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L'Europa non c'è, l'Italia se ne lava le mani e rimangono solo le Ong. "Mediterranea è un cacciavite per aprire le porte alla conoscenza delle migrazioni"

Dopo la "Giornata nazionale per le vittime dell'immigrazione", abbiamo deciso di intervistare chi in mare c'è stato e ci starebbe, se non fosse per i decreti sicurezza del governo passato. Intervista a Francesca Zanoni e Noemi di Mediterranea, per comprendere il lavoro in mare e in terra di chi ha deciso di salvare i migranti e di raccontarne le storie

Di Davide Leveghi - 04 October 2019 - 19:21

TRENTO. C'è un monumento, in quel frammento di terra che è l'isola di Lampedusa, che in faccia al mare guarda l'Africa. Costruita per accogliere idealmente le donne e gli uomini salpati dall'altra parte del Mediterraneo, la “Porta d'Europarappresenta ciò che un tempo, anche per i nostri emigrati in cerca di fortuna e dignità, rappresentava la Statua della Libertà: il simbolo di una speranza.

 

Speranza (che spesso veniva e) viene disillusa, verrebbe da dire, a vedere le sorti delle migliaia di migranti giunti dopo viaggi per lo meno travagliati ed immani sofferenze nel tanto agognato Vecchio Continente. Speranze che le mani di Ong come Mediterranea cercano, nonostante tutti gli ostacoli frapposti da Roma o Bruxelles, di trasformare in aiuto concreto, in mare come in terra.

 

L'esperienza di Mediterranea – ci racconta Francesca Zanoni, trentina impegnata per due mesi sulla nave Mare Jonio come operatrice legalenasce in una cornice politica. Rispetto ad altre organizzazioni noi nasciamo da realtà politicizzate che intendono l'intervento in mare non solo come “mera” azione umanitaria ma anche come azione politica. Per questo non ci occupiamo solo di aiutare che è in difficoltà in mare, ma anche di monitorare la situazione di qua come di là nel Mediterraneo, di sostenere i migranti anche dopo il loro approdo e di sensibilizzare l'opinione pubblica”.

 

Un lavoro a 360º che parte dalla volontà di due centri sociali bolognesi, realtà storiche della città felsinea – il Tpo e il Labàs – di creare una rete con organizzazioni sensibili alla tematica delle migrazioni comprando una nave per intervenire concretamente in mare – tra cui Arci, Sea Watch, ecc.

 

“L'appoggio che riceviamo – aggiunge Francesca– deriva proprio dalla tangibilità del nostro operato, specie in quest'epoca virtuale” “Mediterranea ha toccato la solitudine e il dolore delle persone. Fa capire il disagio di chi migra”, le fa eco Noemi, tra le coordinatrici del collettivo Mediterranea sorto a Trento, come in tantissime altre realtà, per promuovere, raccontare e supportare a terra l'azione in mare.

 

 

Mediterranea mette in acqua la sua nave, la Mare Jonio, nell'ottobre 2018. Un anno fa precisamente. Da quel momento si occupa in mare di salvare i migranti e in terra di denunciare le politiche che causano le migrazioni, le cercano di controllare – finendo per incrementare le morti o per foraggiare, paradossalmente, gli stessi trafficanti in una Libia dilaniata dalla guerra civile – e sfruttano i migranti, manodopera senza diritti. “I migranti insegnano qualcosa sulla nostra società”, incalza Francesca.

 

Decostruire la narrazione criminalizzante del lavoro dell'Ong rientra tra i compiti di un'organizzazione come Mediterranea. La diffusione della “teoria Zuccaro”, dal nome del procuratore di Catania che per primo, seguito a ruota dai politici, parlò di “taxi del mare” e di collusioni tra trafficanti e Ong, non ha certo aiutato l'operato di chi, mettendo energie fisiche, psicologiche ed economiche, ha deciso di aiutare concretamente chi cerca di raggiungere l'Europa sui barconi.

 

Men che meno la politica dell'ex ministro dell'Interno Salvini, che ha cercato di ostacolare in ogni modo, fornendo coi decreti sicurezza l'armamentario giuridico, l'attracco delle navi di salvataggio nei porti italiani. “Diciamo innanzitutto che ogni ipotetica collusione tra noi e gli scafisti è stata archiviata, senza che si dimostrasse nulla – spiega Francesca - Attualmente non c'è alcun procedimento. Aggiungiamo che quando le Ong non sono in mare, dati alla mano, non è che diminuiscano le partenze, che sono sempre le stesse, ma aumentano i morti e basta”.

 

“La vicenda che ci vede coinvolti tra agosto e settembre ha dell'incredibile, visto che è il primo caso di nave a cui è stato negato il diritto d'ingresso senza che ci fossero migranti a bordo – continua – cominciamo dall'inizio: il 28 agosto recuperiamo nella Sar libica a est di Tripoli 100 persone alla deriva. Chiediamo il permesso di portarli in un porto italiano ma dall'Italia ci dicono di riportarli in Libia. Non non possiamo per motivi evidenti. Ci fermarci quindi di fronte alle acque territoriali. Lì arrivano a scaglioni delle barche della guardia costiera che fanno smontare prima donne e bambini, poi i malati, ed infine, all'ultimo giro, i rimanenti”.

 

Le condizioni della nave sono terribili. Dopo giorni manca l'acqua potabile, i migranti sono provati dal viaggio, 9 sono le persone date per disperse nel corso del viaggio. “E' un tira e molla – prosegue la giovane attivista – sulla nave c'erano molti minori, tra cui bambini sotto ai dieci anni. Il mare è agitato. Concluso il trasbordo dei passeggeri, con il solo equipaggio chiediamo alla capitaneria di poter rientrare. A quel punto, giunti a Lampedusa, ci vediamo sequestrare la nave dalla guardia di finanza. L'accusa è di aver violato il divieto d'ingresso, in realtà concessoci dalla guardia costiera”.

 

È l'ultimo colpo di coda del governo a trazione Lega. Sono quelli infatti i giorni del cambio di governo. Ma da quel momento, la situazione è rimasta la stessa. “I decreti sono ancora in vigore. La nostra nave, come la Sea Watch, è ancora sotto sequestro. Noi chiediamo che venga dissequestrata, per poter riprendere il mare. Perché intanto la gente continua a morire”.

 

A Trento come in altre città, s'è detto, Mediterranea è diventata una realtà vivace e in crescita. Partito da un incontro organizzato a lettere, anche l'appoggio trentino dell'organizzazione si è piano piano espanso, divenendo una realtà ricercata, al centro dell'interesse che monta nella società per il lavoro che questa organizzazione svolge. “E' un movimento trasversale – assicura Noemi – che nonostante la lontananza della città dal mare ha trovato un grande sostegno, di chi vuole conoscere, di chi vuole aiutare, finanziariamente o attivamente. Ora si sta pure formando un equipaggio di trentini per la nave”.

 

E non a caso questa sera Mediterranea è al centro di un doppio evento, al Castello di Pergine, per raccontarsi, e al centro giovani Cantiere 26 per un concerto in sostegno dell'attività dell'Ong (qui il link dell'evento).

 

Mediterranea è un cacciavite – chiosa Francesca – usato per creare qualcosa che non c'era, per riaprire le porte delle parrocchie o delle università. Non è solo un mezzo ma anche un ponte. Una vera forza silenziosa, che deve continuare a essere coltivata”.

 

All'inaugurazione della Porta d'Europa, avvenuta nel giugno 2008, la poetessa Alda Merini lesse una poesia scritta per l'occasione. L'ultimo passo recitava:

 

“Così, figli miei / una volta vi hanno buttato nell'acqua / e voi vi siete aggrappati al mio guscio / e io vi ho portato in salvo / perché questa testuggine marina / è la terra / che vi salva / dalla morte dell'acqua”.

 

Ecco, immaginate Mediterranea come questa testuggine. Il suo posto, è il mare.

 

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