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Trento
19 aprile | 21:01

"Ho paura di tante cose, ma quando metto gli sci dentro di me scatta qualcosa d'indescrivibile. Non sarò ossessionata dalla vittoria. La Coppa del Mondo? Incredibile"

La fuoriclasse trentina Laura Pirovano, fresca vincitrice della Coppa del Mondo di discesa libera, si racconta a Il Dolomiti dopo la sua straordinaria stagione. Da eterna piazzata è diventata campionessa. Talento, umiltà clas

TRENTO. Parola d'ordine: incredibile.

 

Quando indossa gli sci dentro di lei scatta qualcosa. D'inspiegabile. O forse no, perché quando si vince una Coppa del Mondo di discesa libera vuol dire che il talento c'è eccome. Abbinato ad un'incredibile umiltà e ad una straordinaria cultura del lavoro, propria di chi ha sempre dovuto sgomitare per rialzarsi quando la sorte le è stata avversa..

 

Laura Pirovano, "Lolli" per gli amici, ma ormai per tutto il Circo Bianco, di classe ne ha da vendere. Una dose infinita. Senza fare rumore, ha sempre lavorato sodo, senza mollare di un centimetro nemmeno quando gli "urti della vita", come canta Luca Carboni, hanno messo a dura prova il suo fisico bestiale.

 

Gli infortuni e "certe volte anche la sfiga" (sempre Carboni docet) l'hanno piegata. Ma mai spezzata. E, allora, a 28 anni, la fuoriclasse (sì, adesso è certificato, a prova di invidiosi e "soloni") di Spiazzo Rendena si è rifatta in un colpo solo. Con gli interessi.

 

Tre vittorie in quindici giorni, con annessa la Coppa del Mondo di discesa libera. Da eterna piazzata, Laura Pirovano è diventata campionessa.

 

E dove la troviamo nemmeno un mese dopo il trionfo? In palestra. Le vacanze arriveranno, ma non subito. Ancora qualche giorno di pesi, panca e squat e poi si godrà il meritato relax in riva al mare. Intanto lavora sodo, a Milano, perché chi scia (andate a dirglielo a Gravina: dilettanti a chi?) non può fermarsi nemmeno quando la stagione chiude ufficialmente i battenti.

 

Riposarsi le sembrava "brutto"?

"Tengo botta ancora qualche giorno - risponde sorridendo - e poi sì, andrò in vacanza. L'anno scorso ho scoperto le Maldive e mi sono innamorata del posto. E, prima di partire, ero scettica: pensavo mi sarei annoiata e, invece, l'attrezzatura da running e attività sportiva è rimasta in valigia ed è stato meraviglioso. Vengo dalla montagna ma amo follemente il mare e non potrei vivere senza. Intanto, però, lavoriamo ancora, perché la stagione è finita ma bisogna tenere "botta": d'altronde per chi pratica lo sci è così. Ci si allena undici mesi e mezzo all'anno e non ci sono alternative".

 

E' passato quasi un mese dal trionfo: ha realizzato "pienamente" ciò che ha fatto o è ancora sulla "nuvoletta"?

"Ad essere sincera no, non del tutto. Ogni tanto passo davanti alla Coppa del Mondo, che è sistemata sul pianoforte, la guardo e mi dico: "ma veramente l'ho vinta? Eh sì, eccola qui". Per me sarebbe stato già meraviglioso salire sul podio, figuriamoci vincere una gara. Ne sono arrivate tre, due in "casa", nel mio Trentino, in appena quindici giorni con annessa la coppa. Ormai la parola che utilizzo più spesso è "incredibile", perché non riesco a definire in altro modo quello che ho fatto".

 

Partiamo dalla fantascientifica, tanto per non usare incredibile, doppietta in val di Fassa.

"Ok, vinco la prima e fatico a rendermene conto. Per un centesimo. Tutto fantastico, la prima volta non si scorda mai, sensazioni magiche, il gradino più alto del podio e potrei continuare all'infinito. Il giorno dopo il mio allenatore mi dice: "vediamo di fare una gara decente". E io rispondo: "Beh, grazie per la fiducia" anche se, dentro di me, pensavo che sì, l'obiettivo era quello di scendere bene. Vado in partenza, tranquilla, per nulla agitata, senza pressione, scendo e... succede ancora, vinco di nuovo per un centesimo. Ho detto: non è possibile".

 

E poi l'apoteosi, a Kvitfjell: altro "giro" e altra vittoria. Con annessa la Coppa del Mondo. Sillabiamolo bene: Cop - pa del Mon - do.

"Non ho fatto alcun calcolo. Zero, non mi sono messa a pensare a "se lei arriva così, io devo fare così" oppure "mi servono tot punti". No, nada. E poi ero un po' pessimista, visto che la pista non mi piace e le prove erano andate così così. Durante la gara le sensazioni non erano per nulla positive, pensavo agli errori e alle imperfezioni, mi dicevo "ma che brutta gara hai fatto", poi ho tagliato il traguardo e ho visto la luce verde. Pazzesco. Anzi, incredibile, tanto per restare in tema. Posso tranquillamente dire che ero scioccata. Cioè, ho vinto tre gare e la Coppa del Mondo di discesa libera, quando ad inizio stagione avrei fatto la firma per salire una volta sul podio".

 

Incredibile, come dice lei, ma meritata. Si sente ripagata di tutti gli sforzi profusi e della resilienza mostrata quando tutto andava storto?

"Sì, questo lo penso. Il mio non è stato un percorso facile, ho subìto un paio di gravi infortuni che mi hanno privato della possibilità di partecipare sia alle Olimpiadi di Pyeongchang nel 2018 che ai Giochi di Pechino 2022. E non ho mollato. Oddio, qualche domanda me la sono fatta, perché tra quarti, quinti e sesti posti, il rischio era quello di essere "l'eterna piazzata". Come è quel detto? Anche un orologio rotto per due volte al giorno segna l'ora giusta? Avevo il sospetto - prosegue ridendo - che il mio fosse tarato proprio su un altro fuso. In quei momenti, però, mi dicevo che i momenti brutti erano stati altri, quando mi ero fatta male ed ero costretta a vedere le gare dal divano. Ecco, ho saputo sempre trovare il lato positivo e questo mi ha aiutato un sacco".

 

E' ottimista?

"Sì, lo sono di natura, sia nella vita che nello sport".

 

Di sicuro è la donna più veloce del mondo sugli sci. Ci vuol un gran bel fegato a scendere ad oltre 130 chilometri all'ora su due lamine.

"E pensare che, in generale, non sono assolutamente coraggiosa. Mi prendono in giro tutti: ho paura di fare un sacco di cose, anche magari un semplice tuffo in piscina, ma quando metto gli sci scatta qualcosa dentro di me e sì, vado forte senza timori".

 

Gli sciatori sono sempre in viaggio, tra allenamenti e gare girate il mondo. Un giorno in Austria, un altro in Svizzera, un terzo in Slovenia. Una vita così impone delle rinunce.

"Ho fatto dei sacrifici, non ho dedicato il tempo che avrei voluto alla famiglia, agli amici, allo studio, ma non potevo fare altrimenti. Se metto sul piatto tutto oggi mi dico che ne è valsa la pena. Non è stato facile. Lo sci è uno sport con tante variabili: si parte con un "valigione" per un mese, si cambia albergo ogni due giorni. Se mi piace? Sì, faccio fatica a vedermi "fissa" in un posto per tanto tempo. E' una vita un po' folle la nostra, ma non la cambierei per nulla al mondo".

 

A proposito di Olimpiadi: anche a Cortina, mannaggia, è arrivata vicina al podio.

"Ho pensato, ecco anche qui, anche ai Giochi arrivo vicina ma non ci riesco. Però, ad essere sincera, la delusione per il risultato è stata completamente mitigata dalla gioia di poter partecipare finalmente alle Olimpiadi dopo due occasioni sfumate in extremis. Esserci è stata la realizzazione del sogno di ogni bambino che pratica sport. Anche il mio".

 

Ha rivisto le gare che ha vinto?

"Ah certo, ero a gas aperto e andavo come un proiettile. E' stato bellissimo. Uno splendido film con un finale fantastico. Anzi, abusiamo ormai del termine: incredibile".

 

Prima ha detto che, durante la discesa di Kvitfjell, pensava agli errori (presunti) commessi. Ma veramente, mentre scende a velocità pazzesche, riesce a pensare a qualcosa che non sia la prossima curva o il salto che l'attende?

"Ci sono dei tratti dove ci si rilassa un pochino e si riesce a riflettere. E' questione di abitudine: la concentrazione resta altissima, perché non ci si può permettere nemmeno la minima sbavatura".

 

E' scaramantica?

"No, non direi. Nello sport ho le mie abitudini e i miei rituali. L'approccio alla partenza è sempre il medesimo, sia in gara che in allenamento. Non è scaramanzia, ma routine, una road map ben definita".

 

La Laura, la "Lolli" piccolina, sognava in grande quando guardava le gare dei "mostri sacri"?

"Ma no, non fino a quel punto. Guardavo la Coppa del Mondo, mi divertivo e, come ogni bimba che scia, sognavo di partecipare alle Olimpiadi perché vedevo gli atleti che avevano gareggiato ai Giochi sfoggiare il tatuaggio con i Cinque Cerchi. Ecco, in quel momento volevo andare alle Olimpiadi sono per quel tatuaggio. he ancora non c'è ma arriverà".

 

A proposito di mostri sacri. I suoi miti?

"Nello sci Lara Gut Behrami. La adoro ed è fonte di grande ispirazione. Nello sport in generale Roger Federer, uno straordinario esempio di umiltà, con una capacità di pensare immediatamente - nel suo caso - al punto successivo, sia dopo un colpo vincente che dopo un errore".

 

Lo sa che adesso tutti hanno aspettative elevatissime su di lei? E le avversarie saranno ancora più agguerrite.

"E io mi sono già posta l'obiettivo che, nella prossima stagione, vivrò gara per gara, un passo alla volta, senza ossessioni. E voglio assolutamente migliorare in SuperG. In discesa mi viene tutto più facile, ma è assolutamente un obiettivo fare meglio anche in Supergigante. E poi sì, è vero, ho vinto tre gare, ma senza la continuità di rendimento e gli altri ottimi piazzamenti non sarei riuscita a vincere la Coppa del Mondo".

 

Da uno a dieci quanto è felice?

"Non posso quantificarlo. E la soddisfazione più bella è stata vedere la gioia negli occhi di chi ha sempre creduto in me, la mia famiglia, il mio allenatore, il mio skiman. Ecco, forse loro hanno creduto in me più di quanto non lo facessi io".

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