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| 08 feb 2022 | 10:28

Di cosa parlano le “giornate della memoria”? Altro che ricordare per non ripetere, tutto ruota attorno a responsabilità e futuro

Nella quarta “puntata” di “Memory 27/1-10/2”, rubrica del Dolomiti dedicata alle ricorrenze memoriali, proponiamo una riflessione sul “dovere del ricordo” di cui tanto si sente parlare in queste occasioni. Al di là di formule vuote, qual è il vero senso di conoscere il passato?

di Davide Leveghi

TRENTO. Quante volte, arrivati alle porte della giornata a cui si delega il ricordo dell’orrore dell’Olocausto, abbiamo sentito ripetere che “conoscere il passato è necessario per non ripeterlo”? Tutti gli anni, nella ritualità che caratterizza il momento cardine della memoria dei crimini del nazifascismo, le parole si sprecano. Le testimonianze dei sopravvissuti percorrono l’etere, le immagini scorrono sugli schermi, politici ed intellettuali si mostrano nelle cerimonie pubbliche ribadendo la necessità di ricordare e non dimenticare.

 

Il ricordo, appunto. Indelebile per chi l’ha vissuto, pian piano sfocato per chi l’ha solo sentito raccontare. Solo in pochi, fra chi è sopravvissuto all’orrore dei campi di sterminio, ha avuto la forza di portare di fronte all’opinione pubblica la propria testimonianza, di mostrarsi nudo e dolorante. E questo non solo per la sofferenza prodotta dal ricordare ma per quello che Primo Levi chiama il “privilegio”. Scrive ne I sommersi e i salvati: “Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”.

 

È una riflessione complicata e straziante, quella di Levi. Una riflessione che ha a che fare con il sentimento di colpa provato da chi è sopravvissuto ai campi, vedendo morire tutti gli altri attorno a sé. Una riflessione che, nondimeno, dice molto non solo sul ruolo della vittima – che nella nostra società è vista come assoluta, pura, incontaminata – ma soprattutto sulla società, perversa massimamente nella sua versione nazifascista, il cui culmine è proprio il lager.

 

Il cuore del ragionamento sono le sfumature della realtà, entrata nel lessico più comune con il nome di “zona grigia”: nel lager i nazisti hanno imposto un sistema che si autosostiene. Fra i padroni e i servi c’è una classe ibrida, che impone il suo controllo e il suo potere sui prigionieri, rendendola di fatto – con gradi diversi – compartecipe dei crimini. Fuori dal lager, invece, nell’Europa occupata è un fiorire di molteplici gradi di collaborazione all’autorità occupante: forze dell’ordine, amministratori, lavoratori, soldati, persino le autorità ebraiche a cui viene delegato il compito di controllare l’ordine pubblico nei ghetti. È una condizione imposta sì dalle particolari condizioni della guerra, ma non nata da un giorno all’altro. È il frutto di un imbarbarimento che ha delle radici ben più solide e antiche, diabolico ma squisitamente umano.  

 

Decenni dopo, il giornalista austriaco Martin Pollack, figlio di un membro delle Einsatzgruppen SS e proveniente da una famiglia convintamente nazionalsocialista, muovendosi sulla stesso terreno – da una prospettiva diversa – di fronte ad una foto di un ebreo di Łodz si interrogava così: “Ma è davvero necessario scandagliare tutti questi abissi, queste profondità angosciose? Dobbiamo davvero trascinare tutto alla luce? Non sarebbe più ragionevole lasciare in pace le vecchie storie, seppellire i morti una volta per tutte, cancellare i nomi dei colpevoli dalla memoria e far cadere nell’oblio le loro azioni, dopo così tanto tempo? I nostri figli e nipoti non meritano di crescere senza il peso delle ombre più buie del passato?”.

 

È necessario, a decenni di distanza, continuare a parlare di quell’orrore? O, ancora meglio, raccontare dei crimini commessi anche da chi ci era più vicino, magari un genitore, un nonno, uno zio? Pollack scioglie così questo nodo: “Per un certo periodo l’ho creduto, ho mentito a me stesso, per pigrizia, per vigliaccheria. Oggi so che il vecchio modo di dire ‘la parola è d’argento, il silenzio è d’oro’ in questo caso non vale. Per quel che riguarda il passato, è esattamente il contrario. Nulla deve essere taciuto e nascosto”.

 

Le responsabilità, siano personali, familiari o collettive – storiche e nazionali – devono essere affrontate, ci dice Pollack. Le responsabilità, ci insegna invece Levi, comprendono diversi gradi, attraversano i campi, i ruoli. L’orrore dell’Olocausto non è quindi una reliquia del passato da osservare con distacco, ma un qualcosa che ci chiama in causa. Qualcosa che non è al di fuori di noi, ma ne fa parte – anche se pensiamo stia nei più reconditi recessi della mentalità collettiva.

 

La Giornata della memoria, e ancor più il Giorno del ricordo, evocano nel nostro Paese i temi di storia, memoria ed oblio. L’accento diffuso e politicamente trasversale alla memoria condivisa, sorta di panacea per la riconciliazione nazionale, si risolve nell’accettazione non solo dell’ignoranza della complessità della storia ma anche dei coni d’ombra in cui si vogliono far ricadere le responsabilità collettive della nostra comunità nazionale. Dagli estesi e variegati atteggiamenti antisemiti, dalle leggi razziali alle deportazioni post-’43, fino all’oppressione antislava e ai crimini commessi nell’occupazione della Jugoslavia.

 

La memoria di cui si sente tanto parlare e di cui ci si riempie la bocca è spesso monca. Parziale per definizione, fiorisce sull’ignoranza del passato, della sua complessità, delle sue contraddizioni e dei suoi conflitti. Nel suo Un tempo senza storia. La distruzione del passato, lo storico Adriano Prosperi riconduce la diffusa tendenza all’oblio nel nostro Paese, oltre che ai programmi scolastici vetusti ed al flusso informativo dell’era del web, alla mancanza di prospettive del futuro. L’assenza di lavoro, la precarietà ed il blocco della mobilità sociale renderebbero più incerto il futuro, provocando una sorta di “stress post-traumatico”, con gravi conseguenze sulla memoria storica ed il “ritorno d’attualità di relitti di nazismo e fascismo nelle idee e nei comportamenti collettivi”.

 

La domanda che il giovane più di tutti rivolge alla storia nasce dalla speranza – conclude Prosperi – lo sguardo ansioso che cerca di penetrare nelle nebbie del domani e di riconoscere il suo posto nella vita è quello di chi si volta indietro per capire da dove viene. Se la speranza muore, al posto della storia si cerca l’illusione, l’evasione o peggio, ci si affida agli inganni di ideologie che indicano la causa del problema nell’immigrato, nell’islam, nell’ebreo capitalista. Solo la certezza di venire da lontano può spingere a guardare davanti a sé”.

 

Ciò che ci dice Prosperi, in conclusione, rovescia la prospettiva con cui spesso, in queste giornate, guardiamo al passato. Non si tratta tanto di dover ricordare per trarre dalla storia l’antidoto contro i mali del passato, ma di considerarci come eredi e portatori di quel passato. Riprendendo una riflessione del filosofo tedesco Walter Benjamin, scaturita dalla visione del quadro Angelus Novus di Paul Klee, in cui il soggetto spiega le ali tenendo però lo sguardo fisso alle sue spalle, chiosa: “E Benjamin commentò l’immagine così: il vento della storia gonfia quelle ali ma lo sguardo si volta verso il passato per ritrovare il legame con le attese di coloro di cui siamo il futuro. Siamo stati attesi, ci è stata affidata la profezia delle generazioni precedenti. Quello nel passato non è il viaggio di un tranquillo erudito, è il balzo di tigre di chi è minacciato da un pericolo mortale. È allora che si riapre il contatto con le ombre del passato e si riattiva il ponte tra i vivi e i morti”.

 

Questo articolo è il quarto di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell'anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua "seconda edizione" vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell'insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

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