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Il Covid non ferma il Carnevale, i ''Grostoi'' evocano la trasgressione e sono come le ciliegie. E lo Smacafàm è la rivalsa dell'abbondanza sugli stenti

Due le pietanze di questi giorni: i dolci ‘grostoi’ e i succulenti ‘smacafàm’. Per la specialità dolciaria in questione non si sprecano gli elogi. Un modo per far rivivere la tradizione – intesa: quella che abbina il cibo facilmente identificabile e veramente ‘pop’ – godibile e altrettanto di facile preparazione

Di Nereo Pederzolli - 11 February 2021 - 21:47

TRENTO. E' periodo di Carnevale e in tempo di pandemia Covid-19 ogni baldoria collettiva viene giustamente bandita. Ma nulla toglie che la trasgressione carnacialesca prosegui tra le mura domestiche, familiari, con amici e parenti stetti. Un modo per far rivivere la tradizione – intesa: quella che abbina il cibo facilmente identificabile e veramente ‘pop’ – godibile e altrettanto di facile preparazione.

 

Due le pietanze di questi giorni: i dolci ‘grostoi’ e i succulenti ‘smacafàm’. Per la specialità dolciaria in questione non si sprecano gli elogi. Neppure la definizione. Crostoli o Grostoi, ma anche chiamati Bugie, Chiacchere, Cenci, Fritole, Sgonfioni, Frappe, Zazzarille. Elenco facilmente estensibile, ma che, ovunque, richiama alla natura popolare del Carnevale, per associazione o assonanza.

 

Dolce leggiadro, evoca la trasgressione carnascialesca, l’inconsistenza, l’apparenza e inganno. Nel senso che quando si comincia a gustarli, i Grostoi sono come le ciliegie: non si smetterebbe mai.

 

Apparentemente non hanno peso. Sono e vogliono esserlo trionfo di spensierata dimenticanza. Del resto la festa del carnevale è ricorrenza per stravolgere, strafare, uscire dalla quotidianità, mascherando realtà, per una truccata trasgressione. Specialmente culinaria. Crostoli, Grostoi, comunque Bugie. Perché a Carnevale ogni scherzo vale o perché le bugie hanno le gambe corte, friabili e leggere. Proprio come il dolce di questa festa popolare. Anche se taluni storici e filologi della cucina fanno risalire questa specialità al Bugey, regione decantata da Brillat-Savarin, il padre della cucina moderna.

 

Poi ecco lo ‘Smacafàm’ che in questo carnevale 2021 potrebbe aiutare a scongiurare le insidie del Covid19. E' la rivalsa dell’abbondanza sugli stenti. Scaccia la fame, invita alla gioia, alla trasgressione. Non per niente è la vivanda carnascialesca per eccellenza. Carne del maiale e brodo grasso, in barba all’imminente quaresima. E alla fame che un tempo si pativa anche lontano dai giorni di precetto. Numerosi i modi di preparare lo smacafàm trentino: solo con farina di frumento, con latte al posto del brodo, con salsicce fresche in sostituzione della lucanica. Sempre presente comunque lo strutto e il burro. Perché se non è unto, tanto unto non è godurioso. Tripudio del lardo e del maiale.

 

La ricetta di quest’ultima pietanza (per palati e appetiti robusti) varia da vallata a vallata: c’è chi usa come materia prima la farina bianca, chi quella gialla, chi quella di grano saraceno, altri ancora il pane raffermo. E ancora: c’è chi lo immerge nel latte e altri nel brodo. Su una cosa sono tutti d’accordo: non deve mai mancare la "lugànega". Va sbriciolata fresca nell’impasto, mentre quella più stagionata va stesa a fettine sulla superficie. Piatto unico per antonomasia, oggi viene proposto anche come "appetizer" a inizio pranzo.

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