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Il futuro dell'Africa tra l'Europa che guarda, la Cina che investe e gli Stati Uniti che potenziano l'apparato militare

L'intervista a Mario Raffaelli, presidente di Amref Italia e grande esperto del continente africano che ci aiuta a decifrare la situazione in Africa tra stabilità, immigrazione e terrorismo islamico

Di Tiberio Chiari - 07 gennaio 2018 - 18:16

TRENTO. Il 2018 potrebbe rappresentare un anno decisivo per determinare, almeno in parte, quali saranno le sorti del continente africano. Questo perché l’Europa dopo decenni di dormiveglia e azioni unilaterali da parte degli Stati membri, attenzioni sporadiche e decisioni a volte tardive e altre inadeguate, sta tornando a interessarsi direttamente delle sorti di una terra che nel frattempo si è emancipata dal sodalizio post-coloniale che la manteneva con il vecchio continente in un rapporto 'privilegiato'.

 

Nel frattempo l’Africa ha imparato a conoscere un nuovo partner commerciale: la Cina, la quale ha enormemente allargato la sua influenza attraverso un progetto organizzato e sistematico di penetrazione nel continente.

 

A differenza della prassi occidentale i cinesi non si interessano direttamente delle questioni politiche interne, ma sono fautori di un’azione efficiente a livello commerciale, economico, finanziario che ha permesso con grande velocità di far crescere la loro presenza sul territorio africano senza mai però contestare o farsi carico di discorsi inerenti lo status politico o il rispetto dei diritti individuali.

 

Il medesimo disinteresse verso la propria politica interna è comunque preteso dalla Cina da parte dei suoi interlocutori africani e fondamentalmente, come unico fatto non negoziabile, richiede il riconoscimento preventivo di una sola Cina, fatto non di poco conto.

 

Ad arricchire e complicare ulteriormente le variabili all’interno del continente africano c’è anche il tentativo parallelo da parte di India e Turchia di aumentare la propria area di influenza sulla costa orientale e nel Corno d'Africa, mentre si registra una dilagante violenza da parte organizzazioni terroristiche di matrice islamista, che dopo la sconfitta del Califfato si concentrano ora su nuovi fronti.

 

Gli Stati Uniti invece cercano di mantenere intatto il monopolio dello sfruttamento petrolifero concentrato nelle zone tropicali occidentali, mentre con l'ampliamento della base in Gibuti e la nascita di Africom, gli States hanno conferito alla loro presenza militare un decisivo rafforzamento per proteggere i propri interessi.

 

Abbiamo chiesto a Mario Raffaelli, attuale presidente di Amref Italia e grande esperto del continente africano di aiutarci a decifrare, se possibile, questa situazione.

 

Da cosa deriva secondo lei il rinnovato, impellente e necessario interesse europeo verso l’Africa?

Prima di tutto quando si parla di Africa bisogna parlare di 'Afriche' e non solo rispetto alla classica divisione tra Africa mediterranea e Africa sub-sahariana. Dopo le primavere arabe gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo hanno preso strade diverse: alcuni come Tunisia e Marocco si sono aperti a un nuovo processo di sviluppo sociale e economico. Altri come la Libia, a causa anche del poco programmatico intervento europeo, si sono disgregati. Egitto e Algeria hanno avuto una nuova deriva autoritaria.

(Militari italiani impegnati in Gibuti)

 

Per quanto riguarda l’Africa sub-sahariana c’è poi la zona a sud del tropico: Sud Africa, Namibia e Mozambico sono abbastanza stabili e seguono un trend ormai consolidato di sviluppo economico e commerciale, mentre dal Corno d’Africa e all’equatore fino alla costa orientale la situazione è diversa: qui si incontra una zona segnata da instabilità e violenza che il terrorismo di matrice islamica non ha fatto che rendere ancora più esplosiva.

 

Il quadro è dunque complesso. Questa complessità e instabilità sono proprio il motivo principale per il quale nell’ultimo meeting a alto livello tra Ue e Unione Africana c’è stato il tentativo di cambiare marcia da parte dell’Europa e impegnarsi per la prima volta in maniera unitaria nel continente, quindi non più sporadicamente e attraverso singole iniziative.

 

In che senso si possono vedere instabilità e complessità come sproni?

L’instabilità  in un continente come l’Africa agisce direttamente sull’Europa attraverso due effetti principali: il primo è l’immigrazione, che diventa difficilmente controllabile in periodi di instabilità, mentre il secondo è la mancanza di fiducia da parte dei privati nell’investire in queste zone che hanno potenzialmente grandi prospettive di crescita e sviluppo: se non riescono a essere controllate e pacificate non possono dare alcuna garanzia di continuità a possibili imprese commerciali, economiche e finanziarie. Dunque l’interesse europeo nel pacificare e rendere maggiormente stabile questi Stati è duplice.

 

L’immigrazione diventa un rischio solo quando non è controllata, ma è necessaria per la sopravvivenza del continente europeo, ma anche per accelerare lo sviluppo di quello africano. Ad oggi bisogna ricordare che i primi finanziatori dello sviluppo africano rimangono coloro che dopo la grande diaspora degli ultimi decenni, divenuti africani in Europa, continuano a inviare rimesse e risparmi nei ai famigliari, senza dimenticare che spesso, se le condizioni politiche sono favorevoli, investono proprio nei loro paesi d’origine.

 

L’immigrazione controllata serve anche all’Europa perché senza nuovi ingressi l’Italia, per esempio, nel 2050 sarebbe ridotta ad avere 40 milioni di abitanti e nessuno pagherebbe le tasse per assicurare le pensioni e servizi.

 

L’Europa dunque ha deciso di agire in questa prospettiva per cercare di mettere le basi ad un futuro più stabile e pacifico nel continente africano perché sembra aver finalmente capito che da questo dipenderà la sua futura stabilità. Utilizzare in maniera strumentale il dato di fatto dei flussi migratori è una strada politica pericolosa e totalmente controproducente.

(Cape Town Bo-Kaap)
Che progetto di sviluppo vorrebbe dunque portare avanti l’Europa in Africa?

Un progetto sicuramente e finalmente unitario, un progetto volto a garantire stabilità e cooperazione, un progetto la cui necessità era già nota da tempo e che prevede uno sviluppo gestito non unilateralmente ma paritario e concordato per riuscire nel difficile intento di promuovere la nascita di un mercato interno stabile che possa unire e legare commercialmente, direttamente tutti i vari Stati africani.

 

Una soluzione questa che prevede, come già teorizzava Willy Brandt, una 'normalizzazione' dei blocchi che si contrappongono e differenziano in un determinato ambito, che sia questo di sviluppo economico o politico, con il fine di ridurne sistematicamente le disparità e stabilizzarne i rapporti. L’unico modo di rendere più sereno il futuro del vecchio continente europeo è dunque normalizzare il processo di crescita economica del continente africano.

 

La linea di sviluppo che secondo gli accordi presi nell’ultimo incontro tra Ue e Unione Africana ad Abidjan (Costa d'Avorio) è dunque di questo tipo, una cooperazione volta a perseguire stabilità e sviluppo, il tutto all’interno di una cornice di rispetto dei diritti umani, clausola fondamentale.

(Città fantasma costruita alle porte di Luanda in Angola)

Il difficile obiettivo è quello di riuscire ad ottenere, come prima analizzato, il consolidamento di un mercato interno africano e incrementare la fiducia degli investitori privati in modo che ci possa essere una win-win situation da parte dei due 'blocchi' interessati nello stringere questi accordi.

 

Ultimamente si è anche sperimentata la collaborazione tra aziende e associazioni no profit che già operano in territorio africano per portare avanti, sfruttando la conoscenza del territorio e delle istituzioni da parte di queste associazioni, veri e propri progetti imprenditoriali in campi di sviluppo certificati e legati ad un equo e sostenibile sviluppo sociale come per esempio la sanità, l’agricoltura, l’energia rinnovabile.

 

Questo perché si è finalmente capito che il dono in sé non serve a nulla, solo quando c’è un interesse concreto e diretto si può iniziare delle attività con prospettive più serie di evoluzione futura.

 

Come vede la posizione della Cina in questo scenario?

La Cina negli ultimi anni si è sicuramente guadagnata un grande vantaggio strategico nel senso che ha investito direttamente, con il suo modello di economia statalizzata, moltissimo denaro e ha costruito grandi infrastrutture.

 

Si è impegnata, questo solo negli ultimi anni e un po’ timidamente, in attività di peacekeeping, e quindi ha dato il via a un programma di immigrazione controllata e costante di cinesi dalla madre patria verso l’Africa per aprire nuove piccole e medie attività commerciali.

(Cinesi in Africa)

Il problema fondamentale legato all’iniziativa cinese è riconducibile alla mancanza di trasparenza nel riconoscimento dei diritti civili e nel promuovere uno sviluppo concentrato più sull’apertura di un mercato cinese in africa che sulla costruzione di un mercato africano in Africa.

 

Se si pensa che oggi su 1 miliardo e 200 milioni di africani circa 300 milioni possono essere identificati come classe media, l’idea di un mercato africano è qualcosa di veramente grande e allettante, ma sicuramente la stabilizzazione politica e il progresso sociale sono alla base di un vero exploit economico. Se si trascurano queste fondamenta, un investimento diventa rischioso e imprevedibile.

 

Secondo le stime attuali l’Africa nel 2050 arriverà ad avere 2,5 miliardi di abitanti, da solo questo numero dovrebbe bastare per interessarsi alla questione africana, sotto ogni punto di vista. 

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