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Quarantamila disoccupati marciano su Ferrara: Italo Balbo e i fascisti alla conquista delle città

Tra il 12 e il 13 maggio 1922 si tenne a Ferrara una dimostrazione di forza del fascismo. Sotto il comando del ras Italo Balbo, 40mila lavoratori agricoli e disoccupati vengono schierati militarmente in città per chiedere importanti stanziamenti al governo. Tale episodio si inserisce nell’offensiva decisiva dello squadrismo contro le città. Prosegue la rubrica “Cos’era il fascismo”

Di Davide Leveghi - 15 May 2022 - 18:10

TRENTO. La primavera-estate del 1922 rappresentò un momento fondamentale nella presa del potere fascista; dopo anni di incursioni e spedizioni nelle campagne, lo squadrismo convergeva finalmente sui grandi centri urbani sfruttando il diffuso appoggio di classi dirigenti e autorità. Fu nelle capillari violenze del maggio ’22 (QUI un approfondimento), pertanto, che si inserirono alcuni episodi particolarmente significativi nel cammino verso la “rivoluzione” dell’ottobre di quello stesso anno.

 

Nella prima metà di maggio, in particolare, al centro della più spettacolare azione squadristica ci finì Ferrara. La città emiliana, da tempo nell’occhio del ciclone squadrista per gli aspri conflitti fra le masse contadine, massicciamente socialiste, e gli agrari, simpatizzanti o nettamente schierati con i fascisti, venne infatti sconvolta da una marcia di disoccupati abilmente organizzata da uno dei più scaltri e potenti ras, il ferrarese Italo Balbo.

 

Pioniere della nuova fase proiettata verso i centri urbani” (M. Franzinelli, Squadristi), Balbo era divenuto carismatico comandante dello squadrismo locale fra la fine del 1920 e l’inizio del ’21. Ex repubblicano, volontario nella Grande Guerra, massone, aveva acquisito il compito di segretario provinciale del movimento nel febbraio del ’21, coordinando da quel momento in poi gli sforzi delle squadre contro le masse socialiste. “Entrai nel fascismo ferrarese – annotò sul proprio diario – quale capo militare delle squadre, per violare la già intangibile e rossa campagna ferrarese ove i fascisti non si erano ancora avventurati”.

 

In un climax di violenza e soprusi, la carriera squadristica di Balbo registrò da lì in poi una serie di successi interrotti unicamente dalla resistenza degli Arditi del popolo parmensi dell’agosto ’22 (QUI l’articolo). Ammirato e amato dai suoi seguaci, si distinse come trascinatore delle camicie nere emiliane, guidando alcune delle più importanti azioni sui grandi centri urbani: Ferrara (12-13 maggio), appunto, Bologna (fine maggio), Ravenna (fine luglio) e infine Roma, dove agì come quadriumviro della marcia che diede a Mussolini (QUI un approfondimento), su volere del re, il potere di governare il Paese.

 

Leader il cui ascendente non passò affatto inosservato, visse con Mussolini un rapporto di reciproche stima e diffidenza; membro dell’ala oltranzista del partito, bramosa di far piazze pulita di ogni opposizione, ricoprirà prestigiose cariche negli anni del regime, all’interno del partito come del governo. Già ministro dell’Aeronautica a cavallo fra i Venti e Trenta, fu governatore della Libia, a cui diede grande impulso nella colonizzazione; qui vi morì, infine, nel 1940, vittima, in circostanze non del tutto chiare, della contraerea italiana.

 

Torniamo al 1922: era il 12 maggio, quando una colonna di 40mila uomini, schierati militarmente, sfilavano di fronte al Castello Estense. La loro richiesta? Ottenere dal governo importanti stanziamenti per realizzare delle opere pubbliche, impiegando così la numerosa manodopera disoccupata. Tale istanza, nondimeno, non era di certo una novità. Da tempo, infatti, veniva rivendicata a gran voce dai socialisti, ma solo la prova di forza delle camicie nere fu effettivamente in grado di ottenere qualcosa. Ma come? E perché?

 

Sulle modalità con cui i fascisti di Balbo seppero farsi carico e rappresentanza delle istanze popolari, scrive lo storico Paul Corner nel suo Il fascismo a Ferrara: “L’operazione fu organizzata con una precisione militare tipica del giovane ras, i cavi telefonici furono tagliati; le porte della città poste sotto controllo dalle squadre specialmente designate all’uopo; rifornimenti di cibo e bevande assicurati a tutti coloro che prendevano parte all’occupazione”.

 

Vicino agli agrari, che con il loro atteggiamento avevano contribuito ad acuire la crisi economica di quell’anno, Balbo riusciva a raggruppare contadini e senza lavoro mediante una duplice azione di ricatto e di minaccia. Il giorno 11, infatti, le squadre del Ferrarese battevano le campagne “invitando calorosamente” i lavoratori agricoli a partecipare alla marcia, pena l’esclusione da qualsiasi eventuale assunzione. Analoga sorte – ma con espulsione dal partito – veniva invece promessa agli iscritti del Pnf in caso di mancata partecipazione.

 

Radunate circa 40mila persone, cominciava così l’azione di pressione. Balbo e i dirigenti ferraresi imponevano al prefetto delle condizioni inderogabili, minacciando il ricorso alla violenza – chiaramente anticipata dallo scoppio di due bombe al municipio e al tribunale. Oltre all’accettazione del sindacato fascista come interlocutore privilegiato, la richiesta da girare al governo consisteva fondamentalmente nello stanziamento di due milioni e mezzo di lire per lavori pubblici da eseguire in provincia.

 

In una città occupata e terrorizzata dall’onnipresenza fascista, con il controllo di tutti i gangli urbani, grazie al sostegno decisivo della dirigenza dell’Associazione agraria così Balbo otteneva dal prefetto l’accettazione delle condizioni imposte. Solo le sinistre, a Ferrara, s’opposero alle concessioni, ottenute con metodi illegali, mentre da parte sua il ras ferrarese dimostrava d’essere il vero titolare del potere in città.

 

L’importanza dell’azione viene così commentata dallo storico Mimmo Franzinelli in Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922: “L’esperimento ferrarese – coronato dal pieno successo – funse da esempio per ulteriori mobilitazioni, contraddistinte dai seguenti elementi: limitazione degli atti di violenza, «segretezza, mobilitazione delle masse inquadrate militarmente, scioglimento degli organi del fascio e passaggio dei poteri a un comitato segreto emanato dalle squadre d’azione»”.

 

Dando avvio alle azioni sulle città, mirate, militari e sommamente efficaci, il fascismo s’avviava in questo modo alla conquista del potere. Passate un paio di settimane, al centro dell’azione di concentramento dello squadrismo locale sulle città ci finiva il capoluogo emiliano-romagnolo, Bologna. Protagonista, anche in questo caso, Italo Balbo.

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