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Ripensare il Giorno del Ricordo: più storia e meno memoria per colmare le lacune di una "ricorrenza basata sull'indicibile"

Si conclude con oggi Memory:27/1-10/2, approfondimento sulla memoria cominciato in occasione del Giorno della Memoria. Nell'anniversario del Trattato di pace del 1947 con cui si decise anche la sorte dei territori adriatici si propone un ragionamento su una ricorrenza tarlata da numerose problematiche, su tutte l'uso politico della storia e la semplificazione posta in atto dal processo memoriale

Di Davide Leveghi - 10 febbraio 2020 - 10:12

Legge 30 marzo 2004, n. 92

"Istituzione del 'Giorno del ricordo' in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.86 del 13 aprile 2004

 

Art.1

1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

2. Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero.

 

Art. 3.

1. Al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati, nonché ai soggetti di cui al comma 2, è concessa, a domanda e a titolo onorifico senza assegni, una apposita insegna metallica con relativo diploma nei limiti dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 7, comma 1.

2. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento.
3. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia.

 

Art. 6.

1. L’insegna metallica e il diploma a firma del Presidente della Repubblica sono consegnati annualmente con cerimonia collettiva.

2. La commissione di cui all’articolo 5 è insediata entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge e procede immediatamente alla determinazione delle caratteristiche dell’insegna metallica in acciaio brunito e smalto, con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”, nonché del diploma.

 

TRENTO. Il Giorno del Ricordo rappresenta l'esito di un percorso segnato per lungo tempo dall'indicibile. L'esperienza degli italiani adriatici di Venezia Giulia, Quarnaro, Istria e Dalmazia, nel dopoguerra, non fu al centro di alcun ripensamento critico; un velo di silenzio venne adagiato sulle vicende di questi territori contesi, sulla sorte degli italiani come sui crimini fascisti perpetrati a danno delle popolazioni slave. Troppo forti erano gli interessi politici, troppo doloroso il confronto con il passato recente.

 

Le asprezze del “fascismo di confine” come il rapporto tra le diverse popolazioni che abitavano quei territori rimasero per lungo tempo limitate all'ambito della storia locale, impedendo la digestione da parte della comunità nazionale di una storia problematica. “Pubblico disinteresse e timidezze storiografiche – scrive lo storico triestino Raoul Pupo – costituiscono un terreno fertile per le patologie della memoria. Così, per gli esuli giuliano-dalmati, il prezzo dell'integrazione in Italia fu il silenzio sul loro vissuto: un silenzio percepito tanto più ingiusto e offensivo, perché oscurava proprio quella scelta per l'Italia così radicale da averli spinti ad abbandonare la loro terra natale e tutti i loro beni”.

 

“Per i congiunti poi delle vittime delle stragi e delle deportazioni jugoslave del 1943 e del 1945 – continua – la sensazione fu quella di una damnatio memoriae, legata all'ignoranza dei fatti ovvero all'equazione semplificatoria fra infoibati e fascisti. Parallelamente, del tutto ignote agli italiani rimasero le memorie dolenti degli sloveni e dei croati che avevano patito l'oppressione fascista nella Venezia Giulia fra le due guerra e di quelli che avevano subito rappresaglie, eccidi e deportazioni nei territori occupati dall'Italia fra il 1941 e il 1943”.

 

L'insorgenza della memoria degli italiani adriatici, culminata con l'istituzione del Giorno del Ricordo, si manifestava – come ogni memoria – in un racconto parziale e vittimistico, teso a evidenziare più i torti subiti che quelli compiuti. L'ingiustizia subita sul piano della pubblicità di questa pagina della storia nazionale si saldava con un contesto politico rinnovato e caratterizzato dal concomitante sdoganamento della destra post-fascista e della bancarotta ideologica dei post-comunisti. Esemplare di questa convergenza politica fu l'incontro tra l'allora presidente della Camera Luciano Violante (PdS) e il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini al Teatro Verdi di Trieste, tappa decisiva nella costruzione di una “memoria condivisa” volta a riconciliare gli italiani al di là delle differenze ideologiche – e di conseguenza a marginalizzare l'antifascismo. Sul riconoscimento di una memoria a lungo rimossa, si inseriva prepotentemente una speculazione politica della destra italiana, finendo per tarlare irrimediabilmente la ricorrenza del Giorno del Ricordo.

 

Nella legge questi difetti costitutivi si percepiscono chiaramente a partire dalla scelta di una data, il 10 febbraio – giorno dell'imposizione del Trattato di pace di Parigi nel 1947 – che la mette in continuità diretta con il mito della “vittoria mutilata” e le rivendicazioni nazionalistiche italiane sui territori adriatici. Ne segue poi un uso semplificatorio del linguaggio, laddove per “infoibati” si “assimilano tutti gli scomparsi e quanti soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato”, a esclusione di quelli che “facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell'Italia”.

 

L'incertezza nei numeri – si parla per gli scomparsi, termine decisamente più appropriato e meno incline a suscitare orrore, di una cifra che va tra i 3000 e i 5000, di cui una parte minima effettivamente gettata nelle caverne carsiche chiamate “foibe” - ha dato adito a tendenze opposte volte a ingigantire in maniera spropositata – si vedano le affermazioni del senatore Maurizio Gasparri o del giornalista Paolo Mieli riferite rispettivamente a “un milione” o a “centinaia di migliaia” di “infoibati” - o a ridurre l'entità del fenomeno.

 

Tale uso politico ha permesso così, come stabilito per legge, di rivalutare l'operato di personaggi legati direttamente per storia personale al fascismo di confine e alle violenze sulle popolazioni slave – nemiche etniche ed ideologiche del fascismo – attraverso il conferimento di onorificenze, in quello che il collettivo Wu Ming, impegnato da anni nel debunking dei falsi storici, ha definito non a torto un “medaglificio fascista” (art.3 comma 2). La triste sfilata dei neofascisti davanti ai monumenti all'esodo e alle "foibe", e la loro rivalutazione all'occhio dell'opinione pubblica per la difesa di questi italiani a lungo dimenticati, ha nondimeno reso secondaria la parte sulla “conservazione e il rinnovamento della memoria della più complessa vicenda del confine orientale”, unica chiave di lettura possibile per comprendere fino in fondo il dramma delle popolazioni oggetto delle stragi dell'autunno '43 e della primavera/estate del '45 nonché del lungo e travagliato esodo dalla propria casa.

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