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Dal parquet alle telecronache, Andrea Meneghin campione anche al commento. Il ''Menego'' si racconta per Aquila Basket

L'ospite di questo mese di Bskt, il magazine di Aquila Basket, è Meneghin. Figlio di Dino, ha trascorso quasi tutta la carriera a Varese, vincendo campionato italiano e supercoppa nel 1998/99. Con l'Italia è diventato campione europeo in Francia nel 1999, sedici anni dopo il titolo conquistato dal padre. Oggi è commentatore e showman della pallacanestro

Pubblicato il - 22 aprile 2022 - 21:46

TRENTO. "Rispetto alla Nba preferisco l’Eurolega". A dirlo Andrea Meneghin, un ex cestita, allenatore e commentatore televisivo. "Il basket è cambiato davvero molto negli ultimi anni. Non è cambiato lo sforzo dei giocatori, i sacrifici che ti portano a certi livelli". 

 

L'ospite di questo mese di Bskt, il magazine di Aquila Basket, è Meneghin. Figlio di Dino, ha trascorso quasi tutta la carriera a Varese, vincendo campionato italiano e supercoppa nel 1998/99. Con l'Italia è diventato campione europeo in Francia nel 1999, sedici anni dopo il titolo conquistato dal padre.

 

Conclusa la sua carriera da giocatore ha infatti seguito un lungo percorso che lo ha portato a diventare commentatore e “showman” della pallacanestro. Tra le telecronache e la co-conduzione della trasmissione Basket Zone il “Menego” è diventato uno dei riferimenti della comunicazione cestistica e una delle spalle tecniche più apprezzate da spettatori e addetti ai lavori. 

 

"E’ un mondo a cui mi sono avvicinato per caso, o per l’intuizione di altre persone. Devo ringraziare Fabio Guadagnini. Fu da lui che ricevetti una chiamata a fine estate nel 2013, mi propose di fare il commentatore per la stagione di Eurolega che sarebbe stata poi trasmessa da Fox. Mi sembrava una bella occasione e accettai, senza sapere bene quello che mi aspettava".

 

Andrea Meneghin, campione anche al commento

Nel basket delle piattaforme streaming e dei prodotti digital, una delle voci più riconoscibili e divertenti del panorama nazionale è quella di Andrea Meneghin: il figlio d’arte classe ’74, campione d’Europa con la Nazionale nel ’99, uno Scudetto e una Supercoppa conquistate con la sua Varese, una volta conclusa la sua strepitosa carriera da giocatore ha infatti seguito un lungo percorso che lo ha portato a diventare commentatore e “showman” della pallacanestro. Tra le telecronache e la co-conduzione della trasmissione Basket Zone il “Menego” è diventato uno dei riferimenti della comunicazione cestistica e una delle spalle tecniche più apprezzate da spettatori e addetti ai lavori. 

 

"E’ un mondo a cui mi sono avvicinato per caso, o per l’intuizione di altre persone. Devo ringraziare Fabio Guadagnini. Fu da lui che ricevetti una chiamata a fine estate nel 2013, mi propose di fare il commentatore per la stagione di Eurolega che sarebbe stata poi trasmessa da Fox. Mi sembrava una bella occasione e accettai, senza sapere bene quello che mi aspettava".

 

Andrea, quale fu la sua prima partita da telecronista?

Indimenticabile. Una partita di Siena al Mandela Forum di Firenze: 16 ottobre 2013. Vinse il Galatasaray, ma porto un bel ricordo di quel debutto. L’inizio di un percorso.

 

L’evento più emozionante vissuto a bordo campo?

Sono stati molti, ma scelgo le Final Four di Eurolega ospitate da Milano, in cui alla fine vinse il Maccabi. L’intensità di quelle partite, all’atto finale della massima competizione europea, era davvero qualcosa di unico e speciale.

 

Facciamo un passo indietro: dopo aver smesso da atleta aveva comunque intenzione di rimanere nel mondo del basket?

Finita la mia carriera da giocatore sono stato un anno fermo, poi ho ricominciato a giochicchiare con la Serie C ma poi mi sono arreso all’età. L’anno successivo ho svolto il corso allenatori a Bormio, ero “compagno di classe” di Marco Ramondino, uno che oggi è tra i candidati al premio di allenatore dell’anno in Serie A con la sua Tortona. Ancora ci scherziamo su quando ci incrociamo. Così poi diventato allenatore mi sono subito messo in gioco a Varese con i giovani, e devo dire che lavorare con i ragazzi è un’esperienza davvero appagante, divertente, che ti mantiene la mente fresca e giovane. E’ una grande soddisfazione vedere i gruppi crescere durante la stagione, percepire l’entusiasmo e la passione dei ragazzi.

 

Però diciamolo, in televisione commenta più “da giocatore” che “da allenatore”.

Ah, su questo non c’è dubbio. In ogni partita che vivo in cabina di commento o in tribuna stampa con cuffie e microfono mi metto sempre nei panni dei giocatori in campo, quasi li invidio perché giocano partite importanti dello sport più bello del mondo. So che ci sono le giornate in cui va tutto storto o quelle di grazia, conosco le dinamiche tra avversari o con gli arbitri. Cerco di far entrare le persone in quella che è la testa di un giocatore professionista in campo in quel momento.

 

Però il basket è cambiato davvero molto negli ultimi anni.

Non è cambiato lo sforzo dei giocatori, i sacrifici che ti portano a certi livelli. Poi certo, forse si vede meno attenzione ai fondamentali e un maggior livello di fisicità e atletismo: oggi c’è la tendenza al cercare con estrema continuità il pick and roll centrale. Ma ripeto, il basket è sempre basket.

 

La sua declinazione di pallacanestro ideale è quella europea?

Rispetto alla Nba preferisco l’Eurolega, sì. Per prima cosa, ogni partita ha un peso specifico molto superiore e le squadre si danno battaglia per 40’, è sempre molto avvincente: e poi piano piano stiamo assistendo al grande ritorno dei sistemi difensivi impenetrabili, chiaro esempio Milano così come il Fenerbahce o la Stella Rossa.

 

A proposito di Milano, crede che l’Olimpia possa ambire ad arrivare in fondo alla competizione?

Sì, anche se molto dipenderà dalle condizioni anche fisiche con cui le squadre si presenteranno al momento decisivo della stagione: il ricordo del 4-0 per la Virtus in Finale Scudetto credo basti come esempio per capire quello che intendo. Però Milano quest’anno ha tutto per inseguire i suoi ambiziosi obiettivi: sono lunghi, grossi fisicamente, tosti, esperti. Nei finali di partita sono spesso stati chirurgici. Replicare tutto questo sotto pressione nelle partite senza domani però chiaramente non è facile.

 

Guardando alla Serie A italiana invece c’è qualche giovane che l’ha impressionata in questi mesi?

Rimango un po’ in “casa mia” e nomino Virginio e Librizzi, due giovani talenti di Varese che hanno giocato minuti importanti con una maglia pesante, e in un momento di difficoltà della squadra sono stati protagonisti di ottime prestazioni e del cambio di passo di un club dalla storia importante come quello lombardo. E’ stato emozionante vederli in campo in Serie A, io li conosco bene. Però ci sono altri rappresentanti della “generazione Z” che stanno avendo spazio: Spagnolo è fortissimo, Procida avrà un grande futuro, Casarin avrei voluto vederlo di più in campo a Treviso ma si rilancerà dalla A2 con Verona.

 

Da quest’anno sta anche lavorando come co-conduttore di Basket Zone, trasmissione tv sul mondo della palla a spicchi in onda il mercoledì sera su Dmax: come valuta l’esperienza finora?

Mi diverto tantissimo, è un’occasione in più per vivere in maniera leggera lo sport, analizzandolo e raccontando i suoi protagonisti ma in modo gioioso e giocoso. Non mancano le battute, le ormai celeberrime “menegate” e tanti temi che affrontiamo con il fantastico Gianluca Gazzoli.

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