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Conversazione con David Bidussa. Il Giorno della Memoria, una ricorrenza per costruire una memoria europea

Memory 27/1-10/2 vuole riflettere sull'utilità e l'efficacia di ricorrenze come il "Giorno della Memoria". Lo storico David Bidussa, in questo quinto appuntamento, racconta le difficoltà di costruire una memoria sulla Shoah, tra la progressiva sparizione dei testimoni e la poca presa del discorso memoriale sulla popolazione giovanile

Di Davide Leveghi - 04 febbraio 2020 - 10:10

TRENTO. La memoria della Shoah pervade la coscienza occidentale. Nondimeno l'accento sulla tragedia del popolo ebraico è stata spesso usata come una sorta di diversivo per sviare dalle responsabilità dei singoli Paesi nella collaborazione allo sterminio. La Germania di Hitler, prima responsabile del genocidio degli ebrei e dell'annientamento organizzato di oppositori politici, zingari, omosessuali e altre minoranze, è assurta a unica responsabile, tanto demoniaca e mostruosa da relegare all'oscurità le colpe collettive degli altri regimi, autoritari, fascisti o collaborazionisti.

 

Nato dall'esigenza di far riflettere le società europee, il Giorno della Memoria fu istituito in Italia con una legge approvata dal Parlamento nel 2000, cinque anni prima che l'Assemblea delle Nazioni Unite stabilisse per il 27 gennaio una giornata di commemorazione per le vittime dell'Olocausto. La scelta della data cadde sulla ricorrenza della liberazione del campo di Auschwitz-Birkenau da parte delle truppe dell'Armata Rossa, avvenuta sessant'anni prima.

 

Tuttavia il 27 gennaio non sarebbe entrato nel calendario civile di tutti i Paesi toccati in qualche misura dall'immane tragedia. Ogni Paese, a sua discrezione, avrebbe collegato ad una data d'importanza nazionale la propria memoria del genocidio. L'Italia preferì il 27 gennaio, scartando il 16 ottobre, giorno del rastrellamento del ghetto di Roma.

 

Professor Bidussa, cosa ha significato l'istituzione del Giorno della Memoria? La sua funzione è chiedere attenzione al prossimo, facendo del soggetto dell'Olocausto l'oggetto della ricorrenza. Il Giorno della Memoria, infatti, non nasce tanto dalla pressione delle associazioni ebraiche quanto dai governi europei che, nel passaggio del millennio, cercano una data d'importanza continentale. Ogni Paese costruisce la propria identità nazionale attraverso date che segnano un prima e un dopo. Il 27 gennaio, di contro, è una data di passaggio, non uno spartiacque. La ricorrenza nasce con la caratteristica di costituire un calendario civile europeo. Chi deve riflettere, in questo caso, non sono i testimoni ma gli altri, le società europee sono i soggetti. L'Europa in cui fu istituito il Giorno della Memoria, però, non è quella di adesso. Si sono aggiunti Paesi, e questa data non risponde più alla domanda da cui nacque. Così ogni Paese ha scelto una propria data nazionale, l'incapacità dell'Europa di riflettere su sé stessa non le ha permesso di esprimere una data unica. La categoria di 'nazione' continua a essere centrale anche in una commemorazione che vuole essere continentale.

 

Questa incapacità di renderlo condivisa ne ha scalfito l'impatto? Come si è evoluto nel tempo? Ogni anno si produce qualcosa di nuovo. All'inizio il peso dell'elemento testimoniale era minimo, col tempo, allontanandosi dall'istituzione, ne ha acquistato sempre più. Questo tornare al racconto diretto dimostra l'incapacità di dargli un contenuto. Il racconto si eredita e l'eredità è un fatto meccanico che genera due cose: la testimonianza diventa conservazione della testimonianza, ma questo è un dato debole che non considera le trasformazioni avvenute nel Paese. In secondo luogo il pubblico liceale, a cui ci si rivolge particolarmente, è formato da ragazzi che non hanno una storia familiare in Italia o Europa. La storia che si racconta loro non è la loro. Come fai dunque a rendere efficace il tuo discorso? Trovando strategie e tecniche più coinvolgenti. Se il processo d'educazione storica è un racconto condiviso, bisogna partire dagli elementi che ciascuno ha. Le tecniche didattiche diventano centrali, l'inclusione necessaria. Il presupposto è come costruisco la storia, come la racconto deve essere solo l'esito. L'insegnamento della storia è il problema centrale.

 

L'insistenza sulla memoria lega le due ricorrenze del Giorno della Memoria e del Giorno del Ricordo; ma la memoria è un gigante dai piedi d'argilla, troppo dipendente dalle testimonianze e poco attinente alla verità storica. Perché questo accento? Perché si pensa in un'ottica esclusivamente nazionale. Alla base c'è un problema di linguaggio, non ti metteresti mai a fare lezioni di musica in una classe di sordi. Dovresti inventarti altre modalità. Allo stesso modo queste ricorrenze devono uscire dal monologo e diventare dialogo. Il codice della testimonianza punta sull'elemento emozionale, e da questo si può partire per raccontare una storia che i ragazzi possano sentire propria. Bisogna dare loro degli agganci. Fare memoria non è riempire un sylos vuoto. Se no è come fare uno spettacolo teatrale. Gli spettatori, se lo spettacolo non piace, si alzano e se ne vanno. Riguardo alle due ricorrenze, l'uso pubblico della storia le mette in contrapposizione. Il tema è: chi è italiano, cosa significa l'identità nazionale. Ma dovrebbe essere anche come si fanno i conti con il proprio passato. Nel Giorno del Ricordo convivono due elementi molto importanti: si racconta una storia che spesso non ci si è mai raccontati, ma dicendo alcune cose che sono avvenute non se ne raccontano altre. La storia non è raccontata per intero. Bisogna essere in grado di sopportare il ricordo per intero, di accettare il ruolo degli italiani delle terre adriatiche. Se il Giorno del Ricordo è solo elogio della vittima c'è un problema. Non puoi raccontare solo il torto che hai subito ma anche le cose che ti fanno dispiacere, che hai difficoltà a raccontare, e cioè le violenze che hai subito e quelle che hai compiuto. Per portarla su un piano più generale possiamo ragionare per scene. Sono quattro quelle che incarnano la fine della Seconda Guerra Mondiale: la prima sono i soldati sovietici che issano la bandiera rossa l'8 maggio 1945 a Berlino, che simboleggia chi ha vinto. La seconda sono i sovietici che entrano ad Auschwitz. La terza nessuna la racconta, in Europa, e vede il popolo algerino scendere in piazza nel 1945, speranzoso che la fine della guerra significhi anche fine dell'oppressione coloniale. A costituire l'esercito della Francia libera, infatti, sono stati soprattutto soldati provenienti dalle colonie. L'esercito francese, di contro, spara sulla folla. La quarta immagine, infine, vede migliaia di tedeschi fuggire verso Ovest mentre le truppe dell'Armata rossa avanzano. Questa è una scena che ha a che fare con i giuliani, gli istriani e i dalmati. Raccontare solo questa scena è raccontare solo una parte della storia.

 

David Bidussa (1955) è uno storico livornese che si è occupato di memoria ebraica, di sionismo e di storia sociale. Nel 2009 ha scritto "Dopo l'ultimo testimone"

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