I ventenni bellunesi cercano spazio sul territorio: "Abbiamo tanto da dire: i giovani non hanno più prospettive e la politica non può ignorarlo"
Dopo aver raccolto l’opinione di diversi esperti sui temi che riguardano il mondo giovanile, Il Dolomiti ha intervistato Francesco Pasqualetto, 20enne bellunese coinvolto in un progetto di rilancio de Il Panfilo. L’idea non è solo dare voce ai giovani del territorio, ma costruire un ponte su quella "spaccatura" che si è creata tra generazioni e che impedisce oggi ai giovani di trovare il modo di esprimersi

FELTRE. Dopo un anno di silenzio rinasce Il Panfilo, giornale online nato a Feltre, e lo fa partendo dai giovani. “La volontà non è isolarli facendo qualcosa che rimanga solo loro: certo potrebbe accadere, ma già nel prossimo numero ci saranno voci di generazioni differenti e contributi che rappresentano la possibilità di costruire lì quel confronto che, altrove, oggi manca”.
La rivista partirà a giugno, ma l’anteprima è già disponibile online. Dopo la voce di diversi esperti sul mondo giovanile, Il Dolomiti ha perciò colto l’occasione per avere il punto di vista di uno dei ragazzi coinvolti nel progetto, Francesco Pasqualetto.
La redazione è infatti composta da una decina di ragazze e ragazzi tra i venti e i trent’anni che studiano, lavorano e si sentono parte attiva del territorio. “La nostra idea - spiega - è dare al progetto una dimensione provinciale. La rivista è aperta a chiunque voglia avere uno spazio per parlare di politica e riflettere su temi legati al territorio: vogliamo insomma fare qualcosa di diverso rispetto a quanto fatto finora”.
Inoltre, ci saranno anche tre numeri cartacei l’anno: una scelta che Pasqualetto definisce “rivoluzionaria” perché compie un passo indietro rispetto al trend oggi dominante, con la volontà di avvicinare generazioni diverse che oggi più che mai hanno bisogno di parlarsi.
Si pone anche il tema dell’impegno civico. Abbiamo già analizzato l’idea che i giovani non sono più disposti ai sacrifici sul fronte lavorativo (qui l’intervista). C’è lo stesso scoglio anche su quello politico?
Credo che la mia generazione, per quanto spesso si dica che non faccia nulla né abbia qualcosa da dire, in realtà di cose da dire ne abbia tante. Il problema è trovare il modo, soprattutto se si pretende che si esprima nei modi canonici del passato. Già con il Covid tanti ragazzi hanno perso i loro spazi di aggregazione e confronto e oggi un’intera generazione che si sta affacciando al mondo non sa come trovare il proprio posto nella vita, una prospettiva che offra un forte radicamento territoriale.
Per questo riparte la rivista?
La rivista non vuole necessariamente essere indirizzata ai giovani. Il fatto però che ci sia una risposta da parte loro, sia nella redazione sia, speriamo, anche in chi si avvicina ad essa, significa che c’è la voglia di generare una riflessione attorno ai problemi del territorio e costruire uno spazio che incarni la voce di una parte generazionale e politica di esso.
Belluno è una provincia da cui i giovani se ne vanno. Forse la politica vi ascolta poco per il peso elettorale che (non) avete?
Una delle prospettive per loro è andarsene. Magari i trentenni sono ancora legati al territorio, ma i ventenni e la generazione che vuole costruire qualcosa di diverso dal lavoro tradizionale in occhialeria, magari aprendo una startup e facendo innovazione, non ne vedono la possibilità. Perciò la rivista diventa sì un modo di fare politica, ma anche e soprattutto un modo per dialogare con essa, mostrando possibili soluzioni che magari non riescono a essere comunicate con facilità, complice forse anche un certo pregiudizio verso la politica stessa, e dando appunto voce a quella fascia di popolazione dalla quale, in fin dei conti, passa il futuro.
Cosa vuol dire coinvolgere di più i giovani?
Chi è cresciuto con il digitale vive necessariamente in un isolamento maggiore, già a partire dal modo in cui si informa. Stare sui social fa conoscere il mondo in maniera completamente nuova e lo si è visto con la pandemia, quando la rete è diventata per molti l’unica finestra sulla realtà. Nel tempo tale tendenza si è rafforzata e il digitale ha preso sempre più piede, anche in ambienti come la scuola, e questo ha portato a un crescente progresso tecnologico, ma ha anche tolto terreno all’interazione tra le persone.
La politica non può non interfacciarsi con tutto ciò e con il problema maggiore, oggi, per i giovani, cioè la mancanza di prospettive. Millennials e generazione z saranno le prime generazioni a essere più povere rispetto ai genitori e questo è difficile da capire per chi è già inserito nel mondo del lavoro.
Certo da sempre ogni generazione critica le successive, tuttavia ora si sono sommati una serie di cambiamenti talmente repentini nel modo di vivere da aver rivoluzionato non solo il presente, ma anche le prospettive future.
A temi come il calo demografico o l’incertezza dello scenario geopolitico globale, si aggiungono il doversi confrontare con tecnologie per anni accolte con entusiasmo ma senza l’attenzione che invece sarebbe stata necessaria. E questo ha creato una spaccatura nella comunicazione con generazioni che hanno vissuto la loro giovinezza in un contesto completamente diverso: dobbiamo quindi trovare il modo di costruire un ponte su quella spaccatura se vogliamo ridare ai giovani una visione di futuro.












