Lisa Vittozzi, fragile e stellare: "Dal buio all'oro olimpico, sono sempre io. Non nascondo le mie debolezze e non mi ritiro: ho ancora sogni da realizzare"
La campionessa sappadina racconta a Il Dolomiti le emozioni e le sfide del percorso che l'ha portata (di nuovo) dall'ombra della depressione e dalla tentazione di mollare tutto fino alla vetta del biathlon mondiale: "La medaglia d'oro olimpica ad Anterselva la sognavo, la volevo. Dopo tutto quello che ho passato, vale ancora di più. E l'anno prossimo punto a vincere la classifica generale di Coppa del mondo"

SAPPADA. Il tratto finale della pista di Anterselva, in vista delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, è stato leggermente modificato, a beneficio dello spettacolo nell’ultimo giro: entrati nello stadio si sale leggermente, si passa dietro ai poligoni di tiro, e dopo un’ultima svolta a destra si scende dolcemente verso il rettilineo finale.
È il 15 febbraio 2026, l’orologio segna le 15.15. Sotto gli occhi dei 20.000 spettatori presenti alla Südtirol Arena, Lisa Vittozzi quei 50 o 60 metri in più di “volata” se li sta godendo tutti: ogni millimetro di pista, ogni secondo di slancio, ogni singolo scorrimento dei suoi sci stretti sulla neve battuta. Lisa si dà un paio di spinte, sorride, si gira più volte verso il pubblico, esulta, si inchina allargando le braccia.
La fenice di Sappada ce l’ha fatta. Ha appena vinto la medaglia d’oro olimpica nella gara a inseguimento femminile, la prima di sempre per il biathlon italiano. Ma ha anche fatto molto di più: ha trasformato la sua vittoria in un’impresa che va al di là dello sport, che racconta una storia potente e ispirante di cadute e risalite, di attacchi d'ansia e di successi, di lacrime e infortuni, di vuoti da colmare e fami insaziabili.
MOMENTI ALTI, ALTISSIMI: “IL SOGNO È REALTÀ”.
“Una data, un momento, una somma di istanti che rimarranno per sempre, indelebili, nella mia mente – racconta Vittozzi a il Dolomiti -. Sognavo quel giorno, lo sognavo. Un oro olimpico, in casa. Dopo tutto quello che ho passato. È pazzesco anche a distanza di mesi. Alterno momenti di incredulità ad attimi in cui mi sembra di dare tutto troppo per scontato, ma è stato davvero qualcosa di magico e incredibile”.
Negli sport olimpici invernali non si contano molti atleti capaci di vincere nella propria disciplina la classifica generale di Coppa del Mondo, un oro mondiale e un oro olimpico: “Aver scritto una pagina di storia del mio sport mi rende davvero orgogliosa – riprende Vittozzi, entrata da poco a far parte di questo ristretto ed elitario “club” di leggende -, ma devo dire che non sono una che guarda molto le statistiche, i record, i numeri. Quello lo fanno altri. Però la storia rimane: aver vinto la prima medaglia d’oro olimpica del biathlon italiano è qualcosa di incredibile”.
La parola chiave, messi per un attimo da parte i superlativi assoluti e le iperboli, è “consapevolezza”. In quell’ultimo giro di pista mentre era in fuga solitaria, con la medaglia ormai a un passo, Lisa tra le varie emozioni provate ne sceglie una particolarmente intensa. “Avevo dentro un vortice di potentissime emozioni, mi è passato davanti agli occhi l’intero percorso per arrivare fino a lì: le gioie, i dolori, i dubbi, le belle giornate. Le persone, preziose, che mi hanno accompagnato lungo questo cammino. Ad Anterselva non ero serena nei giorni prima della gara, anzi: sentivo sulle spalle il peso delle aspettative che tutti, io per prima, mi avevano messo addosso. Io volevo vincere l’oro. Dovevo vincere l’oro. Ero preparata per farlo, e forse neanche me ne rendevo conto, tanti erano i pensieri che affollavano la mia mente: proiettavo ancora e ancora nella mia testa quello che speravo potesse succedere. I quattro poligoni, l’andamento della gara, questa o quella situazione da gestire”.
“Quei giorni sono stati davvero tosti, li affrontavo sentendo al telefono quotidianamente il mio mental coach. Alla fine ha fatto la differenza riuscire a rallentare quei mille pensieri tutto sommato inutili e dannosi, spostare il focus dalle aspettative al momento presente: ci sono riuscita, mi sono goduta il momento in maniera consapevole. Una parte di me, però, ritrovandosi quella medaglia d’oro al collo, invece di godersi la vittoria ha semplicemente tirato un sospiro di sollievo”.
Quel 15 febbraio ad abbracciare Lisa Vittozzi più forte di chiunque altro, ai margini del podio, c’è mamma Nadia: “Insieme a lei ad Anterselva c’erano anche mio papà, il mio fidanzato, tanti amici. È stato speciale poterli avere vicini, se vogliamo una fonte di motivazione e di pressione extra da canalizzare nel migliore dei modi. Nella mia precedente esperienza olimpica a Pyeongchang 2018, e ancora di più a Pechino 2022 in piena pandemia, la componente pubblico era quasi del tutto assente”.
MOMENTI BASSI, BASSISSIMI: “NON MI RICONOSCEVO PIU’. SENZA OLIMPIADI AVREI SMESSO”.
Ci sono spazi, dentro di noi, dove nessun altro può accedere: in quegli spazi Lisa Vittozzi ha rischiato di perdersi. “Durante la mia vita mi sono ritrovata tante volte a dover ricostruire tutto da zero. L’antidoto a ogni momento nero sono stati i miei sogni, i miei obiettivi a volte talmente grandi da sembrare irrealizzabili: non ho mai gareggiato per partecipare, anche da giovanissima. Contro tutto e contro tutti, anche contro la razionalità, io volevo vincere. Qualcuno probabilmente mi considerava una pazza, quando vedeva una ragazza di 20 anni ai primi passi in Coppa del mondo che diceva apertamente di puntare ad essere la migliore. Ma non è una questione di arroganza, semplicemente di spirito competitivo, di fuoco dentro, di voglia di spingersi all’eccellenza”.
Immaginate una forza della natura del genere che, dopo aver sfiorato la vittoria della Coppa del mondo a 23 anni, entra in un loop negativo che la porta improvvisamente lontana dalle posizioni che contano. Forse non esiste, da questo punto di vista, uno sport più spietato del biathlon, dove la gestione di fatica, frustrazione e focus è ben più importante del proprio ritmo sugli sci di fondo o della precisione al poligono. Dopo il mondiale di Anterselva nel 2020, tra i punti più bassi dal punto di vista sportivo, Vittozzi comincia a schiantarsi contro un muro di debolezze ed ansie che la porta a commettere errori su errori al poligono, la fiamma nel suo sguardo ambizioso sembra essersi spenta. Comincia un lungo cammino accidentato, una scalata verso la vetta che Lisa affronta anche con l’aiuto di un mental coach. E nel giro di un paio di stagioni, la stella di Vittozzi torna a splendere: Lisa si scrolla di dosso incertezze e paure e al termine di un crescendo di prestazioni da favola firma una stagione 2023-24 da prima della classe, suggellata dalla vittoria nella Coppa del mondo. Eccola, la fenice risorta dalle proprie ceneri. Sembra tutto alle spalle. Sembra il lieto fine di un romanzo.
Invece il “felici e contenti” è rinviato: proprio all’apice del successo, per Vittozzi nel 2024 arriva un brutto infortunio alla schiena in allenamento, un’estate di passione, un autunno di crepe. Inaspettato e silente, arriva di nuovo il “grande buio”.
“Ero esausta – racconta la sappadina -, avevo perso la voglia di allenarmi, a stento riuscivo ad uscire dalla mia camera, non mi riconoscevo più. In quel momento sono stata ‘egoista’: ho scelto di fermarmi completamente, di saltare la stagione agonistica, prendere del tempo per me stessa, per ricaricare le energie. Onestamente sì, ho pensato di smettere e ritirarmi. Mi sono aggrappata al pensiero delle Olimpiadi in casa, lontane ancora un anno e mezzo: senza quell’obiettivo avrei alzato bandiera bianca. Mi serviva qualcosa di più grande di me che potesse smuovermi, e fortunatamente l’ho trovato. Non era la prima volta in cui dovevo uscire da un momento difficile e ricostruirmi pezzo per pezzo, ripartendo da zero: in quel momento l’unica certezza era che credevo in me stessa, che sapevo di avere da qualche parte la forza di farcela perché lo avevo già dimostrato a me stessa in passato. Ho avuto la fortuna di avere intorno a me tante persone che mi hanno aiutata, sostenuta, accompagnata senza giudizi e senza pressioni. Ma il percorso è stato tosto, anche i mesi che hanno preceduto i Giochi sono stati durissimi, facevo davvero fatica: ho cercato di viverli un po’ nascosta dal resto del mondo, isolata, in silenzio”.
Ripercorrere i momenti più difficili non è facile, ma secondo Vittozzi può essere importante per trasmettere un messaggio dirompente: si può essere deboli e fortissimi allo stesso tempo. Una cosa non esclude l’altra. “Mi sentivo talmente sola, lontana e sconnessa da tutto e tutti. Di depressione e salute mentale nel mondo dello sport se ne parla ancora troppo poco: in quei momenti in cui nulla sembrava avere senso mi ritrovavo a cercare su internet storie di atleti passati attraverso situazioni come quella che stavo vivendo io, e a parte qualche riferimento a Michael Phelps o Simone Biles non ho trovato quasi nulla. Forse anche questa mancanza di esempi vicini e concreti oggi mi aiuta a prendermi la responsabilità di mostrare le mie debolezze, di raccontare le vulnerabilità. Di non nascondere i buchi neri nei quali sono caduta, e dai quali temevo di non poter uscire. Gli sportivi sono esseri umani, e se condividendo la mia esperienza potrò dare un po’ di spinta a chi sta vivendo delle difficoltà allora ne sarà valsa la pena”.
“È difficile scindere la Lisa atleta e la Lisa persona. Il percorso che ho intrapreso, trovando aiuto e sostegno anche da figure professionali, mi ha fatto scoprire quanta forza avessi dentro, e quanto magnificamente potente sia la nostra mente. All’inizio, da bambini, lo sport si vive per gioco, entusiasmo e passione: poi in un attimo diventare un atleta ad alto livello ti trascina in una frenetica routine in cui pensi solo ad allenarti, fare prestazioni, assecondare o tradire le aspettative tue e di chi ti sta intorno. Tutto accade così in fretta che non si ha neanche il tempo di realizzarlo, con il rischio di perdere connessione con sé stessi”.
“Crescendo cambia il contesto, arrivi in Coppa del mondo e improvvisamente quello che dici ha un peso, il livello di competitività esplode, le tue prestazioni cominciano ad essere non solo viste ma anche giudicate dagli altri. E oggi con la potenza dei social le persone giudicano l’atleta ma allo stesso tempo attaccano la persona. Se non si è pronti e consapevoli, tutto questo può lasciare ferite e cicatrici profonde. Con il passare del tempo sono cresciuta, e cambiata, ho imparato a lasciare scorrere le cose, a non prendere troppo sul serio tutto quello che vedo e che leggo. Ad Anterselva è andata bene, ma la verità è che se non avessi vinto una medaglia alle Olimpiadi sarei stata bombardata di odio e veleni”.
BIATHLON, PRESENTE.
L’effetto spesso tossico dei social, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, è sintomo anche di una visibilità che per il biathlon in Italia non è mai stata alta come oggi: merito dei risultati di una generazione azzurra senza pari nella storia di questo adrenalinico sport e del carisma dei suoi principali interpreti. “Io vivo in un piccolo paese, Sappada, in un territorio di montagna sospeso tra Friuli e Veneto. Mi guardo intorno e vedo tantissimi bambini che mi hanno come loro idolo, che vogliono provare a fare biathlon, entusiasti, motivati e felici. Mi incontrano per strada e mi dicono : ‘Io voglio diventare come te’. Vedendo i loro sguardi pieni di meraviglia, mi rendo conto di quanto sia stato importante per me e di quanto sia importante per loro oggi essere liberi di sognare. Ed essere capaci di sognare. Credo che il biathlon da questo punto di vista stia crescendo anche perché sa ancora emozionare, appassionare, far provare un brivido a chi lo vede, ispirare le nuove generazioni”.
“Certo, i media di questo Paese non ci aiutano particolarmente. Il fatto che le nostre gare di Coppa del mondo non siano trasmesse sulle reti pubbliche nazionali, se non la tappa di Anterselva, è davvero un peccato. Anzi diciamo le cose come stanno: mi dà proprio fastidio, perché quel tipo di visibilità televisiva garantirebbe una maggiore crescita e diffusione. Senza andare troppo lontani, pensiamo a che tipo di prodotto anche in termini commerciali rappresenti il biathlon per Paesi come Germania o Francia. Quando siamo all’estero e mi capita di seguire dai canali locali le gare maschili, ad esempio, vedo ore di trasmissioni sulle reti pubbliche che coprono pre-gara, gara e analisi post evento con approfondimenti e interviste. Chiaro che questo alla lunga aiuta ad allargare la platea degli appassionati e a far crescere competenza e conoscenza. Sui giornali il discorso è simile, e la frustrazione la medesima: il nostro sport finisce, nel migliore dei casi, in qualche trafiletto nelle ultime pagine”.
L’atavico dilemma degli sport “di nicchia”: nascono prima gli appassionati o la visibilità? “Che in questo Paese manchi cultura sportiva e capacità di valorizzare le eccellenze in tante discipline sportive, è fuori discussione. Ma dal mondo del giornalismo sportivo a volte percepisco passività e rassegnazione: non è mai tardi per cambiare le cose. Noi atleti più che fare grandi risultati, vincere e fare la storia dei nostri sport, che dobbiamo fare?”.
A proposito di storia, il biathlon italiano proprio al termine delle Olimpiadi di casa ha salutato una vera e propria leggenda come Dorothea Wierer, ritiratasi a 36 anni di età. Wierer per Lisa è stata tante cose: una compagna di squadra, una rivale. Una nemesi, perfino? “Il passato è passato - dice Vittozzi -. Quando sono entrata a far parte della squadra di Coppa del mondo Dorothea per me è stata un’atleta da cui imparare tantissimo, da cui prendere spunto e ispirazione. Ci siamo allenate così tanto insieme, arrivando a diventare uno sprone l’una per l’altra. Poi c’è la rivalità, che fa parte dello sport: ognuno vuole vincere in questo gioco”.
BIATHLON, FUTURO. “PUNTO ALLA COPPA DEL MONDO”.
A proposito di vittorie. In molti temevano, qualcuno addirittura sentenziava, che arrivato l’oro olimpico da mettersi al collo Lisa Vittozzi potesse aver considerato completo il cerchio perfetto della sua “carriera imperfetta e meravigliosa” e chiudere con il biathlon per dedicarsi ad altro. Così non è stato.
“Non è ancora il momento di smettere. Come dicevo prima, io per trovare motivazione, carburante e scopo ho bisogno di grandi obiettivi. Quel grande obiettivo ora si chiama classifica generale di Coppa del mondo. È un traguardo paradossalmente più difficile da raggiungere rispetto all’oro olimpico, perché impone di mantenere un alto livello di rendimento per 5 o 6 mesi, in un gran numero di weekend di gara, contro una concorrenza sempre più numerosa e di qualità. Ormai sono tra le ‘veterane’ del gruppo, e tra le giovani ci sono tantissime atlete che stanno dimostrando di avere un livello tecnico e atletico davvero notevole. Diciamo che avrò l’esperienza dalla mia parte, ingrediente che può giocare un ruolo importante all’interno della stagione. Pensare di poter battere tutte le migliori biathlete del mondo e tornare a vincere la classifica generale nei prossimi anni è una sfida davvero grande che mi pongo con convinzione, determinazione e consapevolezza. Sì, ho detto ‘prossimi anni’, ma è prematuro allargare l’orizzonte fino alle prossime Olimpiadi 2030: non mi sono messa una data di scadenza, vedremo quello che succederà, senza ansie”.
Intanto Lisa può sorridere e almeno per qualche altra settimana semplicemente godersi il momento: “L’oro olimpico mi ha portata sul palco del Festival di Sanremo, che per me è stato un momento bellissimo da amante della musica e del festival stesso. Sono stata ospite in tv a Verissimo, sono stata a tante premiazioni, eventi, palcoscenici. Mi fa molto piacere poter raccontare la mia storia e cogliere anche queste occasioni, che non do per scontate ma che anzi sono il frutto di tutto quello che è stato il mio percorso fino a qui. Tutto. Però lo ammetto, sono più a mio agio con la carabina sulla schiena e gli sci ai piedi piuttosto che in abito elegante in uno studio televisivo…”.












