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Vent’anni dopo, un bilancio sul Giorno della memoria. Bidussa: “L’uso pubblico della testimonianza è scandalistico, non civile”

Il 27 gennaio 1945 i soldati dell’Armata rossa giungevano ai cancelli di Auschwitz, trovandosi di fronte all’orrore. Quel giorno, oltre mezzo secolo dopo, è stato scelto per istituire una ricorrenza utile a riflettere su quanto accaduto. Ma non solo. Nel tempo, però, il Giorno della memoria ha perso d’efficacia. Lo storico David Bidussa, nella seconda “puntata” della rubrica “Memory 27/1-10/2”: “La ripetizione crea assuefazione. Ascoltare solamente delle parole non ha effetto”

Di Davide Leveghi - 27 January 2022 - 09:27

TRENTO. Sono passati ormai vent’anni dalla legge istitutiva del Giorno della memoria (QUI un approfondimento), con cui lo Stato italiano ha riconosciuto il 27 gennaio – “data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz” - come momento per organizzare il ricordo della Shoah e della persecuzione ebraica. Anno dopo anno, questa giornata è divenuta così uno spartiacque decisivo per la costruzione di una memoria pubblica rispetto allo sterminio di due terzi della comunità ebraica europea (QUI un approfondimento), a livello istituzionale come mediatico, soprattutto scolastico.

 

In questo abbondante ventennio, nel suo strutturarsi, il Giorno della memoria ha finito però per acquisire linguaggi e forme su cui intellettuali e storici hanno espresso non poche perplessità. A fronte del riemergere, sempre più diffuso e preoccupante, di scetticismi se non di veri e propri negazionismi, e ancor di più a fronte dell’assuefazione determinata da retorica e ritualità, questa ricorrenza – ci si chiede - quanto ha perso d’efficacia? Quanto può incidere sulla costruzione di una comunità consapevole, matura e democratica?

 

“Non c’è dubbio che nel caso italiano lo scorrere del tempo abbia cambiato il modo di pensare il Giorno della memoria – spiega David Bidussa, storico delle idee che si è occupato approfonditamente del tema (una prima riflessione, proprio in occasione di questa ricorrenza, era stata fatta con lui nell’ambito della prima edizione di “Memory”, QUI l’articolo) – nel 2001, infatti, ognuno di noi, in base alle proprie esperienze e storie, era in grado di fissare alcune scene centrali di drammaticità e conflittualità del secolo appena passato. Cosa videro i soldati dell’Armata rossa una volta giunti ai cancelli di Auschwitz era una di queste, indimenticabili per chiunque”.

 

“Nel 2022, invece, la centralità delle parole che hanno segnato la ricostruzione di quella scena sono diventate virali, sono parte dell’immaginario pubblico – prosegue - non a caso le usano anche i no-vax nelle piazze. Questo ci deve far pensare: quante scosse ha determinato questo processo? Al riguardo sono scettico. L’uso pubblico della testimonianza (con cui si è raccontato l’Olocausto, ndr) è stato scandalistico, non civile. Il primo conto che devo fare per capire se la Giornata della memoria, vent’anni dopo, sia stata efficace sta nel capire che quell’evento, lo sterminio, sta nella nostra società. Questo ci fa riflettere? Penso di no, perché la ripetizione crea assuefazione, no riflessione o distacco. È abitudine. E per questo quelle parole le usano anche i no-vax” (da ultima vedi la manifestazione di Trento di sabato 22 gennaio, QUI l'articolo)

 

Anno dopo anno, divenuto rito e scaduto nella retorica, il Giorno della memoria ha perso così di presa sulla società. Delle tante parole spese, spesso vuote, ripetute nelle scuole come nelle aule del potere, su internet come in televisione, poco rimane. E proprio qui sta il nocciolo del problema. “Se raccontiamo la vicenda solo dalla prospettiva delle vittime, esistono vittime e carnefici assoluti, come in una sorta di scontro fra teatranti – incalza – teatranti calati in un palcoscenico, non in un contesto con diverse figure, diversi gradi di responsabilità, diverse relazioni e storie di vita. Così, però, più avanti si andrà più la dimensione della vittima diverrà precaria. Perché la vittima, in quel caso come in molti altri, anche più quotidiani, non accettava di rimanere in quella condizione, ma cercava di uscire, anche a costo degli altri. È un meccanismo che ci riguarda tutti. Se invece consideriamo la vicenda solo con vittime e carnefici, assoluti, tutta l’operazione culturale crolla”.

 

Il problema diventa quindi come archivio questa vicenda, come racconto quel passaggio, quali domande mi sono fatto a riguardo e quali sul presente – continua lo storico – a cosa serve questa sceneggiata, non in senso spregiativo ma performativo, della Giornata della memoria? Bene, qui entrano in gioco le responsabilità di mondo della didattica, della politica e della cultura. La seconda, così come in parte la terza, pensano però, in questo Paese, solo a sopravvivere, al presente, alle rendite di posizione. Non si pongono domande di lungo periodo. E questo è grave, perché c’è inconsistenza di riflessione civile, di indagine”.

 

La scrittrice Elena Loewenthal, dal canto suo, ancora nel 2014 lanciava una provocazione: abolire la Giornata della memoria. Così come strutturata nel tempo, come immaginata in Italia, il suo esito finiva infatti per essere – sosteneva nel suo pamphlet Contro il giorno della memoria - sostanzialmente nocivo. Ma perché? La scrittrice, ebrea e studiosa di ebraistica, indicava nella concezione che gli italiani si erano venuti facendo di questa giornata il cuore del problema: presentata come omaggio, come risarcimento del Paese alla comunità ebraica, la ricorrenza è concepita come qualcosa che riguarda gli altri, le vittime, non noi in quanto comunità nazionale. Da parte sua, Bidussa condivide solo in parte l’analisi di Loewenthal, spostando il focus su un altro aspetto, la didattica della memoria.

 

“Un aspetto su cui dovremmo riflettere è il fatto che nella legge istitutiva del Giorno della memoria ci sia pochissimo il fascismo, quindi l’Italia – esordisce – di Loewenthal io condivido dunque questa parte, cioè che il 27 gennaio dovrebbe essere un giorno di assunzione di responsabilità. La questione, poi, si pone sul costruire una riflessione civile rispetto a questa giornata. Mi serve questa a ripensare e insegnare in altro modo la storia? Quanta pragmaticità inaugura la sua istituzione? È solo ricordare o è riflessione sulle questioni aperte, sul Paese che vogliamo?”.

 

“Se guardiamo alla ricorrenza del 4 novembre, ad esempio, ci rendiamo conto come tale occasione in Italia non abbia prodotto grandi riflessioni sulla guerra, sulle memorie anche conflittuali della guerra, sulle ferite che ha aperto – prosegue – e questo problema riguarda anche il 27 gennaio, che allo stesso modo potrebbe mettere in moto dei processi di riflessione. Tutto sta, allora, nel costruire un patto emozionale, nel rispondere attraverso iniziative partecipative e d’interlocuzione, in cui le persone sentano di sperimentare un percorso. Solo così si porteranno a casa qualcosa. Ascoltare solamente delle parole non ha un grande effetto”.

 

In questo quadro, nondimeno, anche lo storico svolge un ruolo decisivo. Come? “Ha vari ruoli – spiega Bidussa – in primis quello che riguarda la sua professione. Cioè fare ricerca. Nell’epoca della comunicazione multimediale, tuttavia, non può sottrarsi dal rendere il suo prodotto storiografico fruibile a pubblici più vasti e diversi. Ha una funzione civile, il dovere di preoccuparsi di contribuire a costruire cittadini consapevoli, avvicinandosi anche a persone che hanno una storia culturale che non affonda negli stessi codici culturali nazionali”.

 

Autore di diverse pubblicazioni sulla testimonianza e la memoria – da Dopo l’ultimo testimone (2009) a L’era della postmemoria – Bidussa intravede nell’epoca che stiamo vivendo e che ci apprestiamo a vivere delle prospettive ineludibili per costruire un futuro consapevole e dare alla memoria un ruolo attivo. Per questo parla di “post-memoria”: ma cosa significa? “E’ un problema che riguarda il nostro vivere quotidiano, che ha a che fare con il presente – conclude – per post-memoria non intendo l’accumulo che ognuno ha nel retropensiero, bensì l’insieme fra le scene che uno ha in testa per come se le è immaginate e per come ci sono state raccontate. È un misto di ricordi e di racconti dei testimoni, che ormai, nel caso della Shoah, non ci sono praticamente più. Ha qualcosa di soggettivo, che serve per ritrovare dei pezzi di noi, in base alle nostre sensibilità o anche ossessioni, e qualcosa di oggettivo, di cui c’è riscontro. Questo ci dovrebbe aiutare a capire perché ci sono cose che ricordiamo ed altre che dimentichiamo”.

 

Questo articolo è il secondo di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua "seconda edizione" vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

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