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I luoghi della memoria di Cesare Battisti: la necessità di abbandonare la retorica e di dare finalmente spazio alla storia

Attorno alla figura di Cesare Battisti, massima figura dell'irredentismo impiccato dagli austriaci il 12 luglio di 104 anni fa, continua a combattersi una feroce battaglia ideologica. Così avviene anche attorno ai "luoghi" che ne custodiscono la memoria. Si può per questo immaginare in futuro un luogo - magari il Mausoleo sul Doss Trento - sottratto all'ideologia e dedicato alla complessità della storia trentina?

Di Davide Leveghi - 11 luglio 2020 - 18:59

TRENTO. Ci sono “luoghi”, fisici come immateriali, che condensano in maniera esemplare la vicenda di un uomo, Cesare Battisti, stimato geografo e capo del socialismo trentino, divenuto attraverso i processi memoriali o un patriota o un alto traditore; la foto con il boia Lang, in cui ufficiali e funzionari si ammassano sorridenti dietro al capestro da cui pende l’impiccato, le immagini del passaggio in catene per Trento, tra le grida dei trentini che videro in quell’uomo, nella concitazione del momento, il massimo responsabile della tragedia della guerra, i “santini” prodotti nella penisola per celebrare e costruire il mito del martire.

 

Ma soprattutto i luoghi fisici, scolpiti nella pietra: dal tempio che domina Trento a quel Monumento, nella vicina Bolzano, immaginato dal "duce" del fascismo Benito Mussolini – che Battisti l’aveva conosciuto quando era ancora socialista, proprio nel capoluogo trentino  – per celebrare la figura simbolo del “martirio per la patria”, ma poi dedicato, di fronte alle resistenze della famiglia, in “santuario” dell’italianità dell’Alto Adige. E poi, ancora, le tante testimonianze odonomastiche comparse in giro per tutto lo Stivale.

 

C’è ancora un cippo, lassù in Vallarsa, dove Cesare Battisti venne preso prigioniero dall’esercito austro-ungarico. Dalla Campana dei Caduti che sovrasta Rovereto, la “strada degli artiglieri” s’arrampica sullo Zugna, costellata dalle lapidi di soldati caduti in divisa italiana per conquistare alla patria quel lembo di terra che è il Trentino. Da una baracca degli alpini, comincia allora il sentiero che porta, tra le sassose e brulle pareti, a quel cippo posto a memoria perpetua dell’irredentista trentino.

 

È proprio sulla svicenda che si consumò nel luglio 1916 tra quelle coste rocciose che si combatte un ideale fronte sulla memoria del Battisti. Battaglia che ha visto diverse pubblicazioni promuovere versioni finalizzate a uscire dal racconto mitizzato e ufficiale dell’eroe caduto in mano nemica e barbaramente giustiziato. Tra le più recenti di queste si possono ricordare i libri di Giuseppe Matuella (Cesare Battisti: il Tirolo tradito. Un percorso nella storia di questa nostra terra e Cesare Battisti: 10 luglio 1916. Una fine cercata?) usciti nel 2015 e nel 2017 ed espressioni di un revisionismo volto a costruire una contro-narrazione in contrasto con la memoria pubblica ufficiale italiana. 

 

In questi volumi si postula l'esigenza di costruire una “memoria condivisa” trentina, capace di superare l'esaltazione ideologica del nazionalismo italiano e di portare alla luce un supposto “genocidio culturale” subito tra le due guerra mondiali da “tutto ciò che di tirolese vi era nel Trentino”. Per fare ciò si affronta la figura del Battisti avanzando in maniera più retorica che scientifica l'ipotesi della sua doppiezza, tutta posta a servizio del desiderio di strappare il Trentino alla sua "patria naturale", il Tirolo, consegnandolo alla nazione italiana – nel secondo si sostiene addirittura che la cattura e l'impiccagione fossero parte di un disegno già predisposto dal Regno d'Italia.

 

Produzioni del generespecularmente alle opere che glorificano l'irredentista cancellandone le sfaccettaturesi caratterizzano per essere espressione di pseudo-storia, pregne di giudizi (cosa che non compete ad una disciplina scientifica come la storia), redatti con verve polemica ma non con rigore scientifico, prove evidenti di una retorica rancorosa e ideologica che per immaginare un mondo che non c’è più deve ricorrere al rovesciamento di livore sulla figura che, in Trentino, ha rappresentato in pieno la complessità e la contradditorietà di quel secolo sanguinoso che fu il ‘900. Volumi che rimasticano i miti (razzisti) triti e ritriti dell’attitudine proditoria degli italiani, proiettando questa immagine distorta nel personaggio pubblico e nell’uomo che fu Cesare Battisti.

 

Nel cuore di produzioni pubblicistiche sui generis, molte volte, non c’è però tanto la persona del capo del socialismo trentino ad essere messo sulla graticola, quanto il mito costruito postumo dalle tre Italie che seguirono alla sua morte (quella liberale, già durante il conflitto, quella fascista e quella repubblicana). Un mito su cui (essendo appunto postumo) lo stesso Battisti non poté avere alcuna voce in capitolo – testimonianza ben diversa di una memoria più congrua alla persona del noto irredentista trentino venne custodita semmai dalla moglie, Ernesta Bittanti.

 

In Cesare Battisti, d’altro canto, si condensarono conflitti e contraddizioni annullate dalla successiva mitificazione in senso nazionale. Contraddizioni che sconvolsero il mondo del 1914, da quelle che spezzarono gli equilibri dell’austro-marxismo, disgregato dalla questione nazionale, a quelle che interessarono il socialismo europeo, anch’esso sgretolato dall’atteggiamento dei singoli partiti socialisti nazionali di fronte alla guerra. Conflitti condensati nell’interventismo democratico, di cui fu esimio rappresentante Battisti - tanto ingenuo nel pensare che la guerra non fosse espressione degli interessi industriali quanto occasione di affratellamento dei popoli attraverso la sconfitta del militarismo tedesco e la creazione di Stati etnicamente omogenei – così come opportunità per una povera terra di frontiera di ottenere finalmente la tanto agognata autonomia.

 

Per questo i luoghi ufficiali di Cesare Battisti non potranno essere mai centro di riflessione e ripensamento storico (quindi critico) della Grande Guerra e del geografo trentino, parlamentare dell’Impero e tenente del Regio esercito italiano. Ma se da una parte ciò che ci si dovrebbe proporre non è tanto una pacificazione della memoria – sciolta magari nel falso mito della “memoria condivisa”dall’altra esperienze come quella del Monumento alla Vittoria ci insegnano che esistono soluzioni in grado di mettere la cittadinanza di fronte alla complessità della storia e dei suoi protagonisti. Immaginare un Mausoleo di Battisti sottratto all’idealizzazione alpina e consegnato alla Storia, dunque, è forse un’utopia?

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