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Dal linguaggio ai numeri, perché ricordiamo i profughi adriatici? Lo storico Gobetti: "E' l'elemento politico a incidere su quale memoria evidenziare"

Perché ricordiamo le vittime e i profughi dei territori dell'Alto Adriatico e non i tanti italiani costretti nello stesso periodo a tornare dalle colonie o dalla Tunisia? A incidere su quale memoria evidenziare concorrono degli elementi politici. Dal linguaggio alla battaglia sui numeri, con lo storico Eric Gobetti, in occasione del Giorno del Ricordo, chiudiamo l'edizione 2021 di "Memory 27/1-10/2"

Di Davide Leveghi - 10 February 2021 - 10:43

TRENTO. Questione dirimente nel dibattito pubblico italiano, quella del “confine orientale” si caratterizza per l'evidente discrepanza tra i fatti, ricostruiti mediante l'analisi critica delle fonti, e l'ormai dominante narrazione. L'arena pubblica si trasforma così in un “campo di battaglia”, dove lo spazio per gli studiosi viene limitato o ridotto, tra campagne diffamatorie e accuse di negazionismo, mentre a regnare è una visione profondamente condizionata da vecchi stereotipi e da un linguaggio fortemente nazionalistico.

 

Così è avvenuto a Eric Gobetti, storico torinese che da anni si occupa delle vicende di questa parte d'Europa e autore di un libro, “E allora le foibe?”, al centro ancor prima di uscire di grandi polemiche da parte della destra italiana – e non solo. Impegnato come studioso a decostruire i miti e i pregiudizi che avvolgono le vicende in questione, ha per questo cercato di confezionare un comodo e scorrevole manuale per approcciarsi alla storia e al mito (cioè alla rappresentazione ideologica) delle foibe. “Il libro si rivolge a un pubblico medio, non è per chi è già a conoscenza dei fatti né per chi è schierato ideologicamente”, spiega al nostro giornale.

 

“E allora le foibe?” - che già nel titolo mostra quanto il fenomeno in questione venga utilizzato strumentalmente impedendo il dialogo – affronta i diversi aspetti del “confine orientale”, ricostruendo da una parte la storia degli avvenimenti in questione e dall'altra riflettendo sulle conseguenze dell'uso politico della storia. Già nel linguaggio, infatti, si può ritrovare un primo elemento deformante.

 

Volutamente nel libro non ho parlato di Venezia Giulia e di giuliano-dalmati – racconta Gobetti – questi termini rimandano infatti al dominio di Venezia e di Roma, con riferimenti storici che non hanno senso. Venezia non era infatti uno Stato-Nazione e non seguiva logiche nazionalistiche. Gran parte dei territori in questione erano domini degli Asburgo. Il riferimento a Roma, invece, è uno strumento propagandistico nazionalista. Secondo questa logica dovremmo infatti rivendicare gran parte del Mediterraneo”.

 

Riguardo alle 'foibe' e alla 'pulizia etnica', invece, si nota l'uso razzista della terminologia – continua – c'è la volontà precisa di descrivere in maniera barbara e arcaica un territorio e un popolo, con termini che non verrebbero mai utilizzati, ad esempio, per parlare della guerra tra irlandesi e inglesi o dello scontro tra catalani e spagnoli. Etnicità ed etnie sono sempre riferiti ai Balcani, alimentando un'immagine barbara che poco ha a che fare con la realtà. L'uso delle foibe in guerra era normale, non una prerogativa degli slavi. La maggior parte delle morti, nondimeno, avviene nei campi di prigionia jugoslavi, come tra l'altro avviene in molte altre parti d'Europa”.

 

A costruire l'immaginario distorto veicolato con forza nel dibattito pubblicato, ci pensano poi le cifre, utili a gonfiare la percezione del fenomeno e a tracciare paralleli storicamente improbabili. “L'elemento autoevidente delle cifre è il più facilmente smontabile – spiega – e anche tra i meno rilevanti. Un crimine è tale anche quando le persone sono una o poche. Tuttavia l'entità del fenomeno incide sul giudizio storico, rendendo impossibile paragonare le foibe alla Shoah, ad esempio. Questo accostamento vergognoso non solo non tiene conto che il massimo delle persone uccise sul confine orientale sia di 5000, ma ignora anche il perché le uccisioni siano avvenute”.

 

Nel discorso pubblico si parte da 10mila in su, perché più alto è il numero di vittime maggiore è l'impressione. Quando era ministro delle comunicazioni, Maurizio Gasparri parlò addirittura di un milione di vittime. Una dichiarazione che è grave se consideriamo il ruolo che ricopriva”.

 

Accanto alle “foibe”, elemento dominante per la forza evocativa e sinistra che suscita, v'è poi il fenomeno dell'esodo, su cui si le manipolazioni e le falsificazioni non mancano. “E' un fenomeno che segna la scomparsa di un mondo straordinario – prosegue lo storico torinese – e che è risultato della sconfitta dell'Italia nella guerra. Il Paese perde dei territori come avviene per molti altri. La Germania ne ha persi di più, così come scompare la secolare presenza delle comunità tedesche in Europa orientale. Parliamo di 12 milioni di tedeschi, di cui 2 milioni perdono la vita. Gli esodi, durante e alla fine della guerra, coinvolgono moltissimi popoli europei perché quando cambiano i confini le persone si muovono. Gli spostamenti di popolazione sono quindi il risultato di una logica nazionale e nazionalistica, oltre che della guerra”.

 

Gli italofoni che vivono nell'Alto Adriatico non sono gli unici a spostarsi. “Un numero paragonabile riguarda gli italiani del Dodecanneso, isole sotto il dominio italiano dal 1912, il Nord Africa, con comunità radicate come quella in Tunisia, e dalle colonie. È raccapricciante vedere quanto rilevante sia l'elemento politico nell'incidere su quale memoria evidenziare. La comunità italiana in Tunisia, costretta a tornare in Italia, non è elemento di rivendicazione perché in quel caso il nemico sarebbe la Francia e con quella non ci si può mettere a recriminare. Ricordiamo infatti che l'Italia entrò nella Seconda guerra mondiale proprio attaccando la Francia”.

 

“Sul confine orientale ci si permette di farlo non solo per la funzione anti-comunista che poteva avere dopo la guerra ma soprattutto dopo le complesse vicende degli anni '90 in Jugoslavia, quando non c'è più un Paese forte ma dei Paesi deboli e poco rilevanti, la Slovenia e la Croazia, che come noi hanno interesse tra l'altro a mettere in cattiva luce la Jugoslavia comunista”.

 

Con l'istituzione del Giorno del Ricordo, avvenuta nel 2004, si dà così spazio a narrazioni fino a quel momento marginali, non solo frutto delle memorie e delle esperienze di quegli italiani che decisero di andarsene ma anche dell'estrema destra. “E' difficile valutare gli effetti e per questo è meglio parlare di obiettivi che la narrazione dominante sulle foibe possono avere sulla popolazione – illustra Gobetti – un elemento utile per la costruzione dell'immaginario collettivo sono i film. La prospettiva in 17 anni di Giorno del Ricordo è cambiata, passando da 'Il cuore nel pozzo', in cui si parla di italiani normali e di italianità, a 'Rosso Istria', in cui invece si tratta una vicenda storica vera e propria, quella di Norma Cossetto, proponendo sempre un immaginario errato ma con uno sguardo più realistico: quello delle vittime, che in questo caso sono fascisti appoggiati dai nazisti”.

 

“Mettendosi nel loro punto di vista, trasmettono il loro immaginario al Paese. Ed è molto pericoloso. In tutti e due i casi, infatti, parliamo di prodotti Rai. Simbolicamente, però, il cambio di prospettiva tra questi due elementi fa passare dalla riappacificazione tra gli italiani alla memoria fascista. Per questo dobbiamo impegnarci per evitarlo”.

 

Quali prospettive si possono vedere, dunque, per il Giorno del Ricordo? “Di per sé questo giorno sarebbe un'ottima occasione, al di là delle problematiche delle date di celebrazione retorica, per fare i conti con la storia italiana. Nelle legge di istituzione si parla di complesse vicende del confine orientale. Sarebbe questo il punto centrale, anche se finisce per essere quello dimenticato. La sua importanza risiede nello stesso riferimento alla complessità, perché è questa che ci insegna il male dei nazionalismi, delle ideologie e delle dittature, che rischiamo sempre di avere anche davanti a noi”, conclude.

 

Questo articolo è il quinto e ultimo di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua "seconda edizione" vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

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