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Vino, prove di unitarietà e dialogo per una rivoluzione vitivinicola

In Trentino si coltivano 10.200 ettari di vigne, curate da 150 aziende, mentre in Alto Adige su poco più di 5.000 ettari operano 260 aziende. Il vino trentino cerca di ritrovare la propria identità e un compromesso tra Consorzio e Vignaioli, rilanciando anche il Valdadige DOC

Di Nereo Pederzolli - 15 giugno 2017 - 10:46

MADRUZZO. Il vino trentino cerca identità condivise. Senza contrapposizioni, per uscire dall’impasse che condiziona da alcuni decenni il comparto vitivinicolo in riva all’Adige. Con visioni per troppe vendemmie decisamente contrapposte.

 

Un concetto ribadito dagli enologi, in un’assise – mai così frequentata – nelle sale della cantina Toblino. Tecnici riuniti, senza distinguere professionisti del vino cooperativo, di aziende mastodontiche o enologi che curano i vini dei loro poderi di famiglia, per micro produzioni, diverse e distinguibili. Quelli che stimolano al cambiamento. Visioni, vitigni, culture enoiche.

 

Per differenziare anzitutto le due forme di viticoltura trentina: quella intensiva e una decisamente a misura di vignaiolo’. Forma, quest’ultima, decisamente penalizzata.

 

Liberando quanti vogliono cimentarsi nella ‘vinificazione in proprio’, per superare incomprensioni, sterili campanilismi, l’imposizione burocratica imposta da certi ‘colossi’ del vino dolomitico.

 

Qualche dato. In Trentino si coltivano 10.200 ettari di vigne. Curate da 150 aziende, vale a dire una ogni 68 ettari. Poche, troppo scarse le iniziative qualitative per un rilancio identitario. Perché? Ad esempio, in Alto Adige, su poco più di 5.000 ettari operano 260 aziende, ognuna con una ventina d’ettari  a disposizione.

 

E ancora: 300 cantine tra i 2.000 ettari di Barolo; sulle pendici dell’Etna, neppure mille ettari, oltre 150 etichette diverse. Per non parlare della Borgogna – 6 mila aziende, una ogni neppure 5 ettari. Poi c’è la questione remunerazioni. Che in Trentino, mediamente, non superano i 12 mila euro ad ettaro, la metà di quanto rende il vicino Alto Adige.

 

Gli enologi ora provano a cercare sinergie. Almeno di compromesso. Tra forme di coltivazione intensiva dei vigneti – puntando su rese quantitative e per mercati di vini chiamiamoli ‘spensierati’ come il pinot grigio – riservando contemporaneamente  maggior attenzione a quei cultori della vite che puntano a metterci la faccia, a fare vini con molta personalità, da proporre ad altrettanti estimatori, consumatori preparati, accorti, disposti a spendere quasi il doppio (e anche più) del prezzo di una bottiglia di vino sociale (inteso come prodotto da una cantina della cooperazione) ?

 

Domanda ostica, in un summit tra ‘addetti  ai lavori’ nel salone della Toblino, dove solitamente si lasciano appassire le uve nosiola destinate a diventare vino santo, Confronto tutt’altro che moscio. Con una insolita, convincente vivacità d’idee, di confronto. Senza risparmiare critiche, ma puntando a sinergie. Per trovare una linea comune, per una ‘prova unitaria’ tra grosse cantine, aziende da fatturati milionari, il marchio ostentato ancor più del prodotto e – sul versante opposto – i vignaioli, vini di famiglia, nicchie di mercato, micro economie di scala.

 

Hanno trovato punti comune per futuri intenti sia Bruno Lutterotti, direttore del Consorzio Vini, di Cavit e pure della Toblino, che Lorenzo Cesconi, a capo della settantina di vignaioli che non aderiscono alla mission di un consorzio dominato dalla cooperazione vinicola. Per sfruttare meglio il vino nella promozione turistica, per rispettare le DOC, per ‘farlo ancora più buono’. Indipendentemente dalla dimensioni della cantina che lo produce.

 

Distinguere per distinguersi. Rilanciare la DOC Trentino, ora usata prevalentemente dalle ‘sociali’, mentre i vignaioli scommettono su Dolomiti IGT, indicazione geo tipica che forse – sostengono al Consorzio Vini – crea confusione all’estero e su certi mercati esclusivi.

 

Ecco allora – tra i tanti argomenti affrontati – quello di recuperare la Valdadige DOC (magari per vini più commerciali) e ‘scorporare’ lo spumante classico dalla Trento DOC (è una delle tesi più dibattute tra gli enologi e non solo) mirando la comunicazione su argomenti più immediati, semplici, con un linguaggio per certi versi più popolare.

 

Gli imprenditori vinicoli, dal canto loro, ribadiscono l’importanza dei distinguo. Nel rispetto dei soci viticoltori delle tante cantine sociali, del valore e del benessere che genera il vino trentino. Un comparto che praticamente nel suo complesso fattura quasi 2 milioni di euro al giorno, grazie ad una produzione enologica ottenuta soprattutto  acquistando fuori Trentino enormi quantità di vino. Ottimo prezzo, altrettanta scarsa identità territoriale. Proposto poi a prezzi assolutamente concorrenziali sul mercato mondiale.

 

Ecco allora l’urgenza di ‘tornare alle radici’, ad essere davvero trentini. Operare in sinergia tra grandi e piccoli. Tra concorrenza –  servono oltre 600 ore annue  per curare un ettaro di vigne tra le Dolomiti – e l’entrata in vigore di norme che consentono raccolti copiosi, coltivando i campi per vendemmie molto ’pesanti’.

 

Gli  enologi ci provano. Entro l’autunno sarà convocato un nuovo summit. Per trovare almeno qualche fermento stimolante, il lievito dell’unità. Da inoculare, per garantire giuste evoluzioni enologiche, nel rispetto reciproco della diversità. Un lavoro che gli enologi conoscono alla perfezione. Spetta ora alla politica provinciale – e a tutti i soggetti di un ‘chilometro vero’ – il compito di confrontarsi. Per un brindisi al vino trentino. Tutto. 

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