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La marcia su Roma: cronaca delle trattative e delle violenze della “rivoluzione fascista”

Il 29 ottobre 1922, a fronte della mobilitazione delle camicie nere in tutto il Paese, Benito Mussolini ottiene dal re il compito di formare un nuovo governo. È la conclusione di concitate ore di trattative, sotto la minaccia dell’assalto militare alla capitale. Ecco la cronaca di quanto avvenuto in quelle concitate giornate, fino alla sfilata vittoriosa del giorno 31. Continua la rubrica “Cos’era il fascismo”

Di Davide Leveghi - 24 ottobre 2021 - 09:05

La battaglia che voi avete ingaggiata e condotta con impareggiabile spirito di sacrificio, volge ormai al suo termine vittorioso […] i resti degli avversari risalgono senza speranza le valli sospinti dalle nostre gagliarde milizie che precluderanno ogni ritorno al passato” (dall’edizione speciale de Il Popolo d’Italia , 28 ottobre 1922)

 

TRENTO. Il 31 ottobre 1922 Mussolini formava il nuovo governo. Composto da fascisti, liberali, popolari, democratici e nazionalisti, rispondeva al compito affidatogli dal re Vittorio Emanuele III nella giornata del 29, dopo che il debole primo ministro Luigi Facta aveva fallito nel tentativo di ottenere dal sovrano lo stato d’assedio. La “nuova e originale tattica di conquista rivoluzionaria del potere”, che “combinava l’azione terroristica con la manovra politica e l’attività parlamentare” (Emilio Gentile) centrava così l’obiettivo. La “marcia su Roma”, con l’ombra della calata di migliaia di camicie nere sulla capitale, operò come il grimaldello per forzare le porte del governo.

 

Il progetto, elaborato a Napoli (QUI l’articolo), finì tuttavia per non essere messo in atto. Nessuna calata su Roma avvenne realmente e l’affidamento – tanto desiderato – del compito di formare un governo affidato dal sovrano a Mussolini fu frutto dei negoziati avviati in quelle convulse ore di fine ottobre del 1922. Di fatto, come scrive Mimmo Franzinelli in Squadristi, “la marcia su Roma non fu l’evento rivoluzionario e di rottura vantato negli anni del regime e ancora oggi comunemente ricordato”. Ciò perché, anche, il lavorio dello squadrismo aveva ampiamente funzionato, preparando non solo la presa del potere ma indebolendo anche ogni forza in grado di opporsi ai disegni eversivi del fascismo.

 

Nondimeno, la tesi della rivoluzione si scioglie di fronte all’immobilità delle truppe regolari. Facta, dimissionario, consegna nella giornata del 28, a mobilitazione già cominciata, il decreto con lo stato d’assedio al re. Vittorio Emanuele, nel timore di spargimenti di sangue – e di possibili avvicendamenti sul trono, a favore del cugino duca d’Aosta, noto simpatizzante fascista – si rifiuta. Male armate, bloccate dalla sospensione delle linee ferroviarie, le truppe fasciste sarebbero state facilmente sconfitte da un esercito ben più professionale e numeroso, ma il sovrano decide per la via del negoziato.

 

Una cronaca di quelle travagliate ore aiuta a comprendere quanto avvenne nella penisola a cavallo della presa del potere fascista. Tutto comincia alla mezzanotte del 26, quando Mussolini affida ai quadrumviri la direzione militare dell’insurrezione. Occupata Perugia, sede del comando delle operazioni, le colonne di squadristi cominciano a muovere verso Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella. Nel mentre, nel resto del Paese, si procede alla conquista degli edifici pubblici e dei centri periferici del potere.

 

Le cose, però, non filano lisce. La principale colonna diretta verso la capitale, composta da 20mila squadristi, rimane bloccata a Civitavecchia dalla sospensione delle linee stradali e ferroviarie attuata dai soldati su disposizione del ministero degli Interni. Nell’assalto alla prefettura di Cremona, ordinato dal ras Roberto Farinacci, rimangono uccisi intanto 10 fascisti, colpiti dai proiettili sparati dagli agenti. Così avverrà anche in altri luoghi d’Italia, in particolare in Emilia-Romagna.

 

La tensione, in tutto il Paese, è palpabile. A Milano decine di camicie nere si trincerano nella sede de Il Popolo d’Italia. Temono reazioni e si preparano alla difesa. Nella capitale invece fremono le trattative. Facta rassegna le dimissioni in un incontro con il re e le autorità di polizia. Le notizie dal resto della penisola spingono il primo ministro dimissionario a proclamare lo stato d’assedio. Le vie d’accesso alla capitale vengono presidiate dalla guarnigione cittadina, composta da 12mila soldati (sono 28mila quelli a disposizione, contro circa 25mila fascisti).

 

Alle ore 9 del 28 ottobre, Facta si reca dal re con il documento per la proclamazione dello stato d’assedio. Serve la firma del sovrano per dare il via alla difesa dello Stato contro le “manifestazioni sediziose”. Vittorio Emanuele, da parte sua, si rifiuta. Vuole puntare sui negoziati e decide attorno alle 18 di affidare al liberale Salandra, simpatizzante dei fascisti, il compito di trattare. Di fronte al Quirinale, un gruppo di fascisti inscena una protesta. Nelle ore seguenti, diversi cortei festanti attraverseranno le vie della capitale inneggiando alla vittoria fascista.

 

Nelle città del Nord, Milano, Torino, Trieste, sui principali giornali – tra cui l’Avanti! e Il Corriere della Sera cala la mannaia del divieto di pubblicazione. “Ogni tentativo di violare quest’ordine – si legge nel proclama del comando militare del capoluogo lombardo – sarà inesorabilmente represso”. Oltre alla proibizione di stampare e diffondere i giornali, si aggiunge il carico delle devastazioni alle sedi, come avvenuto a Torino con quella di Ordine nuovo, con la complicità tra forze dell’ordine e camicie nere. Nella giornata del 30, stessa sorte toccherà alla stampa antifascista romana. Devastazioni, saccheggi e incendi colpiscono anche le organizzazioni operaie nella Pianura padana. A Cagliari, invece, il tentativo di espugnare le sedi antifasciste è respinto con le armi dai militanti sardisti.

 

Giunti al 29 ottobre, la soluzione politica della crisi giunge a compimento. Fallita l’ipotesi Salandra, Mussolini riceve finalmente l’incarico da parte del re con un telegramma inviato d’urgenza a Milano. La conquista militare della capitale, tuttavia, non è ancora avvenuta, anche se da Perugia il quadrumvirato incalza: “Quale che sia la forma e il metodo della soluzione vittoriosa, la Milizia fascista dovrà attraversare Roma”.

 

Risolta la crisi politica, con Mussolini che sale sul primo treno disponibile per la capitale, i comandi militari ordinano ai soldati schierati a difesa di Roma l’astensione dall’uso delle armi di fronte all’eventuale tentativo fascista di entrare nella capitale. L’effettivo arrivo delle camicie nere avverrà però solamente nella giornata del 31 ottobre, con la sfilata concessa come risarcimento ai fascisti per il mancato ingresso in città. Ancora il 30, infatti, i quadrumviri, spostata la sede del comando da Perugia a Tivoli, avevano ordinato la smobilitazione.

 

“Voi avete bene meritato delle fortune e dell’avvenire della Patria – si legge nel proclama – smobilitate collo stesso ordine perfetto col quale vi siete raccolti per il grande cimento, destinato ad aprire una nuova epoca della storia italiana. Tornate alle consuete opere, perché l’Italia ha – ora – bisogno di lavorare tranquillamente per attingere le sue maggiori fortune. Nulla venga a turbare le linee potenti dell’avvenimento che abbiamo vissuto in queste giornate di superba passione e di sovrana grandezza. Viva l’Italia! Viva il Fascismo!”.

 

In tutta Italia, nelle ore immediatamente successive all’incarico affidato a Mussolini, si ripetono violenze contro gli antifascisti e i loro luoghi di incontro. Ad essere colpiti sommamente sono gli Arditi del popolo, gruppi paramilitari a difesa delle organizzazioni proletarie. A Parma Guido Picelli, protagonista dei fatti di agosto, con la sconfitta dei 10mila fascisti guidati da Balbo (QUI l’articolo), viene arrestato. Nella capitale, invece, il carismatico leader Argo Secondari viene bastonato tanto forte da provocargli danni celebrali permanenti. Morirà in manicomio nel 1942, dopo 18 anni di reclusione.

 

Alle ore 10 del 31 ottobre 1922, Benito Mussolini pronuncia la formula di giuramento. Camera e Senato votano con larga maggioranza la fiducia, concedendo i pieni poteri al presidente del Consiglio in materia amministrativa e fiscale. La distruzione dello Stato liberale ha ufficialmente inizio, sancita dalla parata per le vie della capitale, tra omaggi al re ed al ministro della Difesa Armando Diaz, oltre a spedizioni punitive nei quartieri popolari, come avvenuto a San Lorenzo. Tutto ciò, nonostante la disposizione di Mussolini, neo-ministro degli Interni, disponga “l’ordine tassativo e inesorabile di osservare la disciplina e il rispetto verso tutti, non infrangendo in nessun caso la libertà personale”.

 

Nella sua formidabile analisi della nascita del fascismo, redatta in Francia nel 1938, l’antifascista Angelo Tasca concluse: “Così le camicie nere, non avendo subito la prova del fuoco, potevano appropriarsi dei meriti di una vittoria folgorante. Nel momento in cui fu diffusa la notizia della formazione del governo Mussolini, le squadre fasciste – malacquartierate, senza riparo, in uno stato pietoso – si precipitarono a Roma, e i treni ne riversarono senza tregua molte altre dalle regioni del Nord e del Centro, di modo che la sera seguente, il 31 ottobre, le grida esultanti di circa 50.000 ‘conquistatori’ riempivano le strade e le piazze della capitale. Cominciava così l’anno I dell’era fascista”.

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