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Troppo fascismo negli stadi per mettersi in ginocchio, ecco perché in Italia stupiscono i calciatori che aderiscono al Black Lives Matter e non il contrario

Quei cinque - Toloi, Emerson Palmieri, Pessina, Bernardeschi e Belotti – hanno avuto molto più coraggio di quanto si creda. Perché la ragione per cui la nostra nazionale, esattamente come quelle dell’Est Europa, non aderisce alla campagna, è semplice: il tifo nel calcio italiano è in mano ai fascisti

Di di Raffaele Crocco - presidente Atlante delle Guerre e direttore Unimondo - 22 June 2021 - 10:46

TRENTO. L’unica cosa da evitare è stupirci. Se i calciatori della nazionale italiana non si inginocchiano per aderire al Black Lives Matter contro il razzismo non dobbiamo stupirci. Lo stupore, anzi, lo dobbiamo ai cinque che nel giorno di Italia – Galles hanno deciso di farlo, di inginocchiarsi, nonostante la non posizione della nostra Federazione e l’ipocrita frase “sono scelte individuali” espressa qualche giorno prima in conferenza stampa da alcuni calciatori azzurri.

 

Quei cinque - Toloi, Emerson Palmieri, Pessina, Bernardeschi e Belotti – hanno avuto molto più coraggio di quanto si creda. Perché la ragione per cui la nostra nazionale, esattamente come quelle dell’Est Europa, non aderisce alla campagna, è semplice: il tifo nel calcio italiano è in mano ai fascisti. Lo è da sempre, lo è da decenni. Si fa finta di nulla o si dice: sono una minoranza. Non è così. In Italia è fascista il tifo che interessa alle società, cioè il tifo organizzato, quello che – sottobanco – gestisce gli appalti delle pulizie o della vendita di bibite negli stadi, la prevendita dei biglietti, il merchandising. Insomma: la tifoseria organizzata – e fascista – è quella che aiuta le società di calcio a fare soldi.

 

Le società, quindi, queste tifoserie le coccolano, minimizzando le questioni sociali e politiche. Certamente non vogliono rendersele nemiche. Lo stesso vale per i calciatori, che sanno benissimo quanto sia difficile la vita di chi fa arrabbiare i tifosi. E se i tifosi sono fascisti e razzisti – come lo sono la gran parte dei tifosi organizzati italiani – meglio stare in piedi all’inizio della partita e non aderire alla campagna antirazzista. Perché negli stadi italiani il fascismo – con braccia alzate, fasci littori e svastiche, nomi evocativi – è di casa. Ed è di casa, inevitabilmente, il razzismo. Lo abbiamo dimenticato? Si lo abbiamo dimenticato. E allora è meglio ricordare.

 

Nell’ottobre del 2017, i tifosi laziali per offendere i romanisti crearono adesivi con l’immagine di Anna Frank in maglia giallorossa. Qualche anno prima, i tifosi dell’Hellas Verona – si chiamano Brigate Gialloblu in memoria delle Brigate Nere – impedirono alla società di acquistare un giocatore perché nero. I “buu, buu” per imitare le scimmie e le banane lanciate in campo nei confronti di giocatori africani o semplicemente neri si sprecano. Così come le braccia alzate nel saluto romano. I nomi dei gruppi la dicono lunga. Delle Brigate Gialloblu – da sempre vero bacino elettorale per tutta l’estrema destra fascista veronese – abbiamo detto. Ma a Verona esistono anche il Verona front, la Gioventù scaligera, tutte tifoserie storicamente collegate con i bonehead inglesi del Chelsea.

 

A Roma, i tifosi laziali hanno legami con gruppi fascisti di tutta Europa: gli Ultras Sur del Real Madrid, i polacchi del Wisla Cracovia e gli ungheresi del Levski Sofia. Il viaggio prosegue con la Juventus: il Viminale vigila sui gemellaggi con il Legia Varsavia e il Den Haag, dichiaratamente antisemiti. Nell’Inter, dagli skinhead agli irriducibili, la tifoseria nerazzurra è una roccaforte del tifo fascista lombardo. Azione skinhead era strettamente legata prima con gli Skins e poi ai Boys San dell'Inter, dove l'acronimo San si riferisce alle Squadre d’azione di Benito Mussolini. Attualmente è il gruppo degli Irriducibili ad aver raccolto il maggior numero di esponenti dell'estremismo Skin88 legato al tifo interista. Giusto per ricordare: 88 è il numero simbolo di Adolf Hitler.

 

Tornando a Torino, nella tifoseria della seconda squadra della città – il Torino appunto - diversi gruppi ospitano frange neonaziste. Tra questi, i Granata korps e Viking. A Chieti, la tifoseria ospita in curva gli Ultras, gli Sconvolts, i Fedayn e i Viking. Questo il quadro. Potremmo proseguire con squadre di Puglia, Calabria, Sicilia. Secondo le fonti del ministero degli Interni sono 85 le tifoserie di destra o estrema destra fascista negli stadi italiani. Sono vere e proprie organizzazioni gerarchizzate, con capi che hanno rapporti stretti e quasi sempre di affari con le società. Nel 2019, un’inchiesta della procura di Torino sui rapporti fra tifosi e Juventus raccoglieva la testimonianza di un ex dirigente, Francesco Calvo. «Il compromesso è questo – spiegava ai giudici -: per garantire una partita sicura, cedevo sul numero di biglietti, sapendo bene che facevano business. Ho ritenuto che una mediazione con il tifo organizzato fosse comunque una soluzione buona per tutti».

 

Il rapporto è stretto, il legame è quasi mortale. Le società di calcio italiane non possono inimicarsi le tifoserie e i calciatori non possono sfidare il pubblico. Se le tifoserie sono razziste – come la maggior parte di quelle organizzate italiane – è inevitabile che la federazione italiana non prenda posizione e che i calciatori restino in piedi. Il business val molto di più - per loro – del colore della pelle di qualcuno.

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