"Prima della gara non parlatemi: devo stare da solo, guardare montagne e boschi per rilassarmi. Poi allo start divento una bestia", l'oro olimpico Deromedis si racconta
Il fenomeno dello skicross mondiale Simone Deromedis, vincitore della medaglia d'oro alle Olimpiadi, si racconta in una lunga intervista a il Dolomiti. Ha trionfato, salendo sul podio assieme all'amico Federico Tomasoni nel ricordo di Matilde Lorenzi. E nel finale di stagione si è beccato pure un pugno da un avversario durante una gara. "Il cazzotto l'ho preso, ma ci siamo chiariti. Non serbo rancore e non riesco a rimanere arrabbiato con le persone"

TRENTO. Non c'è nulla di strano.
Se per Stevenson quello del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde era uno "Strange Case", stavolta è tutto perfettamente logico. Oppure no, è strano, forse, ma perfettamente, clamorosamente, olimpicamente bilanciato. E maledettamente efficace e vincente.
E allora niente caso strano: esistono sia il "Dr. Deromedis", quello che per trovare la concentrazione ha bisogno del silenzio, della tranquillità e di contemplare le montagne che "Mr Simo", che esce dal cancelletto con furia cieca e poi fa a spallate su curve e salti con altri marcantoni senza alcuna remora.
Simone Deromedis si sta godendo il sole della sua Val di Non ("che spettacolo, è caldo, bellissimo") dopo l'oro olimpico conquistato a Livigno, ottenendo la definitiva consacrazione per chi, come lui, aveva già vinto un titolo mondiale. Insomma, non è entrato solamente nel "gotha" dello skicross, ma in quello dello sport italiano.
La doppietta, oro - argento, realizzata assieme al compagno di squadra Federico Tomasoni è stata uno dei momenti indimenticabili dei Giochi Olimpici di Milano Cortina.
Deromedis, come va? Si sta riposando dopo una stagione incredibile?
"Sì, sto un po' tirando il fiato, ma non troppo. Anche se siamo dilettanti - se la ride - come ha detto qualcuno ci alleniamo anche quando non è inverno. Scherzi a parte, sono a casa, ma la prossima settimana andrò a Livigno per testare alcuni materiali in vista della prossima stagione. E poi ci sono gli impegni istituzionali, che sono veramente tanti. Non pensavo, ma ovviamente va benissimo così. Vietato lamentarsi".
A Livigno c'è ancora la pista olimpica?
"No, no, magari. Forse ci prepareranno una partenza, altrimenti i materiali li proveremo su di un tracciato di gigante o SuperG. E poi si tornerà a sudare in palestra in vista della prossima stagione".
Oggi, due mesi dopo, ha realizzato pienamente cosa ha fatto?
"Sì, però ogni giorno che passa ci aggiungo un "pezzettino". Ogni visita istituzionale, ogni intervista, ogni celebrazione fanno sì che la mia percezione evolva e cresca. Di sicuro per qualche settimana mi svegliavo al mattino, vedevo lì la medaglia e strabuzzavo gli occhi. La prima "botta" l'ho avuta quando sono tornato a casa, in valle e mi hanno organizzato una festa. Taio ha 1.300 abitanti e in piazza c'erano praticamente il doppio delle persone. Lì ho capito che avevo fatto qualcosa di grande e in quel momento, in maniera positiva, tutti volevano un "pezzetto" della medaglia. Ecco, il pensiero di aver reso orgogliosa e felice la comunità di cui faccio parte è motivo di enorme gioia".
Immagino che la notte successiva al trionfo non abbia dormito. Poi, però, il sonno è stato più sereno?
"A Livigno non mancano certo i locali per festeggiare, il clima olimpico è unico e dunque, sì, ci siamo divertiti e nessuno ha dormito. Poi sì, ho avvertito la sensazione di essermi tolto un peso, mi sono "liberato" da un pensiero. Insomma, le Olimpiadi arrivano ogni quattro anni, l'attesa è lunghissima e spasmodica, poi quest'anno si correva in Italia e, dunque, c'erano aspettative altissime. Non ero il favorito numero uno, ma comunque da podio sì e, dunque, tutti mi aspettavano. C'era tanta, tanta, tanta pressione, ho pensato milioni di volte a "quella gara", ma oggi mi dico "bravo", perché sono riuscito a gestire le cose nel modo giusto".
Come l'ha gestita? Ce lo racconta?
"Facendo tutte le cose nel modo giusto. Non mi sono fatto "imbrogliare" dal momento. E dire che la giornata non era iniziata nel modo migliore, perché le prove sono andate malino: ero un secondo e mezzo - due più lento del migliore. In qualifica le cose andavano un po' meglio, ma non ancora come volevo. E poi cosa è successo? Ha iniziato a nevicare, la pista è cambiata completamente, basti pensare che il tempo è stato di 13 secondi più elevato rispetto alle qualifiche, e - dunque - la cosa importante era uscire dal cancelletto a gas aperto, adattarsi alle nuove condizioni e non fare "conti". Il compitino non sarebbe bastato anche perché, quando si pensa di andare piano, è più facile sbagliare perché ci si irrigidisce e non scia in maniera naturale. Nei grandi eventi la maggior parte degli atleti viaggia all'80% e, a mio avviso, è un errore".
Insomma, piacere sono Deromedis, alias "Mr Wolf" e risolvo problemi.
"Si, una specie - se la ride il campione olimpico -. Ho mantenuto la mia routine, ho fatto le cose con calma come mi piace e come so fare, riuscendo a restare sul "pezzo", senza farmi prendere dalla paura di sbagliare in quella che è la gara più importante che ci sia".
Eh, ce l'ha racconta la sua routine?
"Devo stare per i fatti miei, magari prendo la seggiovia e vado a farmi una discesa da solo, mi fermo a guardare il bosco e le montagne che mi trasmettono tranquillità. Cerco di eliminare le emozioni, ascolto musica, ma non ho una playlist "fissa". Qualche volta musica elettronica, altre volte rock o metal. E cerco di arrivare in partenza il più tardi possibile, giusto il tempo per riscaldarmi. Non mi piace stare in mezzo alla confusione, ci sono persone che vanno di corsa e parlano. Così come cerco di evitare, i giorni prima, per quanto possibile, le interviste e la troppa esposizione. Alle Olimpiadi sono riuscito a fare lo stesso: c'è chi vede i Cinque Cerchi e al cancelletto si "impanica". Io no, sono rimasto tranquillo, come riesco a fare praticamente sempre".
Poi, però, quando va in partenza, da "Dottor Deromedis" diventa "Mister Simo".
"Ah lì devi arrivare con il gas aperto, con la lancetta del limitatore che "sbatte" e va al limite e vorrebbe "sfondare" il contachilometri, perché in partenza si può e si deve fare la differenza. Io passo dalla tranquillità e dal voler stare da solo a tirare il motore al massimo dei giri. Divento una "bestia": ho una sorta di doppia personalità sportiva. Il primo metro è fondamentale e bisogna esplodere".
Dica la verità: bisogna essere un po' matti per praticare lo ski cross?
"Beh dai, discesa libera e ski cross sono le due discipline in cui ci vuole un po' di sana follia. Io me la "porto" dietro dai tempi in cui facevo downhill. Lo "stampino" è quello. Diciamo che siamo tutti un po' "vivaci", ma in senso positivo, ovviamente".
Come si è innamorato del suo sport?
"Guardando il four cross dal vivo. Mi sono detto subito: ma io non voglio stare qui tra il pubblico, io voglio essere lì in mezzo a loro e andare giù a cento all'ora. Mi veniva la pelle d'oca solo a vederli e soffrivo il fatto di non poter correre. E quando c'è stata la possibilità non ci ho pensato su due volte".
Lei è molto affezionato a casa sua. Sta meglio quando si riposa in val di Non o quando è in giro per il mondo?
"Ci sono stati dei periodi in cui ho vissuto bene la tranquillità, mentre in altri ho percepito i "contro" della comunità piccola, dove tutti conoscono tutti e tutti sanno tutto di tutti".
Il pensiero è già alle prossime Olimpiadi con l'obiettivo di difendere il titolo?
"A dire la verità prima c'è la Coppa del Mondo. Insomma, i tre trofei che un atleta punta a vincere sono i Mondiali ce "li ho", le Olimpiadi e pure quelle "le ho" e adesso mi manca la Coppa del Mondo generale. Sono arrivato secondo per due anni di fila e adesso quello è il mio obiettivo primario. Per farlo, ovviamente, serve continuità e io devo ancora migliorare su questo aspetto: se la pista non mi piace e se non è la giornata "giusta", faccio fatica e, magari, lascio per strada tanti punti".
Qualche settimana fa si è beccato pure un cazzotto in gara da Duplessis - Kergomard. Il video ha fatto il giro del mondo. Come ha fatto a restare tranquillo?
"Ah, all'inizio mi sono detto: adesso lo travolgo a mo' di rugby perché, ovviamente, ero incazzatissimo. Però mi sono trattenuto, l'ho mandato a quel paese e sono "uscito" diretto dal parterre, senza fermarmi. Ero nero e, quando è così, è meglio che stia da una parte, per gli affari mie, a sbollire. Poi, la sera, lui è venuto a scusarsi e mi ha detto che non voleva colpirmi. Non ci siamo abbracciati, ma me la sono messa via. Sono un buono e non riesco a restare arrabbiato con le persone. Il pugno l'ho preso, questo sì, ma sono certo che non volesse colpirmi in quel modo: è entrato troppo "duro", sbagliando, ma non voleva far male. Vabbè dai, il nostro è un bel "mondo", in gara siamo nemici "totali", ma fuori cerchiamo di appianare i contrasti e si va tutti d'accordo. Per me è finita lì".
Senta, non posso non chiederglielo: la vittoria alle Olimpiadi ha un valore ancora superiore. Dietro di lei è arrivato Federico Tomasoni, un compagno di squadra, un amico che ha vissuto una situazione terribile, visto che era il fidanzato di Matilde Lorenzi.
"Come ho sempre detto vincere una medaglia ai Giochi Olimpici è incredibile, se poi è d'oro è il massimo. L'unica cosa che può renderla ancora più "grande" è il fatto di viverla con un compagno, un amico. Con Fede siamo insieme 200 giorni all'anno, condividiamo fatiche, gioie e dolori. La botta è stata fortissima, lui ha vissuto un anno da incubo, noi gli siamo stati vicini e abbiamo fatto di tutto per supportarlo e stimolarlo. Se stai a casa tua a guardare il soffitto la situazione può solamente peggiorare e, allora, abbiamo fatto del nostro meglio per aiutarlo, come potevamo. Di quello che è accaduto a Matilde non ne abbiamo parlato tanto, sinceramente. Già i media, ogni volta che potevano, tiravano fuori l'argomento. Io dopo aver vinto la medaglia glielo ho detto: "se vuoi non ne parlo nemmeno io, manco se mi chiedono". E lui mi ha detto: no, è arrivato il momento di parlarne". La medaglia olimpica lo ha aiutato molto".
Chi sono i suoi idoli sportivi?
"Il numero uno assoluto è Trevis Pastrana, per distacco da tutti gli altri, poi il compianto Ken Bloch, mentre per quanto riguarda gli sport invernali Bode Miller, il "cavallo pazzo" del Circo Bianco, un idolo indiscusso".
I motori le piacciono molto? E' pronto per un'altra carriera da rallysta, magari?
"Ah, se qualcuno vuole sponsorizzarmi sono pronto anche adesso. Ecco, potrebbe essere il motivo per cui smetterei di sciare. Tutto quello che ha un motore, quattro ruote e va forte, ovviamente nei giusti "ambiti", mi fa impazzire".












