Tradirono Hitler per diventare partigiani in Italia, Greppi: “Cattivi tedeschi? In migliaia, con un surplus di coraggio, passarono nella Resistenza”
Nella terza puntata di “Memory 27/1-10/2”, lo storico Carlo Greppi, autore del libro “Il buon tedesco”, ci illustra attraverso una storia il fenomeno dei disertori del Terzo Reich. “In migliaia, giovani e giovanissimi, passarono con la Resistenza, anche in Italia”

TRENTO. “Quando si pensa alla Seconda guerra mondiale la tendenza più diffusa è di scaricare tutte le responsabilità sui tedeschi, dimenticando che centinaia di migliaia di loro si opposero al nazismo in differenti maniere, alcuni anche in armi. La Resistenza ci fu nell’Europa nera, compresa l’Italia. E se è vero che non ci fu una significativa concentrazione nel territorio del Reich, sui vari fronti furono in molti, giovani e giovanissimi, a compiere questa scelta. Per farlo, va loro riconosciuto un surplus di coraggio”.
Comincia così, lo storico Carlo Greppi, nel presentare il suo libro ai “nostri microfoni”. Il buon tedesco, uscito nell’ottobre 2021, ha già raggiunto la quarta edizione, dimostrando l’interesse crescente nei confronti del tema della diserzione nel Terzo Reich. La ricerca storica, al riguardo, già da decenni ha portato alla luce migliaia di vicende, scalfendo l’immagine monolitica del tedesco ligio al dovere, anche a quello più terrificante. Nondimeno, specie nel nostro Paese, il senso comune continua ad alimentarsi di questa immagine, quella del “cattivo tedesco”, speculare – come da un celebre saggio dello storico Filippo Focardi – a quella del “bravo italiano”.
Quello di Greppi, ad ogni modo, non è un semplice saggio storico. Il buon tedesco è infatti un accompagnamento del lettore in una ricerca. Una ricerca di una storia, o meglio, di diverse storie. Storie che servono, appunto, a mettere in discussione gli stereotipi con cui si dipingono normalmente i tedeschi nel secondo conflitto mondiale. Barbari, disumani, diabolici, privi di qualsiasi scrupolo. “Tutto è nato da un’idea che da tempo galleggiava nella mia mente”, racconta lo storico torinese, membro del comitato scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri e tra i fondatori dell’associazione culturale Deina (ne avevamo parlato, sempre nell’ambito di “Memory 27/1-10/2”, QUI).
“Volevo invitare i lettori e quelli che vengono a conoscenza di lavori come questo a considerare che l’umanità è complessa e anche dove ci sono gli stereotipi più radicati c’è la necessità di indagare – prosegue – la storia raccontata, infatti, è commovente. Parla di una scelta che ha un livello di epicità e di significatività molto alto. Il fenomeno della diserzione tra le file delle formazioni militari tedesche fu infatti importante e coinvolse migliaia di persone su tutti i fronti. Anche se, chiaramente, non va sovrastimato, perché fu cosa di una minoranza, come in generale tutta la Resistenza”.
Al centro della narrazione, al confine appunto fra un saggio storico ed il racconto personale della ricerca, delle difficoltà e delle gioie, delle sorprese e dei crucci dell’autore, c’è una figura già salita agli onori della cronaca in diversi prodotti culturali: l’ufficiale della Kriegsmarine, la marina da guerra tedesca, Rudolf Jacobs. Ma non si tratta del solo racconto della sua straordinaria vicenda. Il buon tedesco è un continuo intrecciarsi di storie di disertori tedeschi e austriaci.
“Sono tante storie che si affastellano – spiega – e ciò è dovuto a tante ragioni: non solo per la voglia di non raccontare una sola storia, che sarebbe potuta passare come un’eccezione, ma per restituire un’immagine di un piccolo esercito che viene alla luce. Quella di Jacobs è infatti una storia eccezionale ma ricorrente, in Italia come in Urss, così come in Grecia e in altri fronti della guerra. Tutti combattenti che vanno a rimpinguare le formazioni partigiane, componendo idealmente una brigata. Solo in Italia, secondo i miei calcoli, se ne contano fra i 2000 e i 3000”.
Ma non sempre i racconti dei compagni di lotta o dei testimoni, così come gli indizi, piccoli e parziali, restituiscono l’intera umanità che decide di passare dalla parte dei ribelli, affrontando mille difficoltà e rischiando torture e morte. È il caso del “co-protagonista” del libro, l’attendente di Jacobs, passato come l’ufficiale di marina dalla parte dei partigiani della brigata Garibaldi “Ugo Muccini”, operativa nella zona di Sarzana e delle Alpi Apuane, proprio alle spalle della linea Gotica. Di lui, infatti, sono rimaste poche tracce.
“E’ una figura paradigmatica, quella dell’attendente, perché fa parte di vicende che possiamo ricostruire solo fino a un certo punto – continua – in molti casi, infatti, ci rimangono solo un racconto di un compagno, un nome, una lapide. La storia è così, non tutti lasciano delle tracce e spesso queste, con il tempo, si rarefanno. A chi voglia raccontare le loro storie, dunque, non resta che battagliare con l’oblio, cercando di riportare queste figure alla dignità di attori della Storia”.
Come accennato, Il buon tedesco è un libro che vuole scontrarsi frontalmente con miti e pregiudizi duri a morire. In particolare, quello del “cattivo tedesco”, che come un Giano bifronte alberga in sé lo speculare stereotipo del “bravo italiano”. È un mito che non solo scarica ogni responsabilità sui tedeschi, etichettati con le peggiori qualità, ma che, "identitario, autogratificante e autoassolutorio" - come da definizione di Focardi - ci racconta come un popolo intrinsecamente buono, incapace di compiere malvagità.
“E’ un mito inossidabile, che anch’io, nel mio lavoro, mi sono trovato di fronte, fra i commenti sui social ad esempio. Sebbene ricerca e senso comune si trovino a riguardo su due pianeti molto lontani, la sensazione è che si usino due pesi e due misure con italiani e tedeschi. È un discorso trasversale, che vale anche a sinistra. È una specie di nazionalismo inconsapevole, che quando si guarda ai nostri partigiani rende facile la mitografia, mentre nei confronti dei tedeschi antepone i vecchi pregiudizi”.
Ma non è il solo, questo mito, ad essere toccato dal lavoro di Greppi. La prospettiva con cui si guarda alla Resistenza è stata infatti per decenni collegata alla sola storia nazionale. Ma così come avvenne nella brigata in cui si trovò a combattere e a morire Jacobs, nel partigianato europeo si trovarono a lottare fianco a fianco decine di nazionalità. Uomini da tutto il mondo, arrivati nei diversi luoghi con traiettorie incredibili, uniti – con tutti i gradi e le sfumature possibili – dal desiderio di ribellarsi alla barbarie nazifascista.
“Furono oltre 50 le nazionalità che combatterono nella Resistenza italiana – conclude Greppi – e questo discorso vale per tutta Europa. Tutti intendiamo quella storia come nazionale, dimenticando però che al tempo, nella penisola, a combattere v’erano circa un centinaio di diverse nazionalità. Dalla storia lunga, che affonda le radici nella guerra civile spagnola, quella della Resistenza non poté che avere una forte connotazione internazionale e transnazionale”.
Questo articolo è il terzo di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua "seconda edizione" vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

















