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L’8 settembre come “morte della patria”? Filippi: “Fu semmai la fine di una classe dirigente incapace e connivente. Con la Resistenza rinasce lo spirito della Nazione”

L’8 settembre 1943 il maresciallo Badoglio annuncia a tutta la Nazione la scelta di concludere la guerra al fianco dei tedeschi. Il Regno d’Italia avrebbe proseguito il conflitto come forza co-belligerante degli Alleati, da mesi sbarcati sul suolo nazionale. Lo storico Francesco Filippi: “Fu il certificato di morte di una classe dirigente incapace e connivente con il fascismo”

Foto tratta dal web
Di Davide Leveghi - 08 September 2021 - 10:45

TRENTO. “Altro che 8 settembre come morte della patria. La patria libera e democratica era già morta nel 1922. Quello che avvenne l’8 settembre 1943, con la formazione incredibile di una nuova classe dirigente antifascista e la lotta partigiana, fu semmai la rinascita dello spirito della Nazione, distrutto dal fascismo”. Sono chiare le parole dello storico Francesco Filippi. La coincidenza del 78º anniversario dell’armistizio di Cassibile, con cui gli alti comandi italiani sancirono il passaggio di alleanze tra l’Asse e gli Alleati, permette di riflettere su uno dei momenti centrali del ‘900 nazionale, sfatando alcuni miti diffusi anche da certa storiografia.

 

Caduto il fascismo, con la deposizione e l’arresto di Mussolini avvenuti tra il 25 e il 26 luglio (QUI e QUI degli approfondimenti), il Regno d’Italia si trova in una posizione decisamente scomoda. Lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia e l’abbondante afflusso di truppe tedesche per tamponare l’invasione alleata convincono gli alti comandi italiani a non rovesciare l’alleanza, proseguendo la guerra al fianco di Berlino. Nondimeno, nelle travagliate settimane che portano all’8 settembre, giorno dell’annuncio dell’armistizio da parte del maresciallo Pietro Badoglio, l’ipotesi di stravolgimento si fa sempre più strada. E i tedeschi lo sanno, tanto che i comandi militari già preparano i piani d’occupazione.

 

Mentre l’annuncio dell’armistizio lascia nel caos migliaia di soldati del Regio esercito, sparsi per i diversi fronti di guerra, le truppe tedesche che da tempo transitano in forze attraverso il Brennero poco ci mettono ad occupare il centro-nord. Roma viene sottoposta al controllo tedesco, mentre nei concitati giorni immediatamente successivi all’annuncio viene a definirsi il nuovo fronte: al di sopra della linea Gustav - che dalla foce del fiume Garigliano, fra Lazio e Campania, giunge fino ad Ortona, a sud di Pescara, passando per Cassino e la Majella – la Repubblica sociale, Stato fantoccio occupato dai tedeschi, al di sotto gli Alleati e il governo Badoglio. La guerra, sempre più invisa alla popolazione, è finalmente entrata nel territorio peninsulare.

 

Dopo tanti giri di valzer, l’8 settembre viene reso noto l’armistizio fra gli Alleati ed il Regno d’Italia, che si sgancia così dall’Asse con Berlino – spiega Filippi, raggiunto al telefono da il Dolomiti -  è una mossa prevista da tutti, che non sciocca affatto i tedeschi e che paradossalmente si rivela una scelta capace di gettare nel panico quegli stessi comandi italiani che la operano. Dopo la fine tecnica della guerra fascista, l’establishment si era avviato verso un armistizio che tutti volevano, senza però prenderne in considerazione le conseguenze”.

 

L’8 settembre, dunque, da tentativo di porre fine alle ostilità si risolve in un colossale fallimento, in cui a pagarne le conseguenza sono tutti gli italiani, da coloro che in divisa si trovano nei vari fronti di guerra alla popolazione, piombata in buona parte nell’incubo dell’occupazione prima e della guerra civile poi - particolare poi fu la vicenda delle province del nord-est, di fatto annesse al Reich. 

 

“E’ la rappresentazione cristallina di una classe dirigente che per vent’anni è stata fascista, parafascista o ha accompagnato il regime, dai circoli attorno alla Corona all’esercito, passando per chi, come Badoglio, ne rappresentò la cinghia di trasmissione con il re – prosegue – e che si dimostra non solo incapace di gestire lo Stato ma anche di avere una visione di medio respiro e di creare un’alternativa credibile al fascismo”.

 

Non è la morte della patria, come dice qualche storico, ma il certificato di morte della classe liberale. L’8 settembre muore il concetto di leadership in un Paese lasciato allo sbando, la cui immagine emblematica è rappresentata dalla fuga del re. L’8 settembre fu, nondimeno, un enorme fallimento diplomatico e organizzativo di un’élite che gioca ad esserlo ma che si dimostra incapace. Le prime vittime di questo gioco sono le centinaia di migliaia di soldati sui fronti di guerra. V’è poi un Paese gettato nel panico dall’occupazione tedesca, avvenuta senza che che gli italiani vi potessero mettere freno”.

 

Nonostante il re ed i comandi militari, nel Paese si assiste al formarsi di un variegato fronte desideroso di riscattare l’inglorioso passato. “Non vi fu una reazione condivisa e in maniera incredibile si riuscirà a creare una nuova classe dirigente, quella antifascista e resistenziale – prosegue Filippi – si ripensa all’Italia, si fa sintesi sulla base del valore dell’antifascismo, attorno a cui si riuniscono forze diversissime. Un’Italia decapitata, dunque, si ritrova a ricostruire sé stessa attraverso forze nuove e giovani”.

 

E mentre si dà vita al Comitato di liberazione nazionale, in cui si riuniscono i vecchi partiti antifascisti, nella consistente fetta di Paese ora occupata dai nazifascisti prende forma la Resistenza armata. “E’ una Resistenza di ragazzini, all’epoca per lo più minorenni. Se vogliamo, questo è il simbolo di un grande fallimenti del fascismo, visto che molti di loro erano nati e cresciuti nel regime. L’antifascismo viene così tarato come concetto di fronte al nemico; si fa cioè armato, diffuso e popolare, in particolare in certe aree dove non a caso la violenza nazifascista fu maggiore. Il fascismo di Salò prese le armi per primo contro la sua stessa popolazione e condusse sul territorio nazionale, così come era avvenuto nelle colonie e nei Paesi aggrediti, una brutale pulizia politica”, conclude.

 

Tra coloro che decisero di prendere le armi vi fu anche l’italo-somalo Giorgio Marincola, che dopo una rocambolesca vicenda, perse la vita nell’ultima strage compiuta dai nazisti sul territorio italiano, a Stramentizzo, in Val di Fiemme. Alla sua memoria, lo storico Filippi, in collaborazione con l’attivista di Futura Alberto Baggio, da tempo si batte per l’intitolazione di uno spazio nella città di Trento (QUI si trovano diversi approfondimenti). Il giornale il Dolomiti appoggia e promuove l’iniziativa.

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