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Mario Raffaelli: "Sui profughi la politica usa solo slogan e di Africa non parla più nessuno"

L'ex sottosegretario agli Esteri e ora presidente di Amref: "La via giusta è affrontare in modo concreto il problema, cercando di risolverlo. Ma mi sembra che per i più l'intenzione sia quello di strumentalizzarlo. Soluzioni ce ne sono, ma serve una visione lunga"

Mario Raffaelli durante le trattative in Mozambico - dicembre 2016
Di Donatello Baldo - 31 agosto 2017 - 06:44

TRENTO. Il tema dei migranti, dei profughi e della sicurezza, è tema centrale delle campagne elettorali. In Austria, dove si voterà a metà ottobre, sull'onda del dibattito politico si è deciso di procedere con i controlli della frontiera del Brennero addirittura con i militari.

 

In Italia, dove si voterà probabilmente in primavera, il clima da campagna elettorale si respira già da un pezzo, e anche qui il problema principale sono gli immigrati, su di loro si consuma lo scontro politico, spesso in modo strumentale.

 

La questione è vissuto in modo drammatizzato in tutta Europa, è un po' come il caldo percepito, pensi che siano 50 gradi ma in realtà sono molti meno”. Inizia così Mario Raffaelli, ex sottosegretario agli esteri e dal 2010 presidente di Amref Italia, una tra le più importanti organizzazioni internazionali che si occupano di Africa.

 

Raffaelli esordisce con una battuta, poi quando inizia a parlare ci si rende conto che sa bene quel che dice, l'Africa la conosce alla perfezione. Per capirci, ha rappresentato l'Italia nelle trattative che hanno portato agli Accordi di pace di Roma fra governo del Mozambico e Resistência Nacional Moçambicana, è stato inviato speciale del Governo per il Corno d'Africa. Quando parla di Africa non parla certo per sentito dire.

 

Per fermare i profughi africani al Brennero hanno messo anche i militari. Che ne pensa?

Che è un'esagerazione, nemmeno in Messico dove passano 100 mila rifugiati all'anno usano i militari. C'è un effetto simbolico di origine elettoralistica, questo è certo. E poi non è giustificato.

 

Perché gli ingressi sono in calo, non è così?

La riduzione di sbarchi è evidente, tra luglio e agosto è calata del 70-80%. L'intensificazione dei controlli non ha senso, non ci sono ragioni che non si basano sulla realtà, questa è campagna elettorale.

 

Qual è la realtà, faccia la fotografia delle migrazioni in Europa.

In questi anni sono arrivati nel nostro continente circa 3 milioni di persone. Di queste oltre la metà è in Germania, arrivati soprattutto da paesi in conflitto. Da situazioni in cui se il conflitto si risolve, conseguentemente la migrazione si arresta o comunque si riduce.

Ma in Italia è diverso, arrivano anche i migranti definiti 'economici', quelli che non scappano da situazioni di guerra.

È vero, è diverso. Noi siamo la frontiera più prossima e più penetrabile e il problema in Africa non è legato soltanto alle guerre e alle carestie, che comunque esistono, è legato anche alla demografia.

 

Ci spieghi.

Viene poco sottolineato, ma mentre in India e Cina c'è stato un assestamento nei tassi demografici, in Africa c'è quasi un aumento esponenziale della natalità. Erano 400 milioni negli anni '80, ora sono 1 miliardo e 200 mila, nel 2050 saranno 2 miliardi e 200 mila. Con tanti giovani.

 

E che cosa si dovrebbe fare? Una politica di controllo delle nascite?

Il problema va affrontato, e per affrontarlo al meglio si deve partire dall'enpowerment della donna africana. Il problema dello sviluppo demografico è determinante, in Cina e India il controllo delle nascite (seppur siano discutibili alcuni metodi) ha portato uno sviluppo importante. Per farlo in modo democratico e in un'ottica non coercitiva al centro deve essere messa la donna.

 

Ma qualcuno dice anche che in Italia i migranti ci pagano la pensione, quindi un flusso verso l'Europa è da tenere aperto?

Se si bloccasse l'immigrazione oggi, nel 2050 gli italiani sarebbero solo 40 milioni e non ci sarebbe più chi ci paga le pensioni, questo è sicuro. Già oggi una parte di esse sono pagate dai migranti regolari che lavorano, che pagano le tasse e i contributi previdenziali.

 

Tra chi dice “mandiamoli tutti a casa” e chi dice “accogliamoli tutti”, immagino lei proponga una via di mezzo.

La via giusta è affrontare in modo concreto il problema, cercando di risolverlo. Ma mi sembra che per i più l'intenzione sia quello di strumentalizzarlo. Soluzioni ce ne sono, ma serve una visione lunga.

 

Il ministro Minniti qualcosa sta facendo, crede che il governo stia andando nella giusta direzione?

Per la prima volta si guarda al problema complessivamente. Fino a ieri ci si occupava solo del salvataggio delle vite in mare, con poca attenzione al prima e al dopo. Cosa succede prima dello sbarco e dopo lo sbarco.

 

Prima sono in Libia.

Ma non è sufficiente dare aiuti ai guardacoste libici se non ottieni in cambio il controllo dei centri profughi, affidandoli direttamente all'UNHCR. Devono essere verificate le condizioni umanitarie.

 

E sul dopo? A Roma è successo il caos.

Ecco, così non si gestisce l'accoglienza. Queste persone devono essere messe in grado di occupare il loro tempo, l'impiego in lavori socialmente utili fa bene a loro e tranquillizza anche la popolazione residente. E niente sovraffollamenti, devono essere distribuite sul territorio in piccoli gruppi.

Le piace lo slogan “Aiutiamoli a casa loro”? Lo dice Salvini, l'ha detto anche Renzi...

Bene, prendiamolo sul serio questo slogan. La mia associazione lo fa da non so più quanti anni. Ma si faccia sul serio, altrimenti prima o poi ci si accorgerà che la situazione non è più sostenibile, per noi e per loro. Per tutti.

 

Come si fa a fare sul serio?

Ci si deve impegnare tutti nella costruzione, in Africa, delle condizioni per cui il viaggio in Europa sia una scelta, non sia un obbligo dettato da situazioni insostenibili.

 

Mi viene in mente la canzone “We are the world”, gli artisti per l'Africa. Era pop in quel periodo questo tema. Poi basta, nemmeno più nell'agenda politica.

C'è stato l'11 settembre, la Guerra globale, i paesi Arabi sono diventati tutti nemici, le priorità erano altre. Questo ha prodotto altre instabilità, quindi nuove migrazioni, ma questo è un altro discorso. Di Africa si parla poco, e di sicuro non se ne occupa la politica in campagna elettorale.

 

Ci racconti l'Africa di oggi. Che cosa succede, ci sono speranze di un suo sviluppo?

In alcune zone ormai lo sviluppo è in corso, i segnali che o dimostrano sono due. Primo, da ormai tre anni gli investimenti diretti privati hanno superato il monte degli aiuti allo sviluppo. Secondo, in alcune zone del continente sta nascendo una classe media. Di quel miliardo e duecento mila persone, 300 milioni possono considerarsi classe media.

 

Willy Brandt fu il primo a leggere la situazione geopolitica a livello economico in Nord e Sud. Nel 1977 chiedeva un maggior riequilibrio. Non è cambiato niente.

Quando Brandt fece il suo rapporto Nord-Sud diceva che c'era un interesse comune, che aiutando l'Africa a crescere il mondo sarebbe stato più equilibrato. Ma la politica non ha una visione lunga, vive a corto raggio: ma ora i problemi arrivano, i risultati di questa inazione si vedono, arrivano in Italia i profughi e il problema si manifesta.

 

Mi sa che ci sbatterà contro ai problemi se non si affrontano.

Per forza di cose. Ma il rischio, ancora una volta, è che non si parli di soluzioni, il rischio è la demagogia, il solletico alla pancia del popolo. Si tende a utilizzare questi temi per polemica politica, si evita la riflessione. La cosa è complessa, è molto più semplice fare una campagna elettorale.  

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