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Trento
13 giugno | 21:43

"Un amore a prima vista. Ho guardato il pattinaggio con gli occhi di una bimba di 3 anni e ho deciso che quella era la mia strada". L'intervista a Lara Naki Gutmann

Medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, la 23enne fuoriclasse roveretana del pattinaggio sul ghiaccio si racconta a Il Dolomiti. Tra sacrifici, sogni, chilometri (su strada e sul ghiaccio) e la voglia di migliorarsi ogni giorni. Le rinunce? Mai state un problema

TRENTO. Il primo amore non si scorda mai.

 

Chi l'ha detto per... primo? Impossibile saperlo, quello che è certo è che diventata un'espressione popolare, applicata a tutti i più disparati ambiti della vita. Vale in ambito sentimentale? Sì, perché il tourbillon d'emozioni che una giovane ragazza o un giovane ragazzo provano quando s'innamorano per la prima volta resterà impresso per sempre nella testa.

 

Poi, magari, "passa", ma il ricordo ci sarà sempre. O, magari, no e quella scintilla, scattata in quell'istante, è destinata ad alimentare un fuoco sacro destinato a non spegnersi mai.

 

Per conferme basta recarsi al "Palaghiaccio" di Trento e chiedere alla fuoriclasse roveretana Lara Naki Gutmann se è così. Il primo amore, sportivo in questo caso, non si scorda mai? La risposta sarà: assolutamente sì.


Nel 2006 aveva appena tre anni e, con gli occhi sognanti e un'attenzione non comune per una bimba così piccola, ammirava alla televisione le magie delle pattinatrici e dei pattinatori che disegnavano traiettorie incredibili sul ghiaccio del "PalaVela" di Torino.

 

Sì, la Rai trasmetteva le Olimpiadi, quella manifestazione magica che, per tutti gli sportivi del mondo (tranne i calciatori, ma quello è un mondo - ahiloro, in questo caso - a parte), rappresentano il sogno. Anzi il "Sogno", con la "esse" maiuscola.

 

In quel momento, nell'inverno di vent'anni fa, la piccola Lara Naki decise, senza "se" e senza "ma": quello voglio fare, pattinare sul ghiaccio. Il pensiero di partecipare ai Giochi a Cinque Cerchi sarebbe arrivato dopo (ma non troppo), ma nella sua testa era tutto chiarissimo.

 

E, da allora, ha percorso chilometri e chilometri su strada, per raggiungere Trento, la sua sede abituale d'allenamento, per andare in Canada e in Svizzera, dove svolge periodi di training ormai ogni anno, per le gare di Coppa del Mondo, gli Europei, i Mondiali e, ovviamente, le Olimpiadi.

Prima quelle di Pechino, nel 2022, vissute nella "bolla" post Covid e poi quelle italiane di Milano Cortina 2026 con annessa apoteosi: medaglia di bronzo nella prova a squadre, davanti al suo pubblico, con migliaia di tricolori che sventolavano sugli spalti e i decibel a livelli altissimi.

 

Il sogno di esserci è stato dunque addirittura "bissato" (e non sarà l'ultima, visto che di anni ne ha solamente 23) ed è arrivata anche un'incredibile medaglia che, per tanti, vale "una carriera", ma che lei considera come un punto di partenza. Con i piedi ben ancorati a terra, anzi sul ghiaccio, ma i margini di miglioramento di cui dispone sono immensi, così come la sua maturità e la voglia di andare "oltre".

 

E, allora, per fortuna che in quei pomeriggi di febbraio 2006 non è saltata la corrente a Rovereto e nessuno ha pensato di cambiare canale per farla sorridere davanti ad un cartone animato. D'altronde lei era già felice e sognante, guardando le evoluzioni di Carolina Kostner e delle altre star del ghiaccio.

 

"E' nato tutto proprio così - racconta la fuoriclasse roveretana -: in famiglia non c'era mai stata una pattinatrice o un pattinatore e, dunque, non ho "ereditato" da nessuno questa passione. E, sino a quel momento, non avevo nemmeno mai visto un paio di pattini. E' iniziato dal nulla: mi sono innamorata di questa meravigliosa disciplina guardando le Olimpiadi e da lì è partito tutto. Quanti chilometri hanno fatto mamma e papà per portarmi agli allenamenti: a Rovereto non c'era e non c'è tutt'ora una struttura e, dunque, dovevo salire a Trento. Avanti e indietro, avanti e indietro ma, direi, che ne è valsa la pena".

Beh, allora partiamo subito "forti": se le dico Olimpiadi di Milano Cortina, cosa risponde?

"E come potrei rispondere in una, due, tre, cinque parole. Impossibile. Un'esperienza meravigliosa, unica, pazzesca. La gara, poi la cerimonia d'apertura, la medaglia di bronzo vinta nella prova a squadre, il pubblico, l'entusiasmo, mio papà e il mio fidanzato in tribuna, il podio e la cerimonia di chiusura in un luogo a me molto caro e che frequento spesso quale è l'Arena di Verona. E poi il Villaggio Olimpico, gli incontri con persone provenienti da ogni parte del mondo e quell'atmosfera unica che si respira durante la manifestazione. E' veramente difficile spiegare cosa ho provato, ma una cosa è certa: è stato tutto incredibile".

 

Le Olimpiadi le aveva già vissute, a Pechino, ma erano i Giochi "post Covid". Dunque era tutto diverso.

"E' stato tutto surreale, tutto ovattato, tutto "chiuso", tutto stranissimo. In mensa c'era il plexiglass tra un posto e l'altro, ogni giorno venivi sottoposto al tampone e, in caso di positività, ti chiudevano letteralmente in una stanza e Giochi finiti. Insomma, sono state Olimpiadi sì, ma lo spirito olimpico - inevitabilmente - l'atmosfera era tutt'altro che... olimpica".

 

Ha tirato un po' il fiato dopo una stagione "pazzesca"?

"Ho staccato la spinta per qualche giorno, ne avevo bisogno. Poi, però, mi sono rimessa a lavorare. Mi concederò qualche giorno al mare, non so ancora dove, ma non troppo perché la nuova stagione non è così lontana. Anzi, è sempre più vicina e io so di avere ancora tanto da imparare, molto da migliorare e ho una gran voglia di compiere ulteriori passi avanti".

 

Dica la verità: dopo il terzo posto nella prova a squadre al World Team Trophy di Tokio lo scorso anno... la medaglia nella prova a squadre era un obiettivo o solamente un sogno?

"Era un grande obiettivo, ma grande, grande, grande e stiamo parlando delle Olimpiadi. Insomma, eravamo consapevoli della nostra forza, ma da qui a salire sul podio. Tagliamo la testa al toro: abbiamo realizzato un sogno enorme. E poi, conquistare una medaglia nella gara a squadre è, per certi versi, ancora più bello, perché si condivide il percorso. Io, mentre pattinavo, sentivo il tifo sfrenato dei miei compagni in mezzo alle migliaia di persone presenti. Sono ripetitiva se dico che è stato incredibile?".

 

Sì, ma chissenefrega. E quando avete capito che sì, era bronzo?

"Tutti insieme, nel box: una gioia che non dimenticherò mai".

Tutto bello, vero, ma una carriera a questi livelli impone - giocoforza - tanti sacrifici.

"Io mi ritengo una persona fortunata. Certo, ho dovuto fare rinunce e sacrifici, ma poter fare ciò che si ama lo considero un enorme privilegio. E, dunque, non scindo il pattinaggio dalla mia vita privata. Quello che faccio è parte integrante della mia vita e va benissimo così. Sono contenta. Certo, durante gli anni ho dovuto rinunciare a qualche momento di svago con gli amici, ma non mi è mai "pesato". Ho scelto un percorso, ho la fortuna (e la bravura, aggiungiamo noi, ndr) di poterlo portare avanti ed è inevitabile che ci siano anche cose che "non si possono fare". So perfettamente che la mia giornata non è fatta solamente d'allenamenti: una volta finita la seduta ci sono infatti i momenti con il fisioterapista, il mental coach, la nutrizionista e, ovviamente, la fase di recupero. Mi viene tutto assolutamente naturale. E, lo ripeto, sono fortunata".

 

Ha parlato di mental coach. Come gestisce tensione e pressione nel pre gara, prima di scendere sul ghiaccio? E poi: è scaramantica?

"Prima di tutto ho una mia routine nella fase di riscaldamento. E poi mi parlo, mi ascolto, controllo la respirazione. La tensione c'è per tutti, per me come per i fuoriclasse, i campioni del mondo, i migliori in assoluto. L'esperienza incide moltissimo, ma ognuno è fatto a modo proprio. Imparare a gestire le ore, i minuti e i secondi che precedono una gara, fa parte del percorso di preparazione: insomma, non si allenano solamente i muscoli, ma anche la testa, eccome se si allena. Bisogna lavorarci tanto, ma i risultati sono sensazionali. Alla base di tutto c'é il credere in sé stessi e in quello che si sta facendo. La certezza è che nei tre minuti della gara ci si gioca tutto, mesi e mesi d'allenamento e di questo bisogna essere consapevoli. E farsi trovare pronti".

Nel frattempo, oltre a vincere una medaglia olimpica ed essere una delle pattinatrici più forti a livello mondiale, si è anche laureata.

"Sì e ne sono orgoglioso. Ho conseguito la laurea triennale in Scienze Motorie. Poi, trattandosi dell'anno olimpico, ho messo "in pausa" lo studio e adesso sto valutando se dedicarmi anche alla magistrale. Non è stato sempre semplice, ma ne è valsa la pena e un paio d'esami li ho dati mentre ero in giro per il mondo, a Tokyo e in Canada".

 

Ci tolga un'ultima curiosità: ma i pattinatori allenano anche la memoria. Perché non è mica semplice ricordare perfettamente tutti i passaggi di un esercizio che, insomma, non dura pochi secondi, ma minuti.

"Francamente non ci ho mai pensato. E poi noi lavoriamo su due programmi, uno "corto" e uno "lungo" e quelli sono per tutta la stagione. E quando li ripeti per decine di volte al giorno, tutti i giorni... beh, dopo un po' li hai in testa. Io, tra l'altro, sono un'atleta a cui piacciono eccome le novità, quindi le eventuali modifiche che vengono apportate ad annata in corso non mi sconvolgono. Anzi, sono contentissima di cambiare alcuni dettagli. Non è così difficile, ormai sono abituata".

 

Alla bandiera con i Cinque Cerchi ha detto "arrivederci al 2030"?

"Certo, l'ho salutata e l'obiettivo è quello di rivedersi tra quattro anni, in Francia. Io sono ancora giovane, sento di avere grandi margini di miglioramento e ho ancora tanto da dare. Quindi sì, alle Olimpiadi ci voglio tornare eccome".

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