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Belluno
14 giugno | 19:56

Il sesso i giovani lo imparano su internet, Ia e social e tutto diventa performance: ''Così per paura di fallire non lo fanno più. La scuola dovrebbe essere centrale''

Nel rapporto tra giovani e nuovi media un posto di primo piano è occupato dalla sessualità. Il Dolomiti ha intervistato Cosimo Marco Scarcelli, tra i massimi esperti di intersezioni tra media, tecnologia, genere e sessualità. Il docente spiega perché il mondo digitale ha un ruolo sempre più centrale nell’educazione sessuale dei giovani, complice ora il recente ddl Valditara, e quali sono le conseguenze

BELLUNO.Educazione sessuale non significa dire ai ragazzi come fare sesso, ma parlare di identità, violenza, questioni di genere. In questo, i media digitali non catturano le persone, ma riempiono vuoti: se creiamo cioè vuoti educativi su questioni che i ragazzi vogliono capire, andranno a cercare altrove le risposte e l’altrove più semplice è il digitale. Per questo il decreto Valditara è un grande passo indietro”. Nel rapporto tra giovani e nuovi media un posto di primo piano è occupato dalla sessualità, rispetto alla quale le piattaforme stanno assumendo un ruolo sempre più centrale. Per capire le conseguenze, Il Dolomiti ha intervistato Cosimo Marco Scarcelli, docente dell’Università di Padova e tra i massimi esperti di intersezioni tra media, tecnologia, intimità, genere e sessualità.

 

“Non c’è dubbio - afferma - che i giovani siano sempre più legati al digitale per imparare qualcosa sul sesso, ma dobbiamo capire il perché. Se da un lato infatti le piattaforme sono disegnate per attirare l’attenzione, dall’altro non ci sono alternative. A scuola non se ne parla, e adesso ancora meno, in famiglia prevalgono paura di sbagliare e tabù, invece sarebbe importantissimo far vedere ai propri figli che c’è uno spazio che accoglie le loro istanze”.

 

Secondo Scarcelli, invece, gli unici luoghi che trovano sono il confronto con i pari, le piattaforme digitali e l'interazione con l’IA. “Per quanto riguarda il gruppo dei pari - spiega - l’interazione è positiva ma c’è un problema: se gli adolescenti in generale hanno una certa ignoranza sui temi sessuali, è chiaro che non se ne viene fuori. Il lato social, invece, prevede l’interazione sia con i pari sia con i content creators, dai produttori di sex toys a medici e professionisti con scopi nobili di informazione. Qui la parte critica sta nel fatto che i contenuti sono scelti dall'algoritmo. Quando ho iniziato a occuparmi di questi temi nel 2013, i ragazzi scrivevano le domande su Google e leggevano i forum. Ora la ricerca è meno attiva, i contenuti arrivano da fuori e possono essere falsi e a volte ambigui e superficiali, dato il formato molto breve”.

 

Infine l’IA, dove la ricerca di informazioni torna attiva, ma non senza rischi. “Anche qui - nota Scarcelli - manca il completo controllo sulle informazioni. Si tratta di una black box che non sappiamo dove va a pescare: è perciò comoda e utile se si sanno mettere i giusti filtri, altrimenti il rischio è considerare vero a prescindere quello che arriva”. Esattamente quanto rilevato dalla docente da noi interpellata sull’IA nella scuola: “Produce testi coerenti, ma non capisce quello che scrive. Quando li leggo penso ‘è scritto benissimo, dev’essere vero per forza’, peccato che manchi la correlazione tra forma ed episteme, la conoscenza certa e fondata” (qui l’intervista).

 

C’è poi il lato pratico: come i ragazzi si avvicinano al sesso. “L’aspetto sociale - spiega il docente - è perlopiù legato all’idea della performance, in una società in cui il fallimento è spesso visto come negativo. Vale anche per la sessualità: ci sono modi giusti e sbagliati di fare sesso e quelli corretti sono generalmente solo performativi. Tutto ciò rende ancora più difficile per i ragazzi parlarne, perciò si rivolgono a spazi dove non c’è giudizio, ma dove si perdono anche le sfumature nel mezzo. La mia preoccupazione è che ciò li spaventi, infatti fanno sempre meno sesso: se la società spinge sulla performance, a un certo punto, per paura di fallire, non lo fai più”.

 

Tutto ciò andrebbe spiegato in famiglia, negli spazi di aggregazione, nelle scuole. Il recente decreto Valditara, invece, per contrastare la fantasiosa “propaganda gender” introduce tra le altre cose l'obbligo di autorizzazione scritta dei genitori su materiali didattici, obiettivi formativi nonché nomi e curricula degli esperti coinvolti. “Il decreto è un ulteriore passo indietro - commenta Scarcelli - in un'Italia già tra i pochi Paesi senza educazione sessuale a scuola. Non dico che il consenso sia di per sé sbagliato, il problema è che allarga il divario tra le famiglie in cui qualche strumento c’è già, e che sono aperte alla possibilità di averne ulteriori per l’educazione dei figli, e quelle dove ciò non accade e i cui ragazzi rimarranno ancora più indietro. Il compito della scuola è dare a tutti gli stessi strumenti indipendentemente dal capitale culturale ed economico di partenza: così si rischia invece di non arrivare proprio dove il bisogno è maggiore”.

 

Con questa legge - conclude - togliamo educazione non solo sulla sessualità come interazione sessuale, ma anche su ciò che le ruota attorno cioè rispetto, violenza, identità. Perciò o qualche altra realtà dovrà farsene carico, ma capiamo bene che sia problematico, o mettiamo tutto in mano alle famiglie, che però non hanno gli strumenti per farlo. La terza strada sono le piattaforme digitali, salvo poi dare loro le colpe per non vedere quelle degli adulti e dell’educazione che non impartiscono ai giovani”.

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