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Come ti revisiono la storia, in Polonia c'è l'Istituto di memoria nazionale che dopo 80 anni cerca di nascondere il passato più oscuro

Ogni celebrazione nazionale si trasforma in un'occasione per gli ultranazionalisti di acquisire forza e visibilità. Tra incidenti aerei sospetti, leggi liberticide sulla ricerca storica e un istituto della memoria nazionale perlomeno peculiare, la Polonia ha dei seri problemi nell'affrontare il proprio passato

Di Davide Leveghi - 10 settembre 2019 - 21:20

TRENTO. “Un Paese caratterizzato dal mito dell'eroismo della propria popolazione deriva questa sua attitudine da una serie di complessi, che nel caso polacco sono complessi di inferiorità. Questi complessi di inferiorità fanno scattare la megalomania, e dove c'è megalomania non si accettano gli aspetti negativi”. È una storia dura quella polacca, dolorosa. Costituita in una Nazione dopo più di un secolo dall'ultima divisione, la Repubblica polacca subì nel settembre 1939 l'ennesima spartizione.

 

Oggetto di un accordo segreto ratificato dalla firma dei due ministri degli Esteri di Germania nazista e Unione sovietica, il Paese subì dapprima l'invasione della Wehrmacht, da cui scaturì il secondo conflitto globale, e dal 17 settembre quella russa, aprendo un biennio di forte divaricazione nei destini della popolazione polacca. “Il vissuto di un cittadino di Varsavia, di Cracovia o di Poznań è chiaramente diverso – spiega Carla Tonini, professoressa dell'Università di Bologna e tra i massimi esperti italiani di storia polacca - la parte occupata dai tedeschi venne divisa in zone distinte con l'annessione delle regioni occidentali al Reich e la creazione nella zona centrale del Governatorato. Le prime dovevano essere recuperate razzialmente dopo che a seguito della Grande guerra erano state annesse al neonato Stato polacco, il secondo, invece, fu trattato come una vera e propria colonia”.

 

Diverso fu invece il destino della zona occupata dai sovietici – continua – in virtù del disegno di Stalin di dar vita a repubbliche omogenee dal punto di vista etnico. Fu questo il principio che guidò in questo biennio la politica sovietica in Polonia, per cui si diede vita a grandi trasferimenti di popolazione verso Ucraina e Bielorussia, oltre agli scambi coi tedeschi. D'altra parte, invece, si misero in atto politiche di depolonizzazione, fatte di espulsioni e deportazioni verso i gulag siberiani, oltre che di eliminazioni fisiche di possibili oppositori, vedi il massacro di Katyn'”.

 

A guadagnarci, nemmeno a dirlo, furono i nazisti, ben più disponibili ad accettare nel proprio seno le migliaia di tedeschi che vivevano nell'Europa orientale e a mantenere nel Reich gli slavi, papabili lavoratori forzati al servizio della macchina bellica tedesca. “All'interno delle regioni occidentali, riannesse alla Germania, si crea una vera e propria gerarchia razziale con delle operazioni di ingegneria etnica tese a dividere in categorie di purezza la popolazione. Alla testa c'erano coloro che razzialmente tedeschi potevano richiedere la cittadinanza, poi via via quelli meno puri, figli di matrimoni misti, soggetti recuperabili per la ri-tedeschizzazione, ed infine, i rinnegati, i polonizzati. Con l'avanzare del conflitto, però, le maglie di questa categorizzazione si fanno più lasche. La razza si mostra essere un principio opportunistico”.

 

Alla Germania servono braccia che sostengano lo sforzo bellico e al tempo stesso carne da cannone. Con il passaggio da “un'idea razziale stretta si passa all'assimilazionismo”; 3 milioni di lavoratori slavi, gente “che si era cercato di espellere nei decenni precedenti”, rimangono nel territorio del Reich per i lavori forzati, la Wehrmacht accoglie tra le proprie fila anche chi non è completamente puro nelle gerarchie razziali naziste. L'attacco tedesco all'Urss, cominciato nel giugno del '41, avrebbe sfruttato il rancore di alcune popolazioni slave, ucraini su tutti, verso il potere sovietico, facendo terra bruciata di oppositori politici e razziali, ebrei su tutti.

 

A Stalingrado le sorti della guerra si rovesciarono. La ritirata tedesca, incalzata dall'immenso sforzo patriottico dei combattenti sovietici – fu Stalin a parlare di “Grande guerra patriottica”, a testimonianza di una peculiare concezione dell'internazionalismo socialista – si concluse nel maggio '45 con la capitolazione. La Guerra fredda, facendo calare la “cortina di ferro” tra Europa occidentale e orientale, determinò per la Polonia l'appartenenza al blocco sovietico.

 

“La memoria della Seconda guerra mondiale risulta a questo punto spaccata tra il grande tabù dell'occupazione sovietica tra il settembre '39 e il giugno '41, che fece sì che si creasse una memoria esclusivamente privata – il massacro di Katyn', d'altro canto, venne riconosciuto ufficialmente solo negli anni '80, grazie anche alle battaglie di Solidarność, nonostante si conoscesse perfettamente il ruolo dei russi – e la visione distorta dell'occupazione tedesca, in una realtà politica dove l'antifascismo era ideologia di Stato”.

 

Nella memoria pubblica polacca esiste solo la figura dell'eroe vittima – spiega Tonini – si dimentica il ruolo dei polacchi nel nazismo, l'immagine di una popolazione che si adatta ad una collaborazione, anche se forzata, con i tedeschi. Si eliminano i massacri compiuti dai contadini contro gli ebrei nelle campagne, la memoria dell'Olocausto, grande tema delle ricerche, non distingue tra ebrei e polacchi. È il martirio di un popolo intero, in cui tutte le vittime sono uguali e senza distinzioni. Solo negli anni '90 questo mito dell'egualitarismo nella morte viene attaccato”.

 

 

La memoria è in Polonia un processo ondeggiante, che come le onde vive tra un'avanzata impetuosa e un'automatica risacca. “C'è un problema di memoria, si va avanti e si torna indietro. Dagli anni '90 ogni governo dà vita a politiche della storia che, quando al potere sale la destra, puntano decisamente vero l'eroismo del popolo polacco. La legge ratificata l'anno scorso ne è la dimostrazione, è un pretesto per tagliare la mano a chi scrive di questi temi”.

 

È ormai da un anno, infatti, che in Polonia non si può accostare l'Olocausto all'aggettivo polacco, non si può scrivere o dichiarare che nella Seconda guerra mondiale ci siano stati “campi di sterminio polacchi”. “Nella memoria pubblica polacca domina l'idea ottocentesca che i polacchi siano combattenti positivi, e ciò esclude che possano essere stati sia eroi che carnefici. Ciò nonostante vi siano stati centinaia di articoli e libri, a cui il governo reagisce con delle leggi che limitano la ricerca storica”.

 

È un processo “tipico” di tutta l'Europa orientale, quello che vede il governo guidare la ricerca storica, dando vita a istituti di conservazione della memoria nazionale. “Il caso polacco – chiosa – è però particolare, visto che l'Ipn (Istituto di memoria nazionale) è erede della Commissione per il perseguimento dei crimini contro la Nazione polacca, quindi un ente giudiziario. Organo della procura, fu protagonista di una serie di processi intentati a figure come Jaruzelski. Nato come istituto che doveva conservare la memoria dei crimini contro la Nazione polacca, finì in realtà per indagare sui crimini commessi dalla stessa, in specie sul massacro di Jedwabne, un pogrom compiuto dai contadini contro la comunità ebraica. È la dimostrazione che a Varsavia c'è un problema di memoria”.

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