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Dall'antifascismo all'antitotalitarismo, il "cantiere" della memoria è sempre aperto. Focardi: "Sono le crisi politiche a cambiare i paradigmi dominanti"

Nel quarto approfondimenti di "Memory 27/1-10/2", lo storico Filippo Focardi paragona la memoria a un cantiere in continuo divenire, tra fasi più esacerbate di scontro e la messa in discussione dei paradigmi dominanti dopo i momenti di crisi politica. Ecco come siamo arrivati, dunque, all'istituzione delle ricorrenze in ricordo della Shoah e delle foibe

Di Davide Leveghi - 06 febbraio 2021 - 09:30

TRENTO. La memoria, per definizione, è un “cantiere”. Sempre aperta alle mutazioni, in costante costruzione ed evoluzione, quella memoriale è una dimensione in perenne divenire, specie nei momenti di crisi politica e culturale, quando i paradigmi dominanti vengono rimessi in discussione. Così è avvenuto dopo il 1989 e la caduta del Muro, dando avvio a quel processo di allargamento dell'Unione a Est che dal punto di vista delle politiche memoriali è culminato nella mozione del Parlamento europeo che “equipara” fascismo e comunismo – ne avevamo parlato, a un anno di distanza, con lo storico Marcello Flores (QUI l'approfondimento).

 

I momenti di crisi, pertanto, rappresentano degli spartiacque capaci di scompaginare quelle che si consideravano certezze indiscutibili. “Quello della memoria è un lavoro in fieri, un cantiere sempre aperto in cui si muovono attori che hanno esigenza di costruire e ricostruire, specie nei momenti di crisi politica, in cui le narrazioni dominanti vengono colpite e incalzate dal basso – spiega lo storico Filippo Focardi, autore del volume Nel cantiere della memoria. Fascismo, resistenza, Shoah, foibe – dopo il 1989, spartiacque anche per i riferimenti memoriali, dei processi già avviati prendono ulteriore impulso dalla nuova fase politica”.

 

Accanto alla memoria della Shoah, infatti, prende campo la tendenza a mettere sullo stesso piano comunismo e nazismo. È la memoria antitotalitaria – continua  – nuovo paradigma per leggere la storia del '900, a detrimento della memoria antifascista che era ufficiale nelle democrazie popolari dell'Est. Questo nuovo paradigma memoriale apre delle questioni importanti, instaurando un nuovo modello”.

 

Ma questo modello interessa anche il nostro Paese? L'Italia sperimenta questo stesso processo di trasformazione. Dal 2000 in poi si istituiscono infatti una serie di date, delle solennità civili che cambiano il calendario. Si ricordano i militari caduti nelle missioni all'estero, le vittime della mafia, le vittime del terrorismo. Una pluralità di memorie istituzionali si impongono, di cui le più importanti vengono rappresentate dalla Giornata della Memoria e dal Giorno del Ricordo. Queste date, non a caso, riguardano proprio i due pilastri della memoria europea: la Shoah e l'anti-totalitarismo, con cui si tende a equiparare comunismo e fascismo”.

 

Nuove narrazioni dominanti nel panorama europeo, le memorie anti-totalitaria e della Shoah si declinano nei singoli contesti nazionali, albergando, oltre a delle potenzialità, anche dei pericoli. “Per quanto riguarda la memoria della Shoah c'è il rischio che si centri tutto sul ruolo degli italiani che hanno salvato gli ebrei – spiega Focardi – un discorso memoriale che avrebbe dovuto rivolgersi al Paese per farlo riflettere sulle responsabilità italiane in realtà non si è realizzato. Nella prassi celebrativa è entrata infatti la figura dell'italiano salvatore, un alibi comodo per non riflettere e che è legato ai meccanismi stessi delle commemorazioni, il tutto a detrimento della storiografia”.

 

“Nella prassi prevale l'autocelebrazione, si celebra l'italiano che salva e si perde la consapevolezza della storiografia. E questo perché a livello di senso comune diffuso c'è la tendenza a riconoscersi nei bravi italiani più che nelle responsabilità storiche – sul tema il professor Focardi ha scritto un magistrale volume, intitolato Il cattivo tedesco e il bravo italiano: la rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, mostrando come nel senso storico comune ci sia la diffusa tendenza a scaricare sui tedeschi, 'cattivi perfetti', le evidenti responsabilità nostrane – non tutto è così, però. La figura di Liliana Segre da questo punto di vista è esemplare, data la grande lucidità nel ricordare sempre le responsabilità fasciste nella persecuzione degli ebrei. Anche il presidente Mattarella si è dimostrato attento, evidenziando come le leggi razziali siano uno dei tanti crimini del regime fascista”.

 

Rispetto alla memoria delle foibe, invece, si notano gli effetti più pericolosi. Questa memoria è stata infatti promossa in una prima fase dalla destra italiana, declinata e trasmessa secondo dei vecchi canoni nazionalistici in cui si elude il contesto e ci sono solo le vittime della barbarie slavo-comunista. Un forte anticomunismo si unisce con il razzismo antislavo, portando anche a incidenti diplomatici. Solo in un secondo momento è emersa una memoria più critica e autocritica. Da questo punto di vista il presidente Napolitano era partito malissimo nel 2007, facendo poi un importante gesto simbolico a Trieste in una logica riconciliativa europea. Da lì, sempre grazie ai presidenti della Repubblica, si è aperto un percorso che porta a Mattarella nel 2020. Ma accanto a questa memoria riconciliativa europea, che non è predominante, c'è un uso strumentale delle foibe nella vecchia chiave nazionalistica, di cui è espressione anche una mozione della Regione Friuli-Venezia Giulia del 2019 che toglie i finanziamenti alle associazioni che 'negano o riducono' il fenomeno delle foibe”.

 

Lo stato di “guerra delle memorie” non è permanente ma vive di fasi più o meno accese. A determinare i picchi vi sono delle particolari circostanze. “Ci sono delle fasi più intense nella guerra di memoria – spiega Focardi – che coincidono con la crisi politica. Così è avvenuto nella seconda metà degli anni '90, quando il centrodestra al potere aveva proposto ad esempio la sostituzione del 25 aprile, o nei primi 10 anni del 2000. Tra il 2011 e il 2019 questa guerra si è allentata e il ruolo del presidente della Repubblica è stato fondamentale perché ha sostituito i partiti provando a tenere assieme il Paese e declinando la memoria della Resistenza. Tenendo in piedi questo pilastro, si è aperto alle nuove istanze, svolgendo una funzione molto positiva”.

 

Non si tratta quindi di un periodo di guerra della memoria esacerbata, ma di fasi – prosegue – persistono delle memorie confliggenti e che in parte si imitano. Quella della Resistenza, quella della Shoah e quella delle foibe, che in parte sono antagoniste e in parte imitative. Penso al ministro Salvini che equipara i bambini della Shoah con quelli delle foibe”.

 

Invaso dalla memoria, lo spazio pubblico è però carente di storia. “C'è una consapevolezza crescente, non solo tra gli storici, che ci sia più bisogno di storia, come sapere critico che vede la complessità e tiene insieme le tante facce della realtà, e meno di memoria – conclude – la memoria fondata sul testimone e sulla vittima, infatti, cristallizza le posizioni, sacralizzando la vittima e zittendo lo storico. Il testimone è un totem. Per questo bisogna alzare il tasso della storia e non solo nel rapporto che ha con la memoria, ma anche come posizione civile che lo storico ricopre”.

 

Questo articolo è il secondo di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua "seconda edizione" vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

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