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Oggi la Siria manifesta a Trento. Aburabia e Haji: "La pace è lontana ma vogliamo tornare a casa, fosse anche l'ultimo giorno della nostra vita"

Il racconto di due profughi che dopo tre anni nei campi libanesi, a febbraio, sono riusciti ad arrivare a Trento: "Siamo due fratelli. E' stata nostra madre a riunire la famiglia in Libano. Noi non potevamo tornare in Siria. Ci avrebbero o ucciso o fatto arruolare"

Di Luca Andreazza e Giuseppe Fin - 17 December 2016 - 08:15

TRENTO. "Ci saremo anche noi per chiedere la libertà che ci viene negata dal regime di Assad". Il conflitto in Siria è un puzzle di trattative, attacchi e alleanze. Un terreno per risolvere tensioni geopolitiche che fino ad ora non hanno trovato pace. Oggi, alle 15, in piazza Duomo, anche Trento sarà protagonista di una manifestazione per tenere alta l'attenzione sulle bombe che stanno martoriando numerosi civili ad Aleppo e in tutto la Siria. E noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare due dei profughi che sono scappati un anno fa e vivono da inizio anno a Ravina. Ci saranno anche loro in piazza per una manifestazione che servirà a chiedere libertà e far conoscere il tremendo destino che stanno vivendo moltissime persone. (LEGGI IL NOSTRO APPROFONDIMENTO). 

 

Per capire come siamo arrivati ad oggi, occorre fare qualche passo indietro. Nel 2011, il mondo assiste alle Primavere arabe e anche la Siria entra in gioco. La popolazione organizza manifestazioni per chiedere libertà e uguali diritti ai cittadini. La mancanza di ascolto da parte del Governo porta i siriani a chiedere la caduta del regime. Una richiesta che scatena una guerra civile con una risposta violenta del governo che cerca di reprimere questi moti di protesta. L'opposizione siriana ripiega e si organizza nell'Esercito siriano libero, composto in larga maggioranza da disertori dell'esercito regolare. Il movimento fa breccia e conquista diverse zone della Siria, arrivando a prendere anche buona parte di Aleppo.

 

La tensione cresce d'intensità, quando il Governo mobilita l'aviazione e iniziano i primi bombardamenti. E' in questo momento che il conflitto in Siria cessa probabilmente di essere una guerra civile e diventa il terreno per risolvere questioni irrisolte mediorientali ancora sul tavolo: le milizie curde e i miliziani dello Stato Islamico entrano in gioco. Il mondo internazionale nota le attività terroristiche e decide di intervenire. Russia e Stati Uniti si ritrovano parte in causa (interessata, soprattutto la Russia), rispettivamente a sostegno del regime e dell'esercito libero. Le bombe intanto però continuano e l'Onu nel 2014 smette di contare le vittime.

 

I siriani Aburabia di 38 anni, e il fratello Haji di 39 anni originari di Homs (città costiera e fra i centri principali in Siria, ndr) ricordano per ilDolomiti.it il loro arrivo a Trento il 29 febbraio scorso, quando dopo tre anni in Libano, accedono al corridoio umanitario. Contenti di non sentire più il rumore delle bombe ma allo stesso tempo tristi nel ricordare la propria terra martoriata dalla guerra. La speranza però è ancora viva.

 

Aburabia e Haji, domani prenderete parte alla manifestazione? Cosa rappresenta per voi?

 

"Certo, saremo in piazza per chiedere la libertà che ci viene negata dal regime e per tenere alto l'interesse sulla situazione siriana. Un modo per chiedere un intervento risolutivo per cessare i bombardamenti e far finalmente arrivare gli aiuti umanitari. Le manifestazioni del 2011 sono sempre state pacifiche: un popolo unito senza distinzione di religione, una voce unica di cristiani e musulmani per chiedere maggiori libertà. Una richiesta siriana, ma il Governo ha risposto con la repressione e le bombe".

 

E allora siete scappati, come avete raggiunto il Libano e quanto siete rimasti lì?

 

"Abbiamo lasciato Homs alla spicciolata utilizzando per qualche tratto la macchina oppure spostandoci a piedi. Siamo così riusciti a raggiungere il confine del paese e arrivare in Libano. Nostra madre si è impegnata in diversi viaggi per ricongiungere piano piano e un pezzo dopo l'altro la famiglia. Ci sono voluti circa 3 anni per riunirsi tutti nel campo libanese".

 

Come mai vostra madre e non voi stessi in prima persona?

 

"Nostra madre ha 53 anni, era considerata vecchia e quindi poteva passare inosservata. Noi invece saremmo stati fermati e costretti ad arruolarci nell'esercito, senza dimenticare che sarebbe stato altrettanto alto il rischio di essere fucilati. Noi pensavamo di fermarci poco in Libano e che la guerra sarebbe finita presto. Invece il conflitto è in atto già da sei anni".

 

Quando avete preso in considerazione l'idea di raggiungere l'Europa?

 

"La nostra intenzione era quella di rientrare a casa. Non avremmo mai pensato che la Siria potesse trasformarsi nel conflitto attuale. La situazione era difficile, ma la fiducia di rientrare in patria era tanta. Il quadro è precipitato quando nel 2015 il governo libanese ha deciso che i siriani erano illegali: non si poteva più uscire dal campo, altrimenti saremmo stati arrestati. Fu quello il momento in cui per la prima volta abbiamo pensato di scappare. Abbiamo iniziato a informarci per i viaggi su barconi dalla Turchia".

 

Qui entra in gioco l'operazione Colomba, che in sinergia con la Comunità di S. Egidio, riesce a creare un corridoio umanitario per portare in salvo i libanesi. Il 29 febbraio atterrano a Fiumicino, i controlli, il rilevamento delle impronte digitali e il trasferimento in Trentino. Precedenza a gravi casi medici e perseguitati.

 

Come vi trovate in Trentino? Come festeggerete il vostro primo Capodanno qui?

 

"Abbiamo ricevuto una bella accoglienza. Ora stiamo meglio in quanto non viviamo più nella paura. Qui se ci fermano è sufficiente mostrare il permesso di soggiorno, mentre in Medioriente si poteva essere arrestati per futili motivi e si perdevano i contatti con i parenti anche per diversi mesi. Non sappiamo ancora cosa faremo a Capodanno, ma sicuramente qualcosa di semplice in famiglia".

 

Quando vedete le immagini della Siria e Aleppo in televisione che sentimenti provate? Avete ancora qualche familiare lì?

 

"Ovviamente grande tristezza. La Siria è diventato un gioco geopolitico, dove ognuno cerca di portare avanti i propri interessi sulla pelle dei civili. Non abbiamo una visione molto rosea del futuro e la fine del conflitto non è vicina: la guerra durerà ancora tanti anni e si aggiungeranno altri attori in questa lotta di sangue e bombe. Il mondo internazionale ha fatto finta di niente, nessuno ha chiesto di sospendere i bombardamenti. Solo Papa Francesco ha chiesto di cessare il fuoco. Nostra sorella Ummahmad e i suoi cinque figli sono ancora in Siria. Lei non è riuscita a raggiungerci perché vive in un'altra zona del paese e per raggiungere il Libano sarebbe dovuta passare per Palmira, una zona caldissima, sarebbe stato troppo rischioso. Cerchiamo di restare in contatto, ma non è semplice: ora sono due mesi che non riusciamo a sentirla".

 

Terminato il conflitto tornerete in Siria oppure ormai è un capitolo chiuso per voi?

 

"La speranza è di poter tornare in Siria. La vita è fatta di tante cose: speranza, stare tranquilli e stare bene. Siamo grati all'Italia e al Trentino, ma siamo lontani dal nostro paese e quindi ci manca una parte: la nostra terra. Spero di poter far ritorno a casa, anche se fosse l'ultimo giorno della mia vita".

 

 

 

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