"Nel calcio italiano troppi raccomandati, e tutti lo sanno. Una volta per andare in Nazionale dovevi essere un campione, adesso bastano due presenze in serie A"
L'intervista a Stefan Schwoch, l'ex bomber di Ravenna, Venezia, Napoli, Torino, Vicenza e secondo realizzatore di sempre del torneo di serie B, nel quale ha realizzato 135 reti in 380 partite. "Io la mia gavetta l'ho fatta tutta e, una volta, in serie C c'erano giocatori che oggi giocherebbero tranquillamente in serie A. Maldini, Del Piero e Baggio, tanto per citarne alcuni, sono fuori dal mondo del calcio e poi ci stupiamo se la Nazionale non va ai Mondiali? Bisogna rimettere la tecnica al centro dell'attività giovanile"

VICENZA. "Maldini, Del Piero e Baggio sono "fuori" dal monto del calcio e poi ci stupiamo se il livello del nostro calcio sta precipitando e la Nazionale non va ai Mondiali".
A Stefan Schwoch basta una frase, solamente una, basta perfettamente per riassumere il proprio pensiero. L'ex bomber altoatesino di Ravenna, Venezia, Napoli, Torino e Vicenza, secondo realizzatore di sempre in serie B con 135 reti in 380 partite (meglio di lui ha fatto solamente Massimo Coda, ancora in attività, ora a quota 144 gol), una vera e propria "icona" nelle piazze in cui ha militato, visto che ha sempre lasciato il segno.
Oggi Schwoch guarda il calcio da esperto e da spettatore: dopo aver mangiato il "pane duro" sui campi di serie C1, C2 e serie D, complessivamente per sette stagioni (segnando tanto e confrontandosi con difensori che, oggi, non sfigurerebbero nemmeno in serie A), è stato uno degli attaccanti più forti di sempre del torneo cadetto e, una volta appese le scarpette al chiodo, ha "assaggiato" la carriera dirigenziale e poi si è cimentato come commentatore tecnico per Dazn.
Parallelamente, però, si è costruito una carriera al di fuori dai campi dai gioco e, ormai da diversi anni, è infatti consulente finanziario per uno degli istituti di credito più importanti d'Italia.
Schwoch, dica la verità, le manca il calcio è sta bene così?
"Sto benissimo, non mi manca nulla. Il calcio è stato il mio lavoro e resta la mia più grande passione, ma quello che sto facendo mi piace tantissimo e mi dà enormi soddisfazioni. Quindi non cambierei nulla".
E' il terzo Mondiale di fila senza l'Italia. Purtroppo ci abbiamo fatto l'abitudine.
"Esatto, è triste dirlo ma ormai è diventata una consuetudine. La prima volta ha fatto un certo effetto ed è stata vissuta come una "tragedia" sportiva, la seconda ha rappresentanto un'altra grande delusione, per nulla mitigata dalla vittoria all'Europeo dell'anno precedente, la terza è stata la diretta conseguenze delle altre due. Sì, purtroppo, ci abbiamo fatto quasi l'abitudine. E lo dico con grande amarezza, perché significa che negli anni non è cambiato nulla. Nel 2018 i vertici federali e tecnici si dimisero dopo la disfatta contro la Svezia, nel 2022 non è successo niente e c'è voluta una seconda mancata qualificazione per far sì che accadesse qualcosa di significativo".
Qualcuno sostiene che l'Italia, al pari di altre Nazionali, dovrebbe disporre di una wild card.
"Non è un pensiero completamente sbagliato perché, chi ha vinto il mondiale due, tre, quattro volte, potrebbe disporre di qualche beneficio. E' vero, però, che ai Mondiali ci si va per merito e non per blasone e, dunque, se non ci siamo qualificati è perché non l'abbiamo meritato. Ovviamente fa un certo effetto pensare in America ci siano Curacao, Capo Verde e il Congo e non ci sia l'Italia. Certo è che non siamo riusciti a qualificarci nemmeno adesso che le partecipanti sono 48".
Lei conosce bene Silvio Baldini.
"Sì, è stato l'allenatore del Vicenza per una parte della stagione in cui io ho ricoperto il ruolo di direttore sportivo con Paolo Cristallini a capo dell'area tecnica. E' un ottimo allenatore e una bravissima persona. E' schietto, sincero e onesto. Nel mondo del calcio di oggi è molto più facile trovare un bravo tecnico che un uomo come Baldini. Attenzione, e come guida tecnica la sua carriera parla per lui, visto che ha ottenuto tanti risultati importanti".
E "del partito" che la Nazionale dovrebbe ripartire da lui. Un po' d'entusiasmo lo ha riportato, facendo anche scelte coraggiose.
"Ecco, qui bisogna fermarsi e non farsi prendere dall'entusiasmo per due vittorie arrivate contro Lussemburgo e Grecia, non proprio due top team. Baldini ha dato un segnale importante e lanciato un messaggio al calcio italiano convocando solamente ragazzi provenienti dalla "sua" Under 21, che sono stati molto bravi, hanno dato tutto - e ci mancherebbe non fosse così - e trasmesso entusiasmo. Poi, 'però, bisogna pensare a ciò che sarà. Il Commissario Tecnico è un "gestore" e non un allenatore, mentre Baldini è un tecnico abituato a lavorare tutti i giorni sul campo, ad entrare nella testa dei giocatori, a plasmare le squadre. Serve esperienza per tale ruolo. E poi, ricordiamoci, che siamo in Italia: arriva il nuovo Ct, Mancini o chi per lui, vince due partite e tutti si saranno già dimenticati di queste due amichevoli. Lo dico con amarezza, ma è così, lo sappiamo".
Prenda la bacchetta magica. Cosa cambierebbe subito per dare una scossa al calcio italiano. Che, mai come oggi, è in fondo ad un baratro.
"I problemi sono tantissimi e serve tempo per rivoluzionare un sistema che non funziona più. Prima cosa, facilmente attuabile: toglierei ogni forma di contribuzione per l'utilizzo dei giovani. Il riferimento è alla serie C dove vieni premiato economicamente chi fa giocare i ragazzi. Ma di cosa stiamo parlando? Se il giovane è valido gioca, altrimenti fa la "gavetta", anche in categorie inferiori. Ai miei tempi non c'erano premi o altro: se eri bravo giocavi, altrimenti toccava a qualcun altro. Invece oggi cosa succede? Ti ritrovi il 19enne non pronto in campo e il 24enne che meriterebbe che è in panchina. Parliamo di meritocrazia e, invece, c'è chi ragiona con il portafoglio".
Poi, andiamo avanti.
"La tecnica deve essere rimessa al centro dell'attività giovanile. Siamo decenni indietro rispetto a nazioni come Spagna e Francia, che hanno intrapreso tutt'altra politica. Nei vivai l'aspetto tattico viene magari lasciato da parte si lavora sulla tecnica. Il calcio è diventato più fisico. Bene: io posso correre a cento all'ora e fare il movimento perfetto, ma se poi non sono capace di stoppare un pallone, mettere un cross e tirare in porta, beh.. allora casca il palco. Dobbiamo migliorare la qualità dei nostri giovani calciatori e non far sì che siano loro a doversi adattare a sistemi e moduli".
In questo senso, dunque, vi è anche una responsabilità da parte dei tecnici.
"Enorme. Una volta gli allenatori di settore giovanile erano specializzati a lavorare con i ragazzi. Addirittura c'era il tecnico della Primavera, quello dell'Under 17 e quello dell'Under 15 che, per vent'anni, operavano in quell'ambito, magari specificatamente con i calciatori di quell'età. Adesso, invece, chi opera nei vivai ha come obiettivo quello di arrivare in Prima Squadra e, allora, il risultato è fondamentale e la crescita dei calciatori passa in secondo piano. Una volta non esisteva il "calcio mercato" degli allenatori delle giovanili, adesso ci sono tecnici che cambiano da un anno all'altro".
Senta, ma nel calcio esistono i raccomandati?
"Ma certo che sì. Lo sanno tutti e, ultimamente, se non sbaglio, anche qualche trasmissione televisiva ha portato alla luce il "segreto di Pulcinella". La verità è che è risaputo, soprattutto in certe categorie, ma non si fa nulla per combattere il fenomeno. E, allargando il discorso, il nostro calcio è diventato talmente "povero" da un punto di vista qualitativo che quindici, venti, trenta anni fa per giocare in Nazionale dovevi essere un campione, adesso è sufficiente fare qualche buona partita in serie A per arrivare alla maglia azzurra. Io ricordo sempre che, nel 1982, il capocannoniere del campionato di serie A Roberto Pruzzo non venne convocato per il Mondiali di Spagna. E, guardando al 2006, ci rendiamo conto che quella Nazionale aveva due - tre fuoriclasse in ogni ruolo, senza pensare a quelli che rimasero a casa".
Lei la "gavetta" se l'è fatta tutta?
"Ah proprio tutta e, tra l'altro, in serie C1, C2 e anche in serie D si affrontavano giocatori fortissimi. Tanti hanno fatto carriera anche in serie A e serie B, altri magari sono rimasti in C e in D ma avevano qualità superiori alle media dei giocatori di oggi. Durante la parentesi in serie A e nei tanti anni di B ho giocato contro fuoriclasse assoluti, ma vi assicuro che le annate trascorse in C1, C2 e in Interregionali sono state fondamentali per mio percorso".
Guardiamo più "in casa sua". Il Vicenza ha dominato il campionato ed è tornato in serie B.
"Era ora. Un club e una piazza come Vicenza non "si possono vedere" in serie C. E' stata una grande stagione, adesso ci prepariamo a vedere qualche partita più bella in B".












