju, festa annuale dei giovani di Fratelli d'Italia, si è detta commossa per aver sentito cantare dal pubblico la canzone di Pingitore “Avanti ragazzi di Buda”, in onore dell'ospite eccellente, il premier ungherese Viktor Orbán. Tuttavia una ripassata dei libri di storia, oltre che una letta alla cronaca degli altri Paesi europei – nel caso specifico l'Ungheria – avrebbe reso meno grottesca una contraddizione in termini.

 

Nel 1956 i carri armato sovietici entrarono a Budapest su iniziativa del Patto di Varsavia per sedare una rivoluzione guidata dal leader Imre Nagy. Parte dei comunisti ungheresi chiedeva un “socialismo dal volto umano”, maggiore libertà e maggiore autonomia ma le speranze sollevate dalla destalinizzazione di Chruščëv non si rivelarono altro che una pia illusione, sbattendo irrimediabilmente contro un sistema rigido e irriformabile.

 

A Budapest nel '56 fallì una rivoluzione comunista contro il sistema sovietico, e la riesumazione della figura di Nagy nell'Ungheria post-sovietica non poteva certo aver vita lunga nell'Ungheria orbaniana, autoritaria, razzista, ferocemente nazionalista. È del 2018 la notizia dell'eliminazione da una piazza di Budapest della statua dedicata a Nagy, decisa proprio dal governo di Fidesz, il partito guidato da Orbán. La storia presenta il conto, si suol spesso dire. L'uso e consumo del passato per fini meramente politici, finisce invece per presentare i conti alla democrazia.

 


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