Contenuto sponsorizzato

Trento centro dell'antisemitismo. La vicenda del “Simonino”: il culto, la leggenda, l'intolleranza. Primerano: “Un monito per la nostra città”

Memory 27/1-10/2: nel terzo approfondimento Domenica Primerano ci accompagnerà alla scoperta del culto di Simonino, che per 500 anni ha reso Trento famosa nel mondo. La città, a seguito di questa tragica vicenda, si trasformerà fino a metà degli anni '60 in un centro dell'antisemitismo europeo

 

Di Davide Leveghi - 31 gennaio 2020 - 09:59

TRENTO. La storia della tolleranza religiosa in Europa ha visto una distribuzione geografica difforme, tra sacche di convivenza, alti e bassi di integrazione o segregazione, di accettazione o di repressione. Alla città di Trento, per secoli, una vicenda del lontano 1475 ha appiccicato l'etichetta di centro antisemita, una macchia cancellata solo dal Concilio Vaticano II e dalla temperie creata da quel momento di rifondazione e riforma, tanto attesa, della Chiesa di Roma.

 

Nel 1475 Trento è una piccola città in cui vive una comunità ebraica piccolissima. Composta da circa 30 persone, da sole 3 famiglie, la comunità mantiene buoni rapporti con la popolazione. L'arrivo di alcuni predicatori francescani, su tutti del presbitero Bernardino da Feltre, rompe però l'equilibrio. “Smorbare la città dagli ebrei”, usurai e deicidi, diviene parola d'ordine destinata a far presa sulla popolazione tridentina. “Odio teologico e sociologico alimentano il boicottaggio delle relazioni con un nemico da cui bisogna guardarsi”, spiega Domenica Primerano, direttrice del Museo diocesano di Trento e curatrice della mostra L'invenzione del colpevole.

 

“La costruzione dell'odio e della superstizione è la miccia che fa esplodere il caso di Simonino – continua – visto che ancor prima che avvenga il ritrovamento già si diffonde in città la voce che i responsabili siano gli ebrei. Lo loro case vengono sottoposte a perquisizioni, in cui non si trova nessun indizio di colpevolezza. Il ritrovamento del corpo del bambino nella roggia da parte di un esponente della comunità israelita fa scattare la denuncia del principe-vescovo Johannes Hinderbach”.

 

È il 24 marzo del 1475 quando alla corte del vescovo si presenta un conciapelli. Cerca suo figlio Simone, dell'età di 28 mesi, dalla sera prima. Alla diffusione della notizia, una voce che comincia a girare in città non tarda a trasformarsi in una certezza cementata nella diffidenza e nella superstizione: il bambino è stato rapito dagli ebrei. Passano due giorni e il corpo di Simone viene ritrovato nella roggia della contrada del Fossato (attuale vicolo dell'Adige), proprio di fronte all'abitazione di una famiglia ebrea.

 

8 esponenti della comunità sono immediatamente incarcerati. L'autopsia, quando il corpo si sgonfia, offre l'automatica conclusione. Il bambino è stato ucciso in un omicidio rituale. La gente accorre a vedere il corpo, si convince che sia morto non per annegamento ma per ferite inferte in un perverso rito religioso, nel sacrificio rituale attribuito dalla voce popolare agli ebrei. Deposto nella vicina chiesa di San Pietro, si aggiungono voci di miracoli che avvalorano la tesi del martirio subito.

 

Il culto di Simonino prende vita parallelamente all'avvio del processo inquisitorio. L'uso della tortura ne determina gli esiti: i responsabili sono gli ebrei, il movente l'odio anti-cristiano. Ma se Hinderbach è certo della colpevolezza, da Innsbruck e da Roma s'avanzano perplessità sui metodi impiegati e sulla fabbricazione del culto. Tuttavia, una volta liberato, quest'ultimo rompe le frontiere territoriali. A distanza di pochi anni la dimensione del culto si diffonde a macchia d'olio, come testimoniato dagli affreschi di Spoleto.

 

“Da Roma papa Sisto IV invia il messo apostolico – prosegue Primerano – e ne vieta il culto. Non era un caso locale che si creassero forme di devozione del genere. Il pontefice aveva uno sguardo diverso, la questione degli ebrei era delicata visto il ruolo che giocavano in molte città. Senza un'indagine non poteva dunque sposare l'ipotesi dell'omicidio rituale, e non a caso ci vorranno cent'anni per il riconoscimento del culto”.

 

Cent'anni di gestazione - dal giugno 1475, quando il grosso della comunità ebraica, eccetto quelli già morti in carcere, viene messa al rogo, al 1588, quando Sisto V ne autorizza il culto – e il Concilio di Trento sarebbero stati necessari perché la Chiesa ne facesse un martire. La città di Trento ha il suo martire. Dal mondo ebraico si lancia il cherem, l'anatema sulla città che sterminò gli ebrei in nome dell'odio antigiudaico. Nessun appartenente alla religione di Mosè avrebbe più potuto abitare o far nascere i propri figli nella città maledetta.

 

Nel 1588 il pontefice beatifica Simonino – illustra la direttrice - ma nel mentre il culto si è già radicato. Assume un'enorme fama nonostante un breve del papa stabilisca la scomunica di chi lo adora. Da tutto il mondo arrivano pellegrini per visitare le reliquie esposte in una cappella della chiesa di San Pietro. I miracoli segnalati sono 129. La macchina attorno alla devozione del bambino è ben oliata, sul territorio cittadino compaiono così tre luoghi legati alla figura del 'Beato' Simonino. San Pietro, appunto, e poi due cappelle in corrispondenza della casa natale e pertanto del luogo da cui scomparve, e nell'attuale via Manci, nel luogo dove c'era la residenza degli ebrei, la sinagoga e quindi il luogo dove si sarebbe consumato l'omicidio rituale”.

 

“Da questo luoghi passa la processione – prosegue – inaugurata nel 1589 con cadenza decennale e accompagnata da una rappresentazione teatrale del martirio. Per le vie di Trento sfilano 6000 persone, per dire di come fosse sentito questo culto. Si portano in processione l'urna con il corpo, gli stendardi, perfino gli strumenti di tortura indicati dagli ebrei durante gli interrogatori come quelli usati per sacrificare il bambino, tutto in custodie preziosissime. L'ultima verrà compiuta nel 1955, 10 anni prima dell'abolizione del culto”.

 

E' solo nel 1965, infatti, che la devozione al Simonino subisce la decisiva frenata. I documenti del processo, su stimolo della studiosa delle comunità ebraiche Gemma Volli, vengono ripresi in mano da monsignor Iginio Rogger, docente di storia della Chiesa nel seminario diocesano. “Sono gli anni della riflessione sui rapporti tra Chiesa e religione ebraica – spiega Primerano – il caso del Simonino viene affidato alla perizia di un domenicano (Willehad Eckert) che, nella relazione finale, afferma come l'accusa non stesse in piedi, come la colpevolezza fosse stata determinata alla luce dei pregiudizi e dell'odio”.

 

In concomitanza con l'uscita del decreto Nostra Aetate sui rapporti tra cristianesimo e altre religioni, il culto del “martire Simone” è abolito. Le reliquie vengono tolte da San Pietro – e portate in un luogo segreto - la cappella dedicata chiusa al pubblico, “tutte le opere messe in deposito al Museo Diocesano”. Le autorità ebraiche, da parte loro, fanno decadere la maledizione. Nel 1992 l'amministrazione cittadina decide di apporre una targa di fronte al luogo del ritrovamento. Trento, famosa per secoli come la “città del Simonino”, si riconcilia agli ebrei chiedendo perdono.

 

 

“Proprio dalle opere in deposito, per lo più sconosciute, abbiamo dato vita a questa mostra – conclude Primerano – l'idea è di trasformarla in una sezione fissa del museo, visto che la vicenda narrata fa parte della storia della città e visto il valore di monito. Quella del 'Simonino' è una storia che ci deve insegnare molto, per questo da anni il Museo organizza percorsi nelle scuole, affinché i ragazzi comprendano che la diversità va accettata, che sia necessario rapportarsi con l'altro da sé”.

 

La mostra L'invenzione del colpevole è visitabile al Museo Diocesano fino al giorno 13 aprile 2020.

Contenuto sponsorizzato
Telegiornale
Ultima edizione
Edizione ore 20.05 del 26 Ottobre
Il DolomitiTg, le notizie della giornata in sessanta secondi. Cronaca, politica, ambiente, università, economia e cultura: tutte le news in un minuto
Contenuto sponsorizzato

Dalla home

26 ottobre - 19:32

Ci sono 86 persone nelle strutture ospedaliere di Trento e Rovereto, 5 pazienti si trovano nel reparto di terapia intensiva e 10 persone sono in alta intensità. Nelle ultime 24 ore sono stati trovati 113 positivi a fronte dell'analisi di 983 tamponi molecolari per un rapporto contagi/tamponi a 11,5%

26 ottobre - 18:58

I nuovi dati forniti dalla Provincia e dall'Azienda sanitaria dimostrano come l'allerta nelle Rsa rimane alta. Il direttore dell'Apss "Il focolaio maggiore è nella struttura di Malè" e accanto all'emergenza sanitaria c'è anche quella del personale  

26 ottobre - 17:59

Sono stati analizzati 983 tamponi, 113 i test risultati positivi e il rapporto contagi/tamponi sale a 11,5%. A fronte di un leggero aumento rispetto a ieri dei 104 casi in valore assoluto (5,7%), il dato percentuale è praticamente raddoppiato. Sono 10 le persone in più in ospedale per Covid-19

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato