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Le tappe verso la “Soluzione finale”: dalla legislazione antisemita alla conferenza di Wannsee, cronaca di uno sterminio

Il 20 gennaio 1942, in una località alle porte di Berlino, i papaveri del regime nazionalsocialista procedevano al coordinamento e all’organizzazione dell’annientamento degli ebrei d’Europa. Fu l’ultima tappa di un processo cominciato un decennio prima, in un continente attraversato da forti tendenze antisemite. Comincia la serie di approfondimenti della rubrica “Memory 27/1-10/2”, dedicata anche quest’anno al tema della memoria e delle sue ricorrenze civili

Di Davide Leveghi - 20 January 2022 - 10:40

Se all’inizio della guerra e durante la guerra avessimo tenuto sotto il gas asfissiante 12 o 15mila di questi corruttori del popolo ebrei, come dovettero sopportare sul campo centinaia di migliaia tra i nostri migliori lavoratori tedeschi di ogni ceto e professione, i milioni di vittime al fronte non sarebbero stati invano. Al contrario, eliminare al momento giusto 12mila manigoldi avrebbe salvato forse la vita a un milione di tedeschi normali, preziosi per il futuro” (dal Mein Kampf di Adolf Hitler, 1925)

 

Nei riguardi della politica interna, il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni o peggio a suggestioni sono dei poveri deficienti ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli imperi si conquistano con le armi ma si mantengono con il prestigio, e per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno, la nostra posizione è stata determinata da questi incontestabili dati di fatto” (Benito Mussolini, discorso di Trieste del 18 settembre 1938 - QUI un approfondimento)

 

TRENTO. Il 20 gennaio 1942, in una località alle porte di Berlino (QUI un approfondimento), i vertici del regime nazionalsocialista si incontravano per coordinare e sincronizzare a livello continentale la risoluzione della questione ebraica. Dopo quasi un decennio di persecuzione e discriminazione, culminato con l’espansione verso Est, la ghettizzazione e le prime grandi esecuzioni di massa, la “soluzione finale” assumeva la decisiva accelerazione.

 

Lo sterminio, nondimeno, aveva già preso forma nei mesi precedenti, quando unità speciali delle SS, della polizia e della Wehrmacht, le Einsatzgruppen, procedettero nei territori occupati alla fucilazione in massa degli ebrei catturati e dei prigionieri politici. Per facilitare il lavoro degli aguzzini, eliminando possibili traumi e velocizzando il processo, nel dicembre ’41, a Chelmno, in Polonia, avvennero i primi esperimenti con il gas: stipate nei cassoni dei camion, le vittime venivano soffocate con i fumi di scappamento. Ma tale meccanismo doveva ricevere, senza produrre troppo clamore, un efficientamento: le camere a gas.

 

Con Wannsee (questo il nome del luogo alle porte di Berlino), dunque, la “soluzione finale” della questione ebraica assunse il suo più spaventoso volto: la morte divenne nientemeno che un processo industriale. Scrive lo storico Enzo Collotti nel suo agile volume La soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei: “La creazione dei campi di sterminio spostò il massacro dal livello dell’efferatezza selvaggia dei reparti speciali alla premeditazione scientifica dell’eccidio programmato e industrializzato. Essa non fu solo l’esasperazione delle pratiche di segregazione di una larga componente della società già sperimentata con i campi di concentramento e con i grandi ghetti. Essa implicava infatti la convergenza verso la tecnologia della morte di diversi fattori e la complicità nell’omicidio di massa di numerose articolazioni dell’apparato dello Stato e di spezzoni della stessa società tedesca, nonché di collaboratori dei tedeschi nei paesi invasi”.

 

Wannsee, pertanto, aprì la fase dei campi di sterminio e delle camere a gas. Non fu tanto il momento in cui si decise la “soluzione finale”, quanto la tappa determinante dal punto di vista logistico. Una tappa, tra l’altro, di un percorso cominciato e preparato ben prima. Ripercorriamo così la traiettoria che portò all’uccisione di milioni di persone, non solo ebrei, nel corso dell’espansione del nazifascismo in tutta Europa.

 

L’humus in cui germogliarono i semi dell’antisemitismo fu il diffuso clima di scoramento e rabbia prodotto in Germania dalla sconfitta nella Grande Guerra e dalle umilianti misure decise in sede di trattative di pace. Più in generale, l’intera Europa fu attraversata nel primo dopoguerra da un tangibile senso di catastrofe e di declino della propria civiltà, in un mondo dove ormai aveva perso il suo secolare ruolo egemone. Diffuso sentimento, nondimeno, amplificato dagli echi della rivoluzione bolscevica, percepita come imminente in numerosi Paesi del continente.

 

Questi fattori conversero nel determinare, nella ricerca di un capro espiatorio, il propagarsi di teorie antisemite. Ricorrendo all’antigiudaismo, infatti, demagoghi e manipolatori delle masse poterono adoperare uno strumento facile e spendibile presso larghi strati dell’opinione pubblica, evitando d’interrogarsi sulle reali cause della profonda crisi in cui era piombato il continente. Giocoforza, la stessa rivoluzione russa fu collegata al ruolo svolto dagli ebrei, alimentando lo spauracchio del giudeo-bolscevismo.

 

In questa cornice, gli sconvolgimenti avvenuti in Est Europa, con la dissoluzione dell’Impero zarista ed un diffuso clima d’incertezza, riprodussero un fenomeno di emigrazione verso Ovest delle comunità ebraiche russe, polacche e baltiche; la meta privilegiata furono proprio i Paesi di lingua tedesca. L’emigrazione dei cosiddetti Ostjuden – espressione ben presto velata da un’accezione spregiativa – contribuì così ad offrire utili pretesti agli sciovinisti convinti del ruolo disgregatore e pericoloso degli ebrei, mentre a Est la forte presenza di comunità ebraiche rafforzò gli antichi pregiudizi.

 

A nutrire i fermenti antisemiti concorsero infatti molte cause, spesso rispondenti alle caratteristiche dei diversi contesti locali – determinante fu il ruolo della pubblicistica antisemita, con veri e propri falsi “di successo” come i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, prodotto della polizia zarista. Scrive ancora Collotti: “In contesti privi ancora di solide borghesie nazionali, di classi dirigenti assestate e di una sicura identità nazionale la leva del nazionalismo andò quasi sempre associata a un virulento antisemitismo, in cui si cumulavano l’immagine dell’ebreo come concorrente nella vita economica, l’ostilità dell’ebreo come elemento estraneo, fattore di divisione della omogeneità cristiano-cattolica su cui faceva leva la Chiesa cattolica per accrescere con il consenso di larghi strati sociali il proprio peso specifico nei nuovi Stati in assestamento”.

 

L’Europa del dopoguerra, così, era attraversata da importanti tendenze antisemite. Già nel 1920, il programma del Partito nazionalsocialista tedesco formulava la richiesta della privazione della cittadinanza tedesca per gli ebrei e la loro espulsione dalla vita pubblica. Il salto di qualità dell’antisemitismo europeo avvenne però con il 1933, quando Hitler assunse la carica di cancelliere del Reich. La persecuzione degli ebrei, per lo più in forma autonoma, fu da quel momento esercitata in diversi Paesi, non ultima l’Italia fascista, che nel 1938 investì la sua piccola e integrata comunità ebraica con una normativa discriminatoria, prodotto inevitabile della “chiara e severa coscienza razziale” che il regime voleva imporre – l’apparato legislativo antiebraico italiano fu secondo solo a quello tedesco.

 

Ingrediente essenziale di tutte le correnti nazionalconservatrici, l’antisemiitsmo rappresentò innanzitutto per i nazionalsocialisti il motore della propria politica e del futuro desiderato per il “nuovo ordine mondiale”; e questo nonostante la presenza ebraica nel Paese non raggiungesse nemmeno l’1% della popolazione. Il passaggio dalla teoria alla pratica, pertanto, fu alquanto rapido e già nel ’33 il regime cominciò la promulgazione di leggi contro gli ebrei, con la loro esclusione dalla vita pubblica.

 

Mentre da una parte si assistette all’abolizione dei diritti e delle libertà fondamentali, con gli arresti e le deportazioni nei campi di concentramento di oppositori politici e soggetti non conformi alle idee nazionalsocialiste, dall’altra la legislazione antisemita mise progressivamente ai margini della società la componente ebraica. Gettate le premesse nei primi due anni di dittatura, furono le leggi di Norimberga del 1935 a sancirne l’isolamento e la segregazione civile. La violenza nei suoi confronti, poi, subì un’ulteriore accelerazione con l’efferato pogrom della “notte dei cristalli” (9-10 novembre 1938), prodromo della persecuzione a cui sarebbero andate incontro anche le comunità ebraiche dell’Est europeo, oggetto dell’espansionismo tedesco – la comunità ebraica polacca rappresentava, dopo quella sovietica, la più grande d’Europa.

 

Boicottati, marginalizzati, privati della cittadinanza e gettati in un limbo giuridico, gli ebrei tedeschi cercarono scampo all’estero. La metà dei circa 500mila ebrei presenti in Germania nel 1933, ed in particolare coloro che se lo potevano permettere, emigrò, fino a quando, nell’ottobre 1941, il regime non ne proibì la partenza. Dall’1 settembre di quell’anno, nondimeno, nei territori del Reich fu loro imposto di portare sui capi di vestiario la stella di David, esponendosi al pubblico ludibrio e ad una, definitiva, “uccisione civile” (Collotti).

 

L’area della Polonia occupata dai nazisti nel settembre ’39 comprendeva circa i 2/3 dei 3 milioni di ebrei polacchi. Diviso in aree direttamente annesse al Reich e nella colonia di sfruttamento del Governatorato centrale, questo territorio rappresentò un laboratorio essenziale per la soluzione della questione ebraica. Strumento di centrale importanza fu la ghettizzazione: il 10 dicembre ’39 veniva istituito il primo ghetto nella grande città industriale di Lodz, ribattezzata dai tedeschi Litzmannstadt. Seguirono Varsavia (il più grande, che arrivò ad avere oltre 400mila persone), Cracovia, Lublino. E via via lungo i territori conquistati dai tedeschi dopo l’aggressione all’Unione sovietica, nel giugno ’41 (QUI un approfondimento).

 

I tedeschi, da parte loro, delegarono la gestione dei ghetti agli stessi ebrei, in particolare ai Consigli ebraici (Judenrat), puntando così a dividere le comunità, costrette ad una vita di stenti, promiscuità e violenza. La disumanizzazione, preparata dalle legislazione, procedette spedita con l’invio degli ebrei del Reich nei grandi ghetti polacchi, fino, appunto, allo sfruttamento per lo sterminio del sistema concentrazionario già avviato in precedenza.

 

Il meccanismo dello sterminio, come detto, già era stato avviato con l’aggressione all’Unione sovietica, in cui guerra antibolscevica e crociata antigiudaica si saldarono in un’unica missione, rovesciata su popolazioni considerate tra l’altro inferiori, gli slavi, perché non appartenenti alla “razza ariana”. Anni di propaganda portarono come frutti la partecipazione convinta di larghe fette dell’esercito – oltre alle fanatiche SS – alla macchina dello sterminio, predisposta nella conferenza di Wannsee.

 

Tale macchina doveva funzionare secondo una precisa logica, culminata nell’eliminazione fisica di una enorme massa di uomini nei campi di sterminio, situati in luoghi strategici non lontani dai grandi ghetti polacchi. Qui, infatti, venivano convogliati i loro abitanti, mentre ad Ovest, nei territori occupati di Francia, Belgio ed Olanda, per le comunità ebraiche si procedeva alla spoliazione dei beni, all’internamento ed infine alla deportazione verso Est. I campi di lavoro e d’internamento, su tutti quello di Auschwitz, vennero a quel punto trasformati in campi di sterminio. Altri, come Chelmno, furono invece direttamente costruiti con lo scopo di sterminarne i prigionieri e così Belzec, Majdanek, Treblinka, Sobibor. Da tutti i territori occupati, da ultimi gli ormai ex alleati Italia (decisivi furono gli elenchi stilati in precedenza dal regime, oltre alla convinta collaborazione dei fascisti repubblicani - QUI un approfondimento) e Ungheria, si procedette così all’internamento, alla raccolta e alla deportazione delle comunità ebraiche.

 

Non tutte le vittime trovarono la morte nei campi. Quando la “soluzione finale” giunse alla tappa decisiva, decisa a Wannsee, lo sterminio aveva già preso avvio con le uccisioni di massa nei territori sovietici. La macchina avviata dai tedeschi, come animata da automatismo, continuò ad uccidere anche quando le sorti della guerra stavano volgendo a favore degli alleati, procedendo così al di là di ogni necessità bellica. In certi casi, poi, all’avanzata delle forze antinaziste si procedette all’eliminazione delle prove, con la distruzione dei campi, delle camere a gas e dei forni crematori, ultimo sfregio alle vittime e a chi, da sopravvissuto, avrebbe potuto solamente raccontare. Evacuati, i prigionieri furono in altri casi costretti a marce forzate e spesso mortali per scappare dall’arrivo delle armate nemiche.

 

Per lunghi anni, dal secondo dopoguerra, si è cercato di ricostruire numericamente l’Olocausto. La storiografia, nonostante le difficoltà, è riuscita a definire una stima che si aggira attorno a 6 milioni di persone, di cui metà circa uccise nei campi di concentramento o di sterminio. Dal mondo, dunque, spariva circa un terzo della popolazione ebraica.

 

Questo articolo è il primo di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua "terza edizione" vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

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