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Le foibe, l'esodo e le strumentalizzazioni, Pirjevec: "Gli italiani lasciano un retaggio di memorie tragiche. Erano classe dominante, avevano imposto anche la lingua"

L'istituzione del Giorno del Ricordo è stata compromessa sin dall'inizio da importanti lacune e storture. La scarsa contestualizzazione, in particolare, rende la ricorrenza assai esposta alle strumentalizzazioni politiche. Con lo storico Jože Pirjevec, in questo sesto appuntamento di Memory:27/1-10/2, mostreremo come i tragici fatti che coinvolsero gli italiani adriatici siano stati determinati dal deterioramento dei rapporti tra nazionalità

Di Davide Leveghi - 06 febbraio 2020 - 11:40

TRENTO. Quando si parla di memoria si dimentica che connaturata con sé questa parola ne porta un'altra, il suo contrario e alter ego, l'altra faccia della medaglia: l'oblio. Operazioni come il Giorno del Ricordo, vista la componente politica preminente, lo dimostrano perfettamente. Parlare di foibe ed esodo è cosa giusta e necessaria ma solo se accompagnato da una contemporanea contestualizzazione, da un racconto per intero.

 

La parzialità, ideologica come contenutistica, inficia il discorso pubblico sul tema, fa del collasso dell'italianità adriatica una questione di revanscismo e revisionismo, non comprende la complessità di un secolare conflitto ma la riduce all'osso delle sofferenze subite in un periodo di poco superiore a un decennio dalla sola componente italiana, innalzandola al rango di martiri – e di conseguenza l'altro, lo slavo, il partigiano, al rigido ruolo di carnefice.

 

Gli attori in campo, nel contesto del fascismo di confine (1919-1945), della guerra d'aggressione fascista (aprile 1941) e della guerra partigiana (1941-1945), furono però molti di più dei due proposti dal paradigma vittimario che sostanzia la ricorrenza del 10 febbraio. Uno sguardo analitico e critico non può che considerarne le sfumature di posizioni, la varietà dei soggetti, la complessità della realtà. Calare un netto distinguo tra nazionalità – nemmeno così facile vista l'eterogeneità – inquina la chiara comprensione del passato, introducendo elementi di semplificazione e banalizzazione che prestano il fianco a becere operazioni politiche.

 

“Il conflitto fra nazionalità in queste terre, ora attutito – esordisce lo storico di lingua slovena Jože Pirjevecfu molto forte nella seconda metà dell'800 e nella prima del '900, e fu dovuto principalmente alle differenze sociali tra la popolazione di lingua italiana, urbana, più sviluppata economicamente e culturalmente e quella di lingua slovena o croata, soprattutto formata da contadini e meno forte a livello economico e culturale. Tra queste due componenti il dialogo si rese impossibile, ognuno si vedeva nel ruolo in cui nato. Nell'Istria ottocentesca questo rapporto si esprimeva nella forma del colonato, con gli italiani padroni delle terre e i contadini slavi nel ruolo di coloni”.

 

“La difficoltà di comunicazione presente, pertanto, esplose nel momento in cui le popolazioni soggette cercarono una propria identità autonoma. Le cosiddette 'nazioni senza storia' dell'Impero austro-ungarico, come gli sloveni o gli slovacchi, volevano conquistarsela, e cominciò così un conflitto d'interessi per il dominio del territorio. Dopo il 1848 e il 1861 lo scontro etnico, molto doloroso, s'acuì. Sarebbe durato un secolo e le guerre mondiali l'avrebbero condizionato, vista l'intenzione dell'Italia liberale e di quella fascista di snazionalizzare gli slavi, espellendone l'intellighenzia, tra cui molti sacerdoti, cambiando cognomi e toponimi, trasformando l'immagine dell'area. Non a caso la rivolta alimentata dalla seconda guerra mondiale che avrebbe travolto l'Italia fascista non era attesa in queste dimensioni”.

 

E' nell'Impero di Francesco Giuseppe, dunque, che s'affaccia per la prima volta il conflitto italo-slavo. La nazionalizzazione delle masse irrigidisce le identità, gli irredentismi, dapprima quello italiano poi quelli croato e sloveno alzano la voce rivendicando l'adesione ad uno Stato nazionale. “L'idea che gli Asburgo avessero messo in campo nei territori adriatici una politica anti-italiana e filo-slava – spiega Pirjevec – è un costrutto della propaganda irredentista italiana. Le diverse realtà hanno una situazione differente: in Istria e a Trieste vige un dominio incontrastato degli italiani, cosa che dimostra l'infondatezza della tesi. Diversa è la situazione in Dalmazia dove sì Zara è città di popolazione italiana ma gli italiani della regione formano una minoranza stimabile attorno al 10%, forte però della proprietà delle terre e delle piccole industrie. Non a caso a metà '800 i croati conquistano la maggioranza nella Dieta”.

 

In una terra dove l'etnicità è sfumata e la nazionalità è d'elezione – molti italiani possiedono non a caso cognomi slavi, ungheresi, tedeschi – la nazionalizzazione introduce un elemento di semplificazione. Le identità etniche si definiscono in maniera più chiara. “Molti di coloro che si definivano italiani, pur possedendo un cognome diverso, verso metà del '900 lo erano davvero. Non conoscevano la lingua della maggioranza, in Istria i signori ignoravano la conoscenza di sloveno e croato e questo aumentava il gap”.

 

L'attacco alla Jugoslavia, infine, scava più in profondo l'odio nazionale. Dall'aprile 1941, il Regio esercito rovescia sui territori del Regno di Jugoslavia oltre mezzo milione di uomini, partecipando coi tedeschi allo smembramento del Paese. La Croazia diviene un feroce Stato fantoccio a servizio degli occupanti e sotto il controllo italiano finiscono parte della Slovenia, il Montenegro, la Dalmazia. Solo la Serbia oppone resistenza, fino a quando l'insurrezione popolare non comincia a ribaltare gli esiti della guerra.

 

Si commettono orrori dal'una e dall'altra parte – prosegue Pirjevec – ma gli italiani lasciano un retaggio di memorie tragiche. Per questo vengono mal visti nei territori dove vivono comunità italiane. In Istria il conflitto sociale secolare si acuisce. Dall'8 settembre 1943 all'ottobre di quell'anno, quando i tedeschi occupano la penisola, comincia una caccia al padrone, una resa dei conti in cui pagheranno con la vita 3-400 persone, anche dei poveracci, in cui gli italiani vennero visti come esponenti del vecchio regime”.

 

La prima fase delle “foibe”, cioè delle stragi commesse sugli italiani, si consuma dunque nell'autunno '43, in Istria. Passeranno poco meno di due anni perché si ripresentino, in un altro contesto, quello giuliano. “La seconda fase è diversa. Ci sono delle vendette in Dalmazia, uccisioni e non foibe nei confronti di fascisti. In Slovenia e nella stessa Dalmazia, d'altro canto, ci sono anche casi di soldati italiani aiutati a fuggire. La situazione istriana però è imparagonabile, è l'esplosione di un'inimicizia secolare. Nel '45 questo non avverrà. Le truppe jugoslave che occupano Trieste e Gorizia cercano i nemici del nuovo regime e della nuova realtà politica a cui si sta dando vita. Un territorio che pullulava di fascisti è teatro di una caccia al nemico ideologico, che molto spesso era italiano. Perdono la vita circa 3000 persone, non tutti ammazzati sul luogo ma molti deportati nei campi di prigionia dell'interno. È un fenomeno che interessa tutta Europa, quello delle rese dei conti. Dall'Italia alla Francia o alla Norvegia, e così via”.

 

“Così accade anche in Jugoslavia – prosegue – dove il momento ideologico è preminente, dove tutto è finalizzato a creare una realtà socialista più giusta, tanto che parti del proletariato triestino e monfalconese sono favorevoli a Tito. Queste rese dei conti assumono proporzioni ben più tragiche nell'interno della Jugoslavia, dove si contano circa 150mila morti. Ancora oggi la memoria pubblica slovena, ad esempio, è condizionata fortemente dalla discussione sulla collaborazione con italiani e tedeschi e sulla lotta partigiana”.

 

Per quanto riguarda l'esodo, i cui numeri rimangono contesi, si può dire che gli italiani si videro crollare il mondo addosso. Erano classe dominante, lingua unica visto che parlare pubblicamente sloveno e croato era proibito anche nelle cerimonie religiose”.

 

Nell'ambito italiano il risorgere e il riconoscimento della memoria degli esuli e dei parenti delle vittime delle stragi ha purtroppo travalicato la legittimità una volta “colonizzata” dalle destre. Il dramma dell'italianità adriatica, saldata ad un progetto politico ben preciso, ha finito così per monopolizzare il discorso pubblico senza aggiungere alcuna conoscenza critica alla storia delle regioni di confine e del rapporto tra nazionalità, ma semmai acuendo le ferite e l'intolleranza anche nei luoghi dove le comunità italofone e slavofone convivono fianco a fianco.

 

Nella comunità slovena i sentimenti maggiori sono il disagio e la rabbia di fronte alla strumentalizzazione di questa storia – conclude Pirjevec – perché è chiaro che si tratta di un'operazione politica voluta dall'alto per compattare l'identità italiana nei confronti di un nemico esterno. La riscoperta delle foibe, in questo senso, è un'operazione a tavolino, il mastice per un compattamente nazionale.Trovare la risposta nell'esaltazione di una memoria gonfiata nelle cifre e nelle tesi è un ripiego ad una crisi ideologica. Nell'ambito di una comunità europea, però, questo è difficilmente accettabile. Se è giusto parlarne, farne un casus è obsoleto”.

 

Jože Pirjevec ​(1940) è uno storico triestino di lingua slovena. Si è occupato della storia delle comunità slave in Italia, della resistenza jugoslava e delle guerre civili degli anni '90. Nel 2009 ha pubblicato "Foibe. Una storia d'Italia" 

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