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“L’Europa sarà tutta fascista”: effetti ed eredità di una profezia del “duce” Benito Mussolini

In un discorso per il decennale della marcia su Roma, Benito Mussolini proclamava di fronte alla piazza gremita a Milano che in qualche anno l’Europa sarebbe stata tutta “fascista o fascistizzata”. Nel periodo della giornate memoriali sorge così un interrogativo: e se il nazifascismo avesse vinto? Cosa sarebbe successo? Una riflessione per la rubrica “Memory 27/1-10/2”

Di Davide Leveghi - 08 febbraio 2023 - 18:06

Quando, dieci anni fa, che sono qualche cosa nella vita di un uomo ma un piccolo periodo di tempo nella vita di un popolo, noi muovemmo all’assalto della vecchia classe politica italiana, che aveva mal governato, soprattutto per mancanza di coraggio e volontà, c’erano degli storici, dei dottrinari, degli osservatori, i quali fecero in quel tempo le più ridicole profezie. Oggi, con piena tranquillità di coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che questa secolo decimoventesimo sarà il secolo del Fascismo” (Benito Mussolini, Milano, 25 ottobre 1932)

 

TRENTO. Era passato un decennio da quando il fascismo, grazie all’operazione militare e politica della marcia su Roma (QUI l’articolo), s’era appropriato del governo del Paese. Le istituzioni liberali, già provate dal conflitto e dalla violenza che imperversava nella penisola, subirono un sostanziale smantellamento (QUI l’articolo), lasciando spazio a un regime autoritario via via trasformatosi in totalitarismo.

 

Nell’ottobre del 1932, Benito Mussolini era così impegnato nelle cerimonie itineranti di celebrazione della marcia. Da Roma ad Ancona, da Brescia a Forlì, di fronte a piazze gremite e a folle adoranti il “duce del fascismo” pontificava sul futuro dell’Europa, prospettando per l’Italia, al tempo stesso, un avvenire trionfale. Ma fu a Milano, città che diede i natali ai Fasci, che pronunciò l’oscura profezia sul destino fascista del continente.

 

Salito su un palco listato di nero, con un grande fascio littorio a campeggiare di fronte all’ingresso del Duomo, in divisa fascista Mussolini teneva un altisonante discorso accerchiato dai papaveri del regime, da Achille Starace (QUI un approfondimento) a Italo Balbo (QUI un approfondimento). “Sarà il secolo della potenza italiana. Sarà il secolo durante il quale l’Italia tornerà per la terza volta a essere direttrice della civiltà umana”, annunciava fra gli applausi scroscianti.

 

Fra dieci anni, lo si può dire. Senza fare i profeti, l’Europa sarà cambiata […] Tra un decennio l’Europa sarà fascista o fascistizzata. L’antitesi Mosca-New York non si supera che in un modo, con la dottrina e con la prassi di Roma. Ecco perché noi non contiamo gli anni, e io credo che se mi guardate attentamente voi troverete che io sono diventato forse più asprigno di quello che non fossi perché non sono… io non sono desideroso di tranquillità o di pace ma sono ansioso di nuovi combattimenti e di nuove battaglie”.

 

In un’Europa duramente provata dalla crisi economica, da poco uscita dalla tragedia della guerra e impantanata negli effetti della pace imposta dai vincitori, il fascismo si mostrava in salute e in espansione (nel gennaio ’33 Hitler giunse al potere in Germania). Movimenti e partiti affini comparivano in tutto il continente (e non solo), la via autoritaria imboccata in gran parte dell’Europa meridionale e orientale; per Mussolini, ciò significava che all’orizzonte si stesse concretizzando uno scontro mortale fra “vecchie e decadenti democrazie e giovani e gagliarde nazioni rigenerate e potenziate da regimi fascisti o fascistizzanti” (E. Gentile, Storia e interpretazioni del fascismo), sottoposte gerarchicamente alla nazione italiana.

 

Era tempo, per il regime, di realizzare il “destino imperialedi Roma, puntando sull’espansionismo politico ed economico verso i Balcani da una parte, dall’altra sulle conquiste coloniali in Africa, l’egemonia nel Mediterraneo e l’apertura della strada verso gli oceani. “Ai progetti di espansione imperialista – spiega sempre lo storico Gentile – si affiancò il mito, propriamente fascista, della ‘nuova civiltà’, immaginata come espansione del modello totalitario fascista attraverso la riorganizzazione dell’Europa e dei domini coloniali in un ‘nuovo ordine’ di comunità imperiali, basate sul predominio dei ‘popoli giovani’ come l’Italia e la Germania”. 

 

Come si poteva raggiungere, dunque, questo “nuovo ordine”? Come si poteva fondare il “secolo fascista”? Nonostante gli sforzi effimeri per dar vita a una “Internazionale fascista” – con vari tentativi congressuali, falliti a causa delle divisioni ideologiche e del dualismo con Berlino - il “destino fascista dell’Europa” non poteva che realizzarsi attraverso una nuova, tremenda, guerra. Guerra a cui il fascismo, tuttavia e malgrado i proclami, non si preparò adeguatamente.

 

Preparata già da una legge del 1925 (“Organizzazione della Nazione per la guerra”, legge dell’8 giugno 1925, n.969), nel 1940 la mobilitazione del Paese fu caotica e incompleta. Produzione degli armamenti e preparazione del conflitto furono ancor più pregiudicati da un ritardo nell’affinamento tecnologico, più lento e scadente che in altri Paesi poi coinvolti in guerra nonché dal grande dispendio di energie in Spagna e Etiopia.

 

Ma soprattutto, come evidenziato da un saggio pubblicato su Treccani dallo storico Nicola Labanca (Il fascismo e la preparazione della guerra: tecnici e politici): “L’assenza di libertà, la vaghezza degli obiettivi strategici del regime fascista e il divario fra questi e la realtà del Paese, in termini anche militari e industriali, mettevano di per sé forze armate e industria in una falsa posizione. Contraddire il fascismo, il Pnf e il duce poteva infatti essere rischioso, in un regime che deteneva il controllo totale, oltre che dei mezzi di repressione, del bilancio e dello Stato”.

 

Tecnici e militari condividevano così le responsabilità con un regime che non si azzardavano a contraddire, nonostante tutte le evidenze di impreparazione. “Il giorno in cui riprenderemo la marcia – concludeva Mussolini nel discorso milanese del 25 ottobre 1932, in un’ultima sinistra profezia – io sento che tutto il popolo italiano mi seguirà, io sento che voi sarete disposti ad ulteriori sacrifici, io sento che voi non misurete il vostro sforzo”.

 

A 90 anni di distanza da quel discorso, entrati in questa fase dell’anno in cui il calendario civile “s’affolla” di giornate memoriali (Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini (QUI l’articolo), Giornata della Memoria (QUI l’articolo) e Giornata del Ricordo (QUI l’articolo)), verrebbe da chiedersi cosa sarebbe avvenuto se quella oscura profezia si fosse davvero avverata.

 

Questo articolo è il terzo di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua "quarta edizione" vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

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