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Perché si ricorda la ritirata ma non l’aggressione? Rimozioni e memoria della campagna italiana in Unione sovietica

Sulla campagna di Russia, scatenata dai tedeschi il 22 giugno 1941, la memoria pubblica italiana si caratterizza per la maggiore enfasi data alle fasi finali. Le condizioni estreme, l’equipaggiamento inadeguato, l’atteggiamento poco solidale del più forte alleato e la straordinaria forza con cui i soldati seppero resistere alle tremende sofferenze hanno contribuito a mettere in secondo piano le motivazioni e il ruolo degli italiani nell’aggressione all’Urss

Di Davide Leveghi - 22 June 2021 - 20:38

TRENTO. E’ l’alba del 22 giugno 1941 quando le truppe tedesche, formate da oltre tre milioni di soldati, danno avvio ad una delle più grandi offensive della storia: l’operazione Barbarossa. Così come, più di un secolo prima, aveva fatto Napoleone, anche la Germania nazista invade la Russia, nel tentativo di eliminare l’acerrimo nemico ideologico e di trasformare le sterminate terre ad Est in un enorme “fabbrica” al servizio delle necessità del Reich. A concorrere alle mire tedesche vi sono anche 600mila soldati alleati, fra finlandesi, romeni, ungheresi, slovacchi e italiani.

 

Chissà perché, della campagna di Russia, si mette in evidenza il secondo tempo, che è stato quello sfortunato, e non il primo, che è stato un periodo veramente lirico, sotto il profilo militare, e nella quale esplose, come in poche circostanze - io che ho fatto quattro guerre e ho potuto constatare - il valore del soldato italiano. Perché, non bisogna perdere di vista che siamo stati sbattuti in tutte le latitudini con la consueta inferiorità di uomini e di mezzi”.

 

Descrive così, un ufficiale del Regio esercito, l’inizio della campagna contro l’Unione sovietica. La testimonianza, raccolta assieme a molte altre nel documentario di Alessandro Blasetti La lunga strada del ritorno (1962), si incastona tra le voci di genitori rimasti senza figli, di mutilati di guerra e di reduci di tutti i fronti che videro impegnato l’esercito dell’Italia fascista nella Seconda guerra mondiale.

 

Fonte preziosa (anche se da prendere con le pinze), questa come le altre testimonianze aiuta a costruire il puzzle di un’umanità mandata in guerra a centinaia, se non a migliaia, di chilometri da casa. E alla preoccupazione del reduce, seppur con il solo frammento di racconto a disposizione, ci si può spingere nel rispondere dicendo che la memoria pubblica – fenomeno non solo italiano – più facilmente tende ad evidenziare le sofferenze patite che non quelle inferte.

 

C’è tanta memorialistica sulla guerra di Russia ed il focus principale non si trova certo nelle fasi iniziali, che vedono 62mila uomini prima, aumentati a 230mila nel 1942, a combattere in operazioni di guerra subalterna, a corredo delle forze tedesche impegnate in prima linea. Il Regio esercito svolse infatti compiti di polizia nel corso dell’avanzata, eliminando le sacche di resistenza lasciate alle spalle dai tedeschi.

 

Scrive lo storico militare Giorgio Rochat in Le guerre italiane 1935-1943: “La guerra tedesca in Russia fu condotta con metodi di ferocia barbarica verso i combattenti, i prigionieri, la popolazione, gli ebrei (il cui sterminio sistematico iniziò nelle retrovie tedesche, per poi proseguire su scala maggiore nei lager di morte). Nei piani nazisti la Russia doveva diventare una colonia di sfruttamento, con la distruzione della sua civiltà. In questa prospettiva gli ordini di Hitler autorizzavano ogni eccesso, ogni eccidio, ogni bestialità”.

 

Ma quale fu il ruolo degli italiani, in tutto questo? Continua Rochat: “La memoria italiana dimentica questi aspetti, di cui le truppe al fronte ebbero una conoscenza limitata (e rimossa). L’Armir (l’Armata italiana in Russia, ndr) ebbe la buona sorte di essere dislocata in una regione in cui la guerra partigiana era di bassa intensità. Quindi non furono necessari combattimenti su larga scala, bensì operazioni di polizia condotte con notevole durezza, con rastrellamenti, distruzioni di villaggi e buon numero di fucilazioni. Nonché la deportazione delle risorse alimentari”.

 

La “lirica” – a cui fa riferimento il reduce – dell’avanzata, tuttavia, impallidisce di fronte alla mole di memorie redatte sulla fase discendente della campagna di Russia, la ritirata. Qui, una serie di elementi contribuisce a trasformare la rotta in epica. “Per il grande pubblico le vicende di Russia valgono come letteratura di guerra emozionante, ma che non pone dubbi – continua Rochat – la guerra contro la Grecia ha uno scenario non troppo discosto dalle montagne italiane e dalle trincee della Grande Guerra, manca di elementi spettacolari, i greci sono un nemico scomodo perché vincono pur essendo più deboli e in fondo simili a noi. Invece la sterminata pianura russa coperta di neve, il freddo così intenso da diventare irreale, le condizioni estreme di vita creano immediatamente un quadro ambientale così lontano da ogni esperienza del lettore da diventare astratto, quasi lunare”.

 

La superiorità dell’esercito russo è poi così schiacciante, così scontata che esime da ogni seria analisi del crollo italiano, lasciando spazio al mito sempre nuovo del valore soccombente dinanzi al numero, mentre il sentimento di superiorità della civiltà italiana permette al lettore qualche elemento di consolazione anche nella sconfitta militare”. Il pubblico italiano, dunque, si riconosce nei soldati e nelle loro sofferenze, grazie anche ai valori evocati dalla letteratura sul tema: solidarietà e lealtà, difesa delle istituzioni militari anche quando queste sono crollate.

 

È il caso degli alpini, inviati su un tipo di terreno decisamente poco consono alle loro caratteristiche (le pianure russe) e protagonisti di un leggendario sfondamento a Nikolajewka, nel gennaio del 1943. Chiusi in una sacca dall’esercito russo, sbandati e nonostante il disastroso atteggiamento dei comandi – che nulla fecero per organizzare l’ormai inevitabile ritirata – riuscirono ad aprirsi un varco permettendo a migliaia di soldati di proseguire il ripiegamento. In sostanza, episodi come questo alimentano un mito, quello degli alpini, che mette in ombra le responsabilità dei comandi.

 

La conta delle perdite italiane in Unione sovietica, d’altronde, è impressionante. Fra combattimenti, ritirata e prigionia si stimano più di 75mila caduti, a cui si aggiungono oltre 30mila fra feriti e congelati. Il materiale inadeguato e la mancanza di equipaggiamento idoneo alle rigide temperature (elemento presente anche in altri fronti) o alla ritirata veloce fecero la loro parte.

 

L’entità della tragedia sofferta dai soldati in ritirata e da quelli rimasti prigionieri dei russi – su cui si combatterà una battaglia ideologica non indifferente nel corso del dopoguerra – copre pertanto le ragioni stesse della presenza degli italiani in Unione sovietica. La prima, nondimeno, non sarebbe stata possibile se non ci fosse stata la seconda. Ma chi fu a volere la partecipazione italiana in quella campagna e perché?

 

Informato a cose fatte dell’attacco tedesco all’Urss – fino a quel momento “invischiata” con i tedeschi nell’accordo segreto dell’agosto 1939, che sancì la spartizione della Polonia (Patto Moltov-Ribbentrop, QUI un approfondimento) – Mussolini ignorò le richieste di Hitler di rafforzare la presenza italiana in Africa settentrionale pur di non abdicare al ruolo dell’Italia di prima degli alleati. Se l’invio del corpo di spedizione nell’estate del 1941 ebbe così un valore politico più che militare, il rafforzamento – questa volta chiesto dai tedeschi – delle forze italiane in Russia l’anno successivo puntava ad acquisire meriti dinnanzi all’alleato. A compiere la scelta su quali divisioni arruolare per l’offensiva non fu però il capo del fascismo ma i comandi militari.

 

Le sorti della guerra, arenatasi su tutti e tre i fronti dell’avanzata (Leningrado, Mosca, Stalingrado), si sarebbero rovesciate nell’inverno tra il 1942 e il 1943, portando alla tragica ritirata degli aggressori nazi-fascisti. Il ruolo subalterno degli italiani, a quel punto, si manifestò in definitiva nell’atteggiamento dei più forti alleati durante la rotta, non senza che l’aggressività mostrata dai tedeschi finisse per offrire l’ennesimo e consolante alibi per nascondere le proprie responsabilità di fronte al mondo e alla Storia.  

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