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Belluno
02 maggio | 14:29

"I social possono ancora essere uno strumento per avvicinare le persone, ai giovani serve consapevolezza". Le superiori e la tecnologia: parla la docente

Le tecnologie sono sempre più presenti nella scuola, usate sia dai docenti sia dagli studenti. Qual è il loro approccio a questi strumenti? E quali effetti hanno sui giovani e la loro educazione? Ne abbiamo parlato con Elena Guerra, docente in un liceo scientifico ed esperta di etica delle nuove tecnologie

(foto archivio - Imagoeconomica)
(foto archivio - Imagoeconomica)

BELLUNO. “Non posso pensare che educhiamo i giovani al fatto che i social siano strumenti in mano a un’oligarchia di potenti, che decidono in base al tornaconto economico quali sono gli orientamenti di gusto e politici delle persone. Come educatrice voglio sperare ci sia altro e che i social siano strumento di condivisione e avvicinamento delle persone, che è lo scopo per il quale sono nati”.

 

Dopo essere entrati nella scuola secondaria di primo grado e nel ruolo dell’intelligenza artificiale in essa (qui l’intervista), Il Dolomiti ha interpellato anche la scuola superiore con Elena Guerra, dottore di ricerca in ingegneria meccanica industriale presso l’Università di Brescia e docente del liceo scientifico Copernico di Udine. Filosofa di formazione e comunicatrice scientifica, collabora con il laboratorio Design of Science dell’Università di Ferrara e si occupa di etica delle nuove tecnologie.

 

Cos’è oggi la tecnologia nella scuola?

“Le tecnologie entrano a scuola su due binari, usate da docenti e studenti. In mezzo, a fare la differenza è la formazione: le scuole devono erogarla, ma non possono essere l’unica agenzia educativa in tal senso. Ci vuole una collaborazione forte con la famiglia e la politica. Inoltre, dobbiamo tenere conto del punto di vista dei giovani. Recentemente i nostri studenti hanno incontrato Riccardo Luna, autore de ‘Qualcosa è andato storto’, che parla dei social. Ne è emerso un grande interesse da parte loro nel parlare di questi argomenti in maniera non istituzionale, perché hanno bisogno di una voce non giudicante che riconoscono come interlocutore. Luna lo ha fatto, mettendosi in gioco, raccontando esperienze personali e parlando dei social dalla nascita al modo in cui manipolano interesse e attenzione, spesso catalizzandola sugli eventi negativi perché migliorano l'engagement. Alla fine propone una svolta etica nell'uso di questi media, nati per mettere le persone in condivisione ma che hanno assunto anche pieghe negative, cui i ragazzi sono sempre meno attrezzati”.

 

Di cosa hanno bisogno?

“Partirei dal loro approccio alle tecnologie, che i ragazzi vogliono usare in maniera positiva. La mia impressione è che siamo noi adulti più smaliziati nell’usarli soprattutto per autopromozione, mentre per i giovani sono un mezzo per scoprire il mondo, curiosare su quello che accade, e questa è la loro bellezza. Perciò qui dobbiamo lavorare: avessi avuto io a 15 anni la possibilità di vedere il mondo attraverso questa finestra straordinaria su di esso, sarei andata avanti all'infinito. C’è perciò bisogno di far capire che quel muro, che a un certo punto va messo davanti alla finestra, non è un limite ma è consapevolezza, nella quale loro, e noi insieme, dobbiamo crescere”.

 

Vietare i social agli under 14: secondo un’esperta non funziona se non agiamo prima, sulle vere cause del malessere giovanile (qui l’articolo). Cosa ne pensa?

“Le leggi, a partire dall’AI Act, pongono divieti e limiti per tentare di regolare aspetti come privacy e sicurezza. La morale comune deve però elaborare ed educare a una cultura condivisa: di questo c’è bisogno e lo dobbiamo fare partendo dalla formazione e dalla consapevolezza che, se è vero che il divieto serve, in cambio va dato qualcos'altro. Non posso vietare e basta: tu ragazzo devi essere il pilota di questo mondo e io, adulto, ti posso fornire la patente per guidarlo nel modo migliore possibile, mostrandoti potenzialità e limiti e dandoti una visione cui deve sottendere un insieme di valori che fanno parte della nostra cultura”.

 

Non c’è il rischio che si crei dipendenza senza divieti?

“A livello scolastico, l’IA può mettere in dubbio i confini tra realtà e fiction, ma può diventare anche un alleato se creiamo un salvagente condiviso. A scuola, ad esempio, facciamo formazione con uno psicologo che ha chiesto ai ragazzi di simulare una realtà in cui, tramite i social, venivano condivise immagini intime di ragazze. In una realtà in cui è cambiata la percezione del digitale, i ragazzi non percepiscono la distinzione con il reale in maniera così forte: quanti sanno che, condividendo con gli amici la foto di una compagna, magari ricevuta ingenuamente, commettono un reato? Non è facile farlo capire quando la membrana è così permeabile, perciò serve un lavoro di squadra. Dall’altro, anche la dipendenza psicologica non va dimenticata. Ormai è acquisito che il chatbot può creare un legame emotivo che porta ad affidare alla macchina una parte della propria identità. Siamo immersi in una realtà nella quale tutto ciò che è reale è digitale e viceversa e, in questo terreno, la didattica diventa ancora di più esercizio del pensiero critico. Se in passato da determinate informazioni dovevamo ricavare l’idea vincente per risolvere un problema, oggi i ragazzi devono essere allenati a continui cambi di prospettiva. Perciò oltre alla padronanza del mezzo ci vuole anche capacità di orientamento: tutto ciò rientra in un processo culturale complesso, che riguarda la concezione del mondo e una certa capacità di trovare escamotage nei momenti più impensabili".

 

I ragazzi sono attrezzati a farlo?

"Ad oggi no. Si pensi solo al linguaggio, troppo semplificato, di cui dispongono: un mondo costruito con sole 200 parole perde complessità ed etica e rischia di affidarsi alla tecno-etica. Insomma, non bastano più le norme, dalle quali sei o dentro o fuori: dobbiamo adattarci a quel fluire continuo, con tutte le incognite che ne derivano”.

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