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Ripensare il Giorno della Memoria: affrancarsi dai testimoni e riflettere su sé stessi per costruire un futuro immune da odio e intolleranza

Comincia con oggi "Memory: 27/1-10/2", progetto di riflessione sulla memoria e le ricorrenze in ricordo della Shoah e dell'esodo giuliano-dalmata. Nell'anniversario della liberazione del campo di Auschwitz si propone un ragionamento sulla commemorazione dell'Olocausto, sul ruolo dei testimoni e sulla funzionalità di giornate dedicate alle memorie

Di Davide Leveghi - 27 gennaio 2020 - 10:44

Legge 20 luglio 2000, n. 211

"Istituzione del 'Giorno della Memoria' in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000
 

Art. 1.

1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

 

Art. 2.

1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

 

TRENTO. Il Giorno della Memoria in Italia unisce due piani geografici distinti, fondendo nella data simbolica del 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche – con buona pace di Roberto Benigni e de La vita è bella – l'esperienza continentale degli ebrei, con quella nazionale degli ebrei italiani e di tutti coloro che vennero perseguitati dai regimi fascisti. Il soggetto di questa ricorrenza, sostanzialmente, sono le vittime.

 

Nel suo saggio La Repubblica del dolore, lo storico Giovanni De Luna ritiene che gli anni '80 abbiano segnato una svolta decisiva nel cambio di paradigma fondativo della comunità nazionale, sostituendo all'antifascismo, collante della Repubblica uscita dalla Resistenza e aggregata nel cosiddetto “arco costituzionale”, il principio del vittimismo, inteso come focus sulle vittime. Vittime delle stragi di Stato, vittime degli annuali e ricorrenti disastri naturali, vittime del regime fascista e, perché no, vittime pure degli eccessi della Resistenza.

 

E' da questo nuovo paradigma, rafforzato dall'entrata nelle istituzioni degli ex-fascisti e dal crollo dell'alternativa ideologica al capitalismo liberale, che sono state dedotte due giornate come il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo, a cui si delega il compito di mantenere vive delle memorie. Memorie, si evidenzi, e non la Storia. Memorie, soprattutto, che per l'uso politico della storia portato avanti da determinate forze politiche, appaiono opposte l'una contro l'altra, al di là dell'entità e del significato degli eventi, al di là delle differenze dei fenomeni in questione e dei portati culturali che veicolano - contrapposizione evidenziata dalla scelta della data del 10 febbraio.

 

Il Giorno della Memoria nasce dalla volontà dei Paesi europei di dar vita a un momento di riflessione su sé stessi. In Italia si precorrono i tempi, ma lo sguardo, come avverrà negli altri Paesi, è limitato alla vicenda nazionale. Si ricordano così, accanto all'Olocausto, le infami politiche fasciste verso gli ebrei (leggi razziali, persecuzione degli ebrei italiani), verso gli oppositori politici al regime e al nazifascismo in generale (“gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte") e l'eroismo di chi si è opposto allo sterminio.

 

Per farlo si stabilisce che istituzioni, scuole, associazioni, organizzino “cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione su quanto accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici nei campi nazisti […] affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Le cifre complessive parlano di circa 24mila deportati politici, di 8500 deportati razziali italiani e di 600mila internati militari, soldati italiani colti alla sprovvista dall'8 settembre 1943 e rifiutatisi di continuare la guerra al fianco dei tedeschi.

 

Col tempo, tali iniziative sono state sempre più delegate ai testimoni, generando una problematica non indifferente: quale rapporto esiste tra la testimonianza individuale e la verità storica? Il vissuto umano, individuale o familiare aiuta a ricostruire storicamente il contesto e a comprenderlo?

 

Le voci critiche non sono mancate nemmeno dall'ambito ebraico italiano. La scrittrice Elena Loewenthal, nel suo pamphlet dal provocatorio titolo Contro il Giorno della Memoria, ha scritto: “Concepito e nato per ricordare l'orrore che l'Europa ha visto e annidato negli anni Quaranta del secolo scorso, il GdM è diventato ben presto una specie di (postumo) atto di omaggio agli ebrei sterminati. Una ricorrenza non introspettiva, bensì transitiva […] La memoria deve servire a tutt'altro. A educare nella direzione opposta. A divulgare il male per tenersene lontani. A riconoscere quella storia come propria. Italiana. Altro che ebraica... La memoria della Shoah è di tutti gli altri fuorché degli ebrei...”.

 

L'accento sullo sterminio degli ebrei ha inoltre monopolizzato l'afflato memoriale, a discapito delle altre forme di persecuzione e sterminio – e dei loro “oggetti”, dai deportati politici a quelli militari, dai rom agli omosessuali, e così via. A riguarda lo storico David Bidussa ha scritto: “Si è dissolta la memoria dell'antifascismo; la memoria delle diverse deportazioni – politica, civile, militare – è arretrata. Due condizioni che chiamano in causa la fisionomia culturale dell'opinione pubblica per la quale la dimensione pubblica della Shoah sembra aver guadagnato spazio a scapito di qualcos'altro e per dare spazio a una rinnovata 'indifferenza'”.

 

Ridare significato al Giorno della Memoria e affrancarlo dalla centralità dei testimoni, alleggerendoli al tempo stesso dalla pesantissima responsabilità di essere perno della memoria dell'Olocausto, diventano a questo punto passi necessari per rendere questa ricorrenza un momento di riflessione sulla comunità europea e su una società aperta, democratica e immune ai germi dell'intolleranza e dell'odio.

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Questo articolo inaugura un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2 vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

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