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FOTO. Tra fabbriche dismesse e rifugi improvvisati, sono migliaia i migranti bloccati in Bosnia. "La polizia croata li respinge dopo averli picchiati e privati dei vestiti"

Cristina Corcho è una dei tanti volontari che in questi giorni aiutano i rifugiati o i migranti rimasti bloccati nel gelido inverno bosniaco. Con l'associazione spagnola No Name Kitchen distribuisce cibo e vestiti ai tanti che rimangono fuori dai campi profughi, riparandosi in tende improvvisate, casupole e fabbriche dismesse. "In molti attendono condizioni migliori. Chi si imbatte nella polizia croata viene malmenato e privato dei vestiti"

Di Davide Leveghi - 18 January 2021 - 13:19

TRENTO. Il 24 dicembre 2020 una densa coltre di fumo si alza dal campo profughi di Lipa, a 20 chilometri da Bihać. Uno dei principali centri per i migranti in Bosnia deve essere chiuso quel giorno, ma alla notizia della chiusura per le condizioni inaccettabili a cui sono costrette le migliaia di persone in transito verso l'Unione europea un deposito di carburante viene incendiato. Le fiamme divampano ben presto alle vicine tende.

 


 

È una catastrofe. Centinaia di persone sono costrette a prendere i pochi averi che hanno con sé e a spargersi nel territorio circostante. La municipalità di Bihać non li vuole in città. Ogni edificio abbandonato, ogni casupola nel bosco, è usato come riparo. L'inverno bosniaco è polare. La neve si ghiaccia per le temperature rigidissime, che durante la notte raggiungono anche i -15º.

 

La Bosnia, d'altronde, non è attrezzata a sostenere un flusso costante di persone. Nessuno dei profughi transitati o rimasti bloccati in questo “collo di bottiglia” vuole rimanere nel Paese. Tutti puntano all'Unione europea, alla Germania, alla Scandinavia, ai Paesi dove magari ad attenderli ci sono amici o parenti. Dal 2018 si stima siano passate da qui 65mila persone, di cui più della metà ha dovuto sbattere contro il “muro di gomma” delle frontiere europee.

 

Nonostante le regole internazionali ed europee vietino i respingimenti, al confine la polizia croata si è trasformata nell'incubo dei migranti instradati sulla rotta balcanica. Sono centinaia le denunce di maltrattamenti, torture, violazioni dei diritti umani. I migranti che si avventurano nel “game”, com'è ormai chiamato il tentativo di oltrepassare il confine, se fermati rischiano di essere spediti nuovamente in Bosnia dopo esser stati malmenati e privati dei vestiti.

 

Il trattamento riservato dalla polizia croata, forza dell'ordine di un Paese dell'Ue, punta a essere esemplare. Eppure, per chi riesce a superare la frontiera tra Bosnia e Croazia il rischio è di incappare in un nuovo stop. Al confine con la Slovenia il pericolo del respingimento è altrettanto concreto, non meno per chi riesce ad arrivare a quello italiano. Bloccati all'ultimo step della rotta balcanica, i profughi crescono di numero, rendendo le condizioni dei campi organizzati o improvvisati sempre più pesanti.

 

Circa 60 chilometri più a nord di Bihać, a Velika Kladuša, sono i volontari ad aiutare le centinaia di profughi sparsi tra cascine e magazzini abbandonati. Gli stessi membri delle associazioni rischiano l'incriminazione da parte dello Stato bosniaco, che non permette né la consegna di cibo né di vestiti a chi non rientra nei campi predisposti dalle associazioni umanitarie. I campi, da parte loro, non sono però attrezzati a contenere le troppe persone rimaste bloccate, costringendo molti ad arrangiarsi come riescono.

 


 

Nel campo di Velika Kladuša ci sono 700/800 persone, mentre oltre 300 vivono in case occupate o in tende improvvisate nel bosco, in quella che ormai è stata soprannominata la 'Bangladeshis' forest' – racconta Cristina Corcho, volontaria dell'associazione spagnola No Name Kitchen, che distribuisce cibo e vestiti ai profughi – i numeri però fluttuano, visto che la Bosnia è un Paese solo di transito. Nessuno si vuole fermare qui. La logica delle associazioni che operano in questa zona è di assistere le persone che transitano, dunque, portando cibo, vestiti, coperte e sacco a peli”.

 

Le temperature sono gelide, si raggiungono anche i -15º – prosegue – ciò che facciamo noi volontari consiste pertanto nel girare tra i ripari in cui si trovano i profughi distribuendo vestiti e cibo. Diamo un ticket con un codice a un membro di ogni gruppo per comprare gli alimenti in un supermercato, o giriamo tra le tende e i rifugi cercando di dare informazioni ai nuovi che sono appena arrivati. Tutto il nostro lavoro si sostiene con le donazioni dei privati”.

 

Le migliaia di migranti imbottigliati al confine croato-bosniaco provengono in gran parte da Medio Oriente o dal subcontinente indiano, ma non solo. Sono iraniani, afghani, indiani, pakistani, bengalesi, tutti fuggiti da condizioni di indigenza o di repressione politica. Corcho racconta di una visita a una decina di persone provenienti da Afghanistan, Pakistan e Iran che risiedono in una piccola casa abbandonata da ormai diversi mesi. A scaldarli un caminetto, con cui questi riescono a riscaldare il cibo.

 

Raggiunta la casupola i volontari di No Name Kitchen si imbattono nell'ennesimo racconto di vita drammatico. Ogni migrante in viaggio per l'Europa ha alle spalle un cumulo di traumi, da quelli originari nel proprio Paese di provenienza a quelli sommati lungo le migliaia di chilometri percorsi. “Abbiamo conosciuto un uomo iraniano che ci ha raccontato di essere un dottore specializzato in oncologia – spiega Corcho – cammina sulle stampelle a causa delle torture subite nel proprio Paese da parte della polizia. Per questo è fuggito. Il riparo in cui sta è una casa diroccata, con il tetto in legno che rischia di cadere a causa della neve”.

 


Qui risiedono 20 pachistani
Qui risiedono 20 pachistani

 

“In una fabbrica dismessa ci sono invece 6 algerini – prosegue – ci dicono che riproveranno il 'game' quando il tempo migliorerà e sarà meno freddo. Preferiscono attendere per ora. A volte rimangono bloccati in Bosnia per mesi, a volte anche per anni. Sono pochi quelli che si azzardano a provare in questo periodo. Dovrebbero camminare per 10 giorni nei boschi, dormendo senza riparo e sapendo che chi riesce ad arrivare alla frontiera rischia di essere deportato dalla polizia. Ma prima ci sono le violenze fisiche e psicologiche”.

 


 

Al di là dei maltrattamenti, tolgono loro i vestiti per umiliarli e insegnare loro le conseguenze del tentativo di entrare in un Paese che non li vuole. La polizia conosce i rischi di lasciarli senza vestiti con queste temperature”, conclude la volontaria iberica.

 

Non è un caso che a novembre l'ufficio del difensore civico europeo abbia annunciato l'apertura di un'inchiesta su possibili responsabilità della Commissione europea nelle violazioni dei diritti dei migranti e dei rifugiati in Croazia. Com'è possibile che le copiose risorse versate da Bruxelles a Zagabria per la gestione dei flussi migratori non siano state accompagnate da alcun monitoraggio dei comportamenti delle forze dell'ordine? In attesa di conoscere l'esito dell'inchiesta, sorge lecito chiedersi dove cominci davvero l'Europa, “culla e patria dei diritti umani”.

 


Il riparo di due migranti algerini
Il riparo di due migranti algerini

 

L'attività dell'associazione No Name Kitchen è quotidianamente documentata sulle pagine facebook e instagram. 

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