Il “suicidio” liberale: quando il Parlamento votò di affidare i “pieni poteri” al governo Mussolini
Il 24 novembre 1922, a pochi giorni dal “discorso del bivacco”, Benito Mussolini riceveva un’altra volta la fiducia dal Parlamento, questa volta per l’affidamento al governo dei “pieni poteri” in campo di riforma del bilancio e dell’amministrazione. Tra le poche voci di protesta che si alzarono in Aula ci fu quella di Giacomo Matteotti, che con grande lucidità prefigurò la fine delle istituzioni liberali

“Ma, insomma, in che cosa consiste questo liberalismo per il quale più o meno obliquamente si infiammano oggi tutti i nemici del Fascismo? Liberalismo significa suffragio universale e generi affini? Significa tenere aperta in permanenza la Camera, perché offra l’indecente spettacolo che aveva sollevato la nausea generale? Significa in nome della libertà lasciare ai pochi la libertà di uccidere la libertà di tutti? Significa fare largo a coloro che dichiarano la loro ostilità allo Stato e lavorano attivamente per demolirlo? È questo il liberalismo? Ebbene, se questo è il liberalismo, esso è una teoria e una pratica di abbiezione e di rovina. La libertà non è un fine; è un mezzo. Come mezzo deve essere controllato e dominato. Qui cade il discorso della «forza»” (dall’articolo “Forza e consenso” nella rivista Gerarchia, Benito Mussolini, marzo 1923)
TRENTO. A pochi giorni dalla prima apparizione parlamentare da presidente del Consiglio, Benito Mussolini otteneva ancora una volta la fiducia al piano di riforma in campo amministrativo e tributario. Camera e Senato assecondavano così la richiesta di “pieni poteri” formulata nel cosiddetto “discorso del bivacco” del 16 novembre (QUI l’articolo), dando mano libera al nuovo governo a trazione fascista nell’intervenire su bilancio e amministrazione dello Stato.
“Signori! Da ulteriori comunicazioni apprenderete il programma fascista, nei suoi dettagli e per ogni singolo dicastero. Io non voglio, finché mi sarà possibile, governare contro la Camera; ma la Camera deve sentire la sua particolare posizione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni. Chiediamo i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità. Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira – dico una lira – di economia”
Senza che deputati e senatori fossero a conoscenza dei programmi in materia, il 24 novembre le Camere approvavano l’attribuzione al nuovo esecutivo dei “pieni poteri”. La principale istituzione liberale accettava in questa maniera di privarsi di uno dei suoi compiti principali, come evidenziato dal più acceso oppositore in Aula, Giacomo Matteotti, che nel suo discorso ammonì i colleghi: “Quanto ai pieni poteri tributari noi non conosciamo alcun parlamento che in regime costituzionale li abbia concessi, poiché essi formano la prima e fondamentale prerogativa senza la quale un parlamento non esiste”.
Il contesto di quei giorni, a poco meno di un mese dalla marcia su Roma (QUI l’articolo), mostrava già piuttosto chiaramente quali fossero le intenzioni dei fascisti al governo. Ritirata la legge agraria presentata dall’esecutivo Facta e accontentando così le richieste dei grandi proprietari terrieri, anche gli industriali venivano “ricompensati” del sostegno con l’abolizione della nominatività dei titoli azioni, la revisione dei contratti per le forniture di guerra, la riduzione delle imposte di successione e la privatizzazione del servizio telefonico.
Sulla violenza, l'arrivo al governo non portò certo le camicie nere a "tirare il freno". Ogni accordo con la Confederazione generale del lavoro, l’allora Cgdl, venne impedito dallo squadrismo intransigente, mentre una rappresaglia in grande stile, iniziata per futili motivi, sconvolgeva la città di Torino. Tra il 18 e il 20 dicembre l’intera città veniva infatti messa a ferro e fuoco, la Camera del lavoto e i circoli operai devastati e dati alle fiamme, 11 persone uccise e molte di più ferite. Il quadrumviro della marcia, Cesare Maria De Vecchi, rivendicava orgogliosamente la “responsabilità morale” di aver seminato il terrore in quella città fino a quel momento poco permeabile al fascismo (QUI l’articolo).
La “strage di Torino” prefigurava per il Paese un futuro spaventoso; dal canto suo, Mussolini rispondeva imboccando la strada di una regolamentazione dello squadrismo che avrebbe portato di lì a qualche mese all’istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (QUI l’articolo), posta sotto diretto controllo proprio del primo ministro. Già il 28 dicembre, l’iter per la sua costituzione veniva inaugurato, con l’assenso per decreto – nei giorni successivi – del re Vittorio Emanuele III.
Era il 15 dicembre, infine, quando avvenne la prima convocazione del Gran Consiglio del Fascismo, organo che nei mesi a venire avrebbe di fatto esautorato il Parlamento. Ministri fascisti e “papaveri” del partito andavano così a formare un’istituzione dapprima informale, poi dal 1928 costituzionale, immaginata per concentrare tutti i poteri di un regime in formazione. Nel ’22, con un governo ancora formalmente rispettoso delle istituzioni liberali, si impiantava quindi un’anomalia istituzionale, con un organo di partito e non eletto a tracciare le linee dell’esecutivo.
“Art.1. Per riordinare il sistema tributario allo scopo di semplificarlo, di adeguarlo alle necessità del bilancio e di meglio distribuire il carico delle imposte; per ridurre le funzioni dello stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agibili le funzioni e diminuire le spese, il governo del re ha, fino al 31 dicembre 1923, facoltà di emanare disposizioni aventi vigore di legge – Art.2. Entro il mese di marzo 1924 il governo del re darà conto al parlamento dell’uso delle facoltà conferite dalla presente legge” (dalla Legge n.1601 concernente la delegazione di pieni poteri al Governo del re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 3 dicembre 1922)
Nel dibattito sulla concessione dei “pieni poteri”, fu Giacomo Matteotti a spiccare per la sua ferma e netta contrapposizione a una legge che avrebbe svilito le istituzioni. Intuendo gli sviluppi, il deputato socialista ammoniva così: “Sembra a noi che chiunque abbia ferma coscienza dei propri diritti e doveri di rappresentante della nazione che lavora e produce, non possa rendersi complice della concessione dei pieni poteri, la quale segnerebbe nella storia della nostra vita nazionale il precedente meno degno, e più pericoloso”.
Con parole che ancora oggi appaiono una straordinaria difesa del Parlamento di fronte ai pericoli della dittatura, il capo del Partito socialista unitario dimostrò – guardandoci indietro – d’aver capito quale china avesse preso il Paese. “Ma è anche vero che i difetti della camera sono anche i più soggetti a controllo pubblico, i più facili a rilevare, e perciò solo sembrano i più gravi – continuava - la democrazia anche migliore mostra tutte le sue infermità, anche le più piccole; la dittatura più nefanda nasconde al popolo anche le più gravi”.
L’abdicazione parlamentare ai propri compiti di organo legislativo e di mediazione fra il governo e la società prefigurava infatti, per Matteotti, un suicidio e un abbandono definitivo del Paese all’arbitrio fascista. “D’altra parte, se la camera attuale è disposta nella sua maggioranza a riconoscersi incapace ad abdicare ai suoi diritti e ai suoi doveri, che le furono deferiti liberamente dagli elettori, essa non può e non dovrebbe assolutamente cedere al potere esecutivo anche i diritti della camera futura, e implicitamente quelli degli elettori e del parlamento in genere. Quando il governo chiede i pieni poteri fino al 31 dicembre 1923, si riserva di darne conto solo entro il 31 marzo 1924, e minaccia frattanto il prossimo scioglimento della camera, esso non usurpa soltanto il potere della camera attuale, che può piegarsi e consentirglielo anche per timore del dissenso e in vista della minaccia; ma usurperebbe, con la complicità della camera attuale, anche il potere della camera futura e del parlamento”.














