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Alto Adige, la via per il Sudamerica. Come i nazisti (compresi Mengele e Eichmann) si rifugiarono e ottennero nuove identità. Steinacher: "Territorio senza paragoni"

Memory 27/1-10/2: quarto appuntamento con la memoria. Si racconta con lo storico Gerald Steinacher come l'Alto Adige del secondo dopoguerra abbia offerto rifugio e documenti a numerosi criminali di guerra nazisti. Qui figure come Josef Mengele e Adolf Eichmann avrebbero ottenuto nuove identità per fuggire in Sud America

Di Davide Leveghi - 02 febbraio 2020 - 11:59

TRENTO. La memoria della Seconda guerra mondiale rappresenta argomento spinoso per gran parte delle comunità nazionali. Collaborazionismo, adesione alle ideologie totalitarie, guerra civile, sono alcuni dei nodi non sciolti, eredità del passato da cui si preferisce distogliere lo sguardo, lasciti non digeriti ma rimossi, dimenticati – anche e soprattutto per il dolore che evocano, oltre che per la loro problematicità – ma ineluttabilmente tornati a galla dopo decenni di “sonno”, il più delle volte in forma prorompente.

 

Il territorio altoatesino, da questo punto di vista, si caratterizza per una particolare situazione di convivenza e conflittualità di memorie, fatte di luci e ombre, di sofferenze e rimozioni. La storia del dopoguerra ne essenzializza la criticità, dimostrando sommamente come il funzionamento delle memorie collettive proceda parallelamente alla discesa di un velo d'oblio sulle parti più scomode del passato. Così avviene per l'Alto Adige rispetto al rapporto tra le due sue principali nazionalità e i regimi fascista e nazista, “ragion d'essere” della propria presenza sul territorio per gli altoatesini e “naturale” punto di riferimento per i sudtirolesi, “staccati dalla madrepatria” e “imprigionati” in frontiere straniere.

 

Riguardo all'Alto Adige del periodo compreso tra l'aprile 1945 e il 1950, e all'utilizzo di questo territorio come via di fuga per i nazisti diretti in territori amici, neutrali o lontani – come la Spagna, la Svizzera o il Sud America - lo storico austriaco Gerald Steinacher scrive: “Non esisteva regione in Europa che potesse reggere il confronto con questa terra”. Centinaia di gerarchi, criminali di guerra, apolidi fuggiti dall'avanzata alleata – specie Volksdeutschen scappati dall'avanzamento sovietico – perfino ebrei prendono la strada del Brennero diretti ai porti italiani, specie quello di Genova, da cui i bastimenti partono verso destinazioni lontane, lasciando indietro sofferenze e rese dei conti, responsabilità o orrori.

 

“L'Italia era la via più semplice per uscire dall'Europa – spiega Steinacher – dopo il 1946 il territorio non era più sotto il controllo degli Alleati e, soprattutto, lì c'erano i porti d'oltremare più vicini. La maggior parte dei nazisti che lasciarono l'Europa sfuggirono alla giustizia attraverso l'Italia, la quale divenne una sorta di 'Autobahn' per i criminali di guerra. L'Alto Adige/Südtirol fu il principale punto d'ingresso, trasformandosi in una scappatoia nazista tra il 1946 e il 1950”.

 

“L'Alto Adige – continua – fu scelto perché era tappa ideale. Qui la popolazione era amica della Germania e normalmente non avrebbe denunciato ai carabinieri i tedeschi provenienti da oltreconfine. Ciò non significa che tutti i tirolesi fossero filo-nazisti ma, a causa del background culturale e linguistico condiviso, molti altoatesini si sono identificati come tedeschi. C'erano anche reti naziste in Alto Adige. Nazisti locali facevano attraversare clandestinamente il confine ai nazisti tedeschi e austriaci, fornendo loro alloggio, cibo e nuovi documenti. L'Alto Adige si rivelò un ambiente perfetto per acquisire nuovi documenti e una nuova identità per i nazisti in fuga”.

 

Località come Merano o Termeno fornirono rifugio e documenti ai nazisti in fuga. Per le vie della città termale, “Eldorado dei collaborazionisti”, non era infrequente incontrare collaborazionisti francesi, ungheresi, perfino diplomatici giapponesi. Dalle pagine dell'Alto Adige, ancora nel 1947, si protestava rassegnati: “Il nostro giornale ha scritto fino alla noia che l'Alto Adige, nel dopoguerra, è stato l'Eldorado dei nazi-fascisti, che costà trovarono in ogni tempo larga, compiacente ospitalità. Ora, se pure la mala genia si è un po' diradata, i casi […] sono ancora numerosi”.

 

Tra le centinaia di nazisti, spiccavano alcuni nomi destinati a entrare nelle pagine più orrende della guerra. Sotto la falsa identità del tecnico Richard Klement e del meccanico Helmut Gregor, si celarono il “burocrate dello sterminio” Adolf Eichmann e “l'angelo della morte” Josef Mengele. Persino lo Sturmbannführer delle SS Erich Priebke, corresponsabile della strage delle Fosse Ardeatine, raggiunse la propria famiglia assieme al collaboratore Karl Hass a Vipiteno, in cui avrebbe risieduto diversi anni senza essere minimamente disturbato – l'avrebbe raccontato nel processo.

 

Il paesino di Termeno, appartenente fino al 1948 alla provincia di Trento e “roccaforte dal 1933 del Völkischer Kampfring Südtirol, organizzazione simpatizzante del nazionalsocialismo, grazie alla folta rappresentanza di impiegati e funzionari comunali aderenti al movimento – e risparmiati dal “naufragio” dell'epurazione – si trasformò in una centrale di falsificazione d'identità e di fornitura di documenti. Nondimeno, la condizione d'apolide di molti dei fuggitivi permise di ottenere i lasciapassare dal Comitato internazionale della Croce Rossa, con cui poi risultava più agibile prendere il largo sulle navi in partenza da Genova.

 

“Termeno è al centro dell'attenzione – conclude Steinacher – ma molte altre erano le località in cui i nazisti si nascondevano, a volte per un anno o due, o ricevevano nuovi documenti dalla gente del posto. Facendo parte all'epoca della provincia di Trento, ci furono anche località trentine in cui nazisti, fascisti e i loro collaboratori in fuga trovarono rifugio. Bisogna comunque tener presente che la stragrande maggioranza dei nazisti e fascisti non hanno mai lasciato l'Europa”.

 

Nel caos del dopoguerra, in cui lavori e intrighi d'ogni tipo presero vita, il “contrabbando” di persone assunse un'entità rilevante. Le guide, da parte loro, non si facevano problemi a far passare nazisti o deportati, collaborazionisti o ebrei, per una “varietà” impressionante di “clienti”. Nella “Merano dei collaborazionisti”, non mancavano i tanti ebrei fuggiti dall'orrore e diretti in America o in Terra Santa. Sul territorio del Burgraviato, a pochi anni di distanza dalla deportazione per completo della comunità cittadina, facevano capolino nuovamente gli ebrei, con il loro portato d'enorme sofferenza.

 

Se da una parte la popolazione si mostrò favorevole ai tedeschi in fuga, dall'altra non mancarono i casi di Resistenza attiva. Nel meranese e in val Passiria la Banda Egarter si distinse per la caccia al nazista – tra l'altro essa non fu riconosciuta dallo Stato italiano, vista la mancata accettazione di firmare il Brevetto Alexander, con cui gli Alleati riconoscevano l'appartenenza alla Resistenza, perché scritto in solo italiano - mentre i collaborazionisti della Banda Carità venivano abbattuti nel maggio '45 in uno scontro a fuoco a Castelrotto.

 

Sul territorio provinciale, le ferite del passato legate al passaggio, all'adesione e alla breve ma tragica occupazione nazista rimanevano così nel subconscio della memoria collettiva sudtirolese, con tutte le conseguenze del caso – e le feroci e cicliche polemiche. Sul campo restavano invece le “vestigia” del nazismo, quel campo di smistamento di Bolzano, al centro di un progetto di memoria nell'anno appena passato e luogo di transito di centinaia di prigionieri verso l'industria della morte nazista.

 

Gerald Steinacher (1970) è uno storico austriaco del Terzo Reich e del fascismo. Membro della redazione di "Storia e Regione/Geschichte und Region", insegna Storia contemporanea all'Università di Innsbruck, all'Istituto di storia di Lucerca e all'Università del Nebraska.

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