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Belluno
28 giugno | 20:59

"Quando sono a meno 20 gradi sto bene. E la fatica mi piace. Sono nato ciclista, poi ho scelto lo sci di fondo. I due bronzi olimpici? Fantastici, ma c'è un po' di rammarico"

L'intervista a Elia Barp, atleta di punta della Nazionale di sci nordico, che alle recenti Olimpiadi di Milano Cortina 2026 ha conquistato due fantastiche medaglie di bronzo in staffetta e nella sprint a squadre. Il 23enne di Trichiana si racconta: "Tra ciclismo e sci ci sono tante analogie. Sono sport di fatica, le squadre esistono ma, alla fine, si gioca uno contro uno. E, oggi come oggi, in entrambe le discipline c'è un fuoriclasse assoluto e tutti gli altri provano a batterlo"

TRICHIANA (Borgo Valbelluna). E' nato sul sellino della bici, era bravo e andava forte, anche in salita e gli piaceva parecchio. Poi ha deciso di cambiare sport ed è passato agli sci stretti. E anche lì va parecchio forte. Per fortuna, verrebbe da dire, visti i risultati.

 

Il comune denominatore tra il ciclismo e lo sci nordico? La fatica, che ogni tanto diventa dolore fisico, la devozione, le crisi, quando non si riesce ad andare più avanti, ma anche la gioia di veder ripagati tutti i propri sforzi e, improvvisamente, le centinaia e centinaia di chilometri percorsi assumono un senso.

 

Elia Barp è uno tosto e alle Olimpiadi di Milano Cortina si è portato a casa due favolose e strameritate medaglie di bronzo, nella staffetta e nella sprint a squadre.

 

Arriva da Trichiana, popolosa frazione del comune di Borgo Valbelluna, che ha dato i natali a ben due ministri della Repubblica (Aldo Brancher e Daniele Franco) e alla giornalista Tina Merlin, dove torna - quando può - a godersi le bellezze del territorio, all'ombra delle Dolomiti.

 

Determinato, concentrato e "cattivo" quando arriva lo start, amante della fatica e del freddo, fuori dall'ambito sciistico Barp è bravissimo a non prendersi sul serio. Sa staccare la spina. Lui è uno di quei giovani azzurri (compirà 24 anni a dicembre) chiamato a raccogliere la pesante eredità di Federico Pellegrino, colui che - da solo - ha tenuto "in piedi" il fondo azzurro negli ultimi anni.

 

Adesso, con il ritiro del valdostano, tocca ad altri portare avanti la "baracca". E la "partenza", con i due bronzi olimpici conquistati a febbraio a Lago di Tesero, è stata ottima. Ecco, allora, che archiviata la sua miglior stagione da quando fa parte della Nazionale, il giovane bellunese è già completamente proiettato al futuro. Con la voglia di fare ancora fatica.

 

"L'avventura è già ricominciata - commenta sorridente - ad inizio maggio. Adesso mi dedico allo skiroll, alla bici (figurati se la lasciava in garage, dr), alla corsa, ai pesi in palestra e poi, tra non molto, partiremo per la Svezia, dove si può sciare tutto l'anno visto che sono "avanti" anni luce in tal senso. Non vedo l'ora: più stiamo sugli sci e meglio è. Lì preparano le piste in tunnel sotterranei e capannoni, dove la temperatura e sempre di meno tre, meno cinque gradi e ci sono le piste vere e proprie al coperto".

 

Dopo la fine della stagione ha tirato un po' il fiato?

"Sì, ho fatto tre settimane di ferie, ma avevo una gran voglia di tornare ad allenarmi. Insomma, a me piace fare fatica, non mi tiro indietro. Allenarmi è un piacere, adoro mettermi in gioco. Ho voglia di lavorare, di migliorarmi, di stare in giro per il mondo. Certo, è pesante, ma so che sarà così per 5 - 10 anni e poi avrò tutta la vita per stare a casa. Se vale la pena fare sacrifici? Io mi diverto assolutamente a fare ciò che faccio e, dunque, la risposta è: assolutamente sì".

 

Senta, che voto dà alla sua stagione? Nove, dieci? Insomma, ha messo in bacheca due medaglie olimpiche.

"E' stata una stagione di buon livello. Negli anni scorsi avevo disputato qualche buona gara e quella da poco conclusa è stata certamente la mia annata migliore. I due bronzi olimpici hanno rappresentato il "picco", senza dubbio, anche se - onestamente - un po' di rammarico c'è per quanto riguarda le gare individuali. Quindi non posso definirmi del tutto soddisfatto perché, sia io che i compagni, siamo arrivati ai Giochi in condizione super e qualcosina in più avremmo potuto fare. Però questo è anche il bello dello sci di fondo: non è solo la prestazione a definire il risultato, perché ci sono altre mille variabili che definiscono il piazzamento".

 

Lo sci nordico è stato il "primo amore"?

"No, no, mio papà mi ha messo sulla bici da corsa e il mio primo sport è stato il ciclismo. Che resta una grande passione e una disciplina che amo".

 

E quando ha capito che il futuro sarebbe stato lo sci?

"A 16 anni. Alle scuole medie avevo iniziato a praticare lo sci per non fermarmi del tutto durante l'inverno e tenermi allenato, ma si trattava di una seconda attività. Poi mi sono iscritto allo Ski College di Agordo, mi sono reso conto che sugli sci andavo meglio che in bici e, in seconda superiore, ho compiuto lo "switch" definitivo e, visto come è andata sino a questo momento, mi sento di poter dire che ho fatto la scelta giusta".

 

Il suo idolo?

"Mah, faccio fatica ad indicarne uno nello sci nordico. Stiamo parlando di un passato molto recente: sono cresciuto guardando in tv le gare di Federico Pellegrino, del quale sono stato poi compagno di squadra e mi piaceva molto anche il russo Alexander Bolshunov, tre volte campione olimpico e cinque medaglie a Pechino 2022, che però non corre più da qualche anno".

 

Nel ciclismo invece?

"Mi piace un sacco Wout Van Aert e mi dispiace tantissimo che non partecipi al Tour de France. Il belga è un corridore che mi fa impazzire".

 

Sci nordico e ciclismo hanno tanti aspetti in comune?

"Sì, sì. Entrambi sono sport di fatica e sono simili anche le persone che li praticano. E, parlando della situazione attuale, la situazione è molto simile: c'è un fuoriclasse che le suona a tutti, Klaebo nel fondo e Pogacar nel ciclismo, e tutti gli altri che provano a batterlo. Dal punto di vista tattico non c'è molta differenza tra una sprint o una mass start e una gara ciclistica. La squadra conta, certamente, ma poi alla fine si corre uno contro uno in entrambe le discipline. I compagni possono aiutarti, in tutti e due gli sport, a posizionarti in gruppo ma, alla fine, escono le qualità individuali".

 

Dal ciclismo si è "portato" qualcosa nel fondo?

"Assolutamente sì: quando pedali sei abituato ad avere tanta gente attorno, a sgomitare per la posizione. Ecco, io non ho alcuna paura a stare in gruppo".
 

Torniamo alle Olimpiadi. Insomma siete arrivati all'appuntamento a Cinque Cerchi con un bel po' di pressione.

"Eravamo tutti perfettamente consapevoli che il momento era complicato, e non da oggi, e il movimento - da anni ormai - era legato, quasi "dipendeva" da Federico. Abbiamo lavorato durissimo per preparare al meglio l'appuntamento olimpico, lavorando 250 - 300 giorni l'anno per tre anni, restano mesi e mesi lontani da casa e siamo arrivati alle Olimpiadi in grande forma, con la voglia di dimostrare che l'Italfondo era una squadra e non un unico atleta. I risultati sono arrivati e, obiettivamente, sono stati superiori anche alle aspettative. Abbiamo fissato un nuovo punto di partenza".

 

Insomma, possiamo essere ottimisti?

"Ci sono tanti ragazzi promettenti: il nostro è un gruppo giovane, considerando che il più "vecchio" e Daprà ed è un classe 1997. La curva, insomma, guarda verso l'alto".

 

Parliamo di lei? Sente di avere grandi margini di miglioramento?

"Sì e so di dover lavorare molto per colmare i distacchi in tecnica classica e per compiere significativi passi in avanti nello skating. Io sono convinto che il livello massimo di un atleta venga definito nel momento in cui smette l'attività e non ho intenzione di farlo ancora per qualche anno".

 

Senta, cosa si prova a vincere una medaglia alle Olimpiadi? Nel suo caso, addirittura due.

"Credo sia più semplice per gli altri raccontarlo, perché chi la conquista non si rende bene conto di cosa abbia fatto. E, parlando con altri sportivi, il pensiero è piuttosto comune. Io, forse, tutt'oggi non ho ancora pienamente realizzato. Il mio primo pensiero è stato, addirittura, che sì, avevo vinto la medaglia, ma era quella di bronzo e dunque qualcuno mi era arrivato davanti. Quindi avrei potuto fare meglio. Ecco, è difficile mantenere la lucidità in quei momenti, soprattutto nell'immediatezza: ti sballottano di qua e di là, devi cambiarti per la premiazione perché sul podio devi essere vestito in un certo modo e c'è un rapidissimo protocollo da seguire".

 

Poi, però, quando te la consegnano...

"Io l'ho guardata e l'ho toccata un paio di volte per essere sicuro che fosse "lei". In camera l'ho messa sul comodino e mi sono svegliato, l'ho cercata con la mano e mi sono reso conto che no, non dovevo ancora disputare la gara e mi ero sognato tutto, ma era tutto vero. Il vero riscontro, però, è vedere la gioia negli occhi di chi ti vuole bene e ti guarda: in quel momento capisci che hai fatto qualcosa di grande".

 

Allenamenti al mattino, sedute massacranti e poi, il freddo. Non si è mai pentito?

"Il momento più difficile è quando fuori fa freddissimo e devo uscire dalla stanza d'albergo, dove è un bel calduccio. Ogni tanto mi chiedo: "ma chi me l'ha fatto fare?". Poi, però, metto gli sci e, alla fine, quando sono a meno 20 gradi io sono felice".

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