Nei borghi solo maschilisti alcolizzati e razzisti? Raimo: "Non so se lo direi ora, ma va bene averlo scritto così. Dalle provocazioni possono nascere dibattiti di qualità"



L'acceso confronto, nato dalle parole dello scrittore, pareva essersi impaludato in una polemica tra Christian Raimo e il poeta "paesologo" Franco Arminio. Ora, invece, si sta inaspettatamente trasformando (almeno così sembra) in un'occasione per fare luce su un tema - quello delle aree interne - spesso relegato nell'ombra. Nella speranza di alimentare un dialogo costruttivo, abbiamo deciso di interpellare lo stesso Raimo per approfondire il suo punto di vista

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ieri lo scrittore Christian Raimo ha pubblicato sulla rubrica Substuck Appunti, di Stefano Feltri, un lungo testo con l'obiettivo di trasformare un'incauta generalizzazione (che ieri abbiamo commentato QUI) in un discorso socio-politico di respiro più ampio e articolato.
Così aveva scritto in un post:
"Ho letto dell'osceno dibattito sul woke mentre ero in giro tra boschi e paesini italiani a camminare. Mi fermavo in questi luoghi semidisabitati, bellissimi, quasi senza presenze umane tranne i bar pieni di maschi vecchi, italiani bianchi, che bevevano male già alle 8 di mattina, l'unica donna era sempre e solo la barista, 20 o 30 anni, alla quale i maschi vecchi facevano battute di merda, gli s'appiccicavano letteralmente addosso, etc...
Quando non c'è l'overturismo questo resta di quello che chiamiamo l'Italia, i borghi, gli antichi mestieri: resta l'alcolismo, il maschilismo, il razzismo".
È sempre apprezzabile (soprattutto di questi tempi) quando si prova ad uscire dalla strada delle semplificazioni per imboccare quella della complessità. Perché è nella complessità che può nascere un dialogo costruttivo. La semplificazione, al contrario, spesso innesca polemiche sterili.
Il dibattito attorno alle parole di Raimo pareva essersi impaludato in una polemica con il poeta "paesologo" Franco Arminio. Ora, invece, si sta inaspettatamente trasformando (almeno così sembra) in un'occasione per fare luce su un tema - quello delle aree interne - spesso relegato nell'ombra.
Nella speranza di alimentare un dialogo costruttivo, abbiamo deciso di interpellare lo stesso Raimo per approfondire il suo punto di vista.
Il suo post ha suscitato molto scalpore. Ad oggi, lo pubblicherebbe allo stesso modo? Qual è il motivo che l'ha portata a scrivere un'analisi più approfondita?
Penso di saper usare tanti registri diversi e anche tanti canali comunicativi diversi. Chiaramente è un post che contiene aspetti motivati e argomentati, e altri che hanno semplicemente la caratteristica della provocazione, della battuta, dell'iperbole. Ammetto che tutto è nato da una battuta infelice.
Credo però che nelle cose che ho scritto ci sia una parte di verità. In primis, questa retorica dei borghi che assimila l'attenzione alle culture locali a una retorica reazionaria della destra. E poi c'è un tema che mi tocca particolarmente, che è la misoginia. Penso sia giusto parlare della misoginia e del razzismo, dinamiche di cui si parla ancora poco nelle aree interne.
Insomma, non so se lo riscriverei ora, però va bene che l'abbia scritto così, soprattutto perché mi sembra si stia qualificando un buon dibattito. A parte il confronto personalizzato "Raimo contro Arminio", che lascia il tempo che trova, ci sono stati altri interventi e ce ne saranno altri ancora. Magari la battuta infelice si dimentica, man mano che passano i giorni, quello che resta è un dibattito di qualità su un tema che non era nell'agenda pubblica. È questo che mi interessa. Quindi non la rivendico, ma me ne faccio carico.
Viviamo in un periodo in cui la provocazione è un modo di comunicare molto diffuso. Non crede che applicare etichette in maniera così generica e generalizzante possa essere pericoloso per classificare gli abitanti di un territorio?
No, penso che le provocazioni servano in due sensi.
Da una parte, offrono la possibilità di aprire delle "finestre di Overton", cioè di portare la discussione su temi che normalmente non vengono toccati, per poi ritornarci e aprire comunque un campo di discussione. La destra spesso lo fa in modo molto violento e becero, parte da "bisogna bruciare i rom" per arrivare a parlare di cittadinanza. Se uno lo fa sulle aree interne, pensando ai problemi anche sociali di queste zone, con una battuta del genere suscita scalpore, pur portando a un migliore dibattito.
Penso che ci siano problemi di maschilismo, razzismo e alcolismo che sono socialmente importanti e sottodimensionati nel dibattito pubblico. A discapito dei report e dei dati a disposizione è un tema che, quando si discute di aree interne, non viene quasi mai toccato. Io penso che sia fondamentale.
Dall'altra parte, la provocazione serve a disincantare lo sguardo rispetto a uno storytelling molto poetico e poco scientifico, che non considera i temi sociali e strutturali. Bisogna essere competenti e qualificati per portare nel dibattito pubblico uno stile il più possibile pedagogico e chiaro: in questo caso, magari da una provocazione che può essere sembrata sciocca, può emergere un dibattito di qualità.
Rispetto a certe dinamiche sociali dei paesi che descrive, come misoginia e alcolismo, crede si tratti di aspetti congeniti all'ambiente rurale o piuttosto del risultato di un processo sociale che ha accompagnato certi territori e persone in quella direzione?
Penso che non ci sia niente di congenito e che sia tutto sempre sociale e storico. È quello che provo a spiegare nel mio articolo: penso che gli esseri umani non abbiano nulla di congenito nei processi sociali. Per me il vero dibattito è sul metodo.
Ma allora: a chi, se non alla sinistra, dovrebbe spettare il ruolo di comprendere queste dinamiche sociali andando oltre il giudizio immediato?
Sono d'accordo. È quello che faccio con il mio lavoro da vent'anni, i miei libri si muovono proprio in un ambito di riflessione storica e sociale. Quindi, se la questione è ancora una volta quella della battuta, è una battuta mal riuscita: ma mi piace pensare che una battuta possa essere seguita da un dibattito in cui uno si corregge e ammette magari una caduta di stile.
Qualcuno l'ha presa come un indice di superficialità e quindi ha cercato di qualificare il dibattito in un altro modo. Per me va bene tutto ciò che concorre al bene.
Penso che l'alcolismo nelle aree interne sia un problema molto elevato. C'era un'indagine l'anno scorso: nei comuni piccoli si arrivava quasi al 20%. È un dato importante e un problema significativo su cui occorre riflettere.
Fatte queste premesse riguardo il suo post, vorremmo passare ad approfondire alcuni aspetti. Lei ha sostenuto di recente che "i paesi non sono una forma dello spirito". Ce lo può spiegare meglio?
Mi sembra che si sia diffusa una narrazione delle aree interne impostata soprattutto sull'immediatezza emotiva, sulla poesia, ma senza una base scientifica. Si tratta di retoriche sentimentali che possono essere stucchevoli, possono piacere o non piacere, in alcuni casi possono anche commuovere, ma prive di dati e di analisi sufficienti a costruire una narrazione realistica.
Non credo che i letterati abbiano una particolare capacità di intuire la realtà semplicemente perché hanno un occhio poetico particolarmente sviluppato. Penso che anche nel poeta più ispirato ci sia un bisogno profondissimo di studio e di dati. Poi quella cosa può essere sviluppata in forma saggistica, narrativa, poetica o figurale. Penso soprattutto all'intervento d'occasione che uno può fare su un giornale e oggi ancora di più sui social: è chiaro che può avere il valore di porre l'attenzione su un fenomeno, ma non basta a darne un quadro sufficientemente dettagliato.
Quindi credo moltissimo nel valore dello studio. Questa cosa che ho scritto (il testo su Substack n.d.r.) mi ha richiesto una settimana di lavoro. Riporta proprio il bisogno di un approccio sociologico e storico rispetto a certe retoriche e interpretazioni sulle aree interne che si riducono invece a un pensiero antiscientifico, immaginativo, intuitivo, per certi versi quasi animistico.
Perché questo tipo di retoriche, questa lente idealizzante, sarebbero "funzionali a un discorso reazionario e autoconsolatorio della destra al governo"?
Io sono un docente, ho lavorato a Rai Scuola (il primo commento di Raimo sulle aree interne era inserito in un post dedicato alla chiusura di Rai Scuola n.d.r.), conosco le persone che ci lavorano e so quanto sia difficile fare contenuti divulgativi di qualità. So quanto è stata smantellata Rai Scuola e quanto sia quindi calata la qualità di un progetto che potrebbe essere un importante servizio pubblico. Ho altrettanto ben presente, d'altra parte, la qualità veramente scadente delle trasmissioni di Angelo Mellone (il giornalista che dirigerà il nuovo canale Italiana che andrà a sostituire Rai Scuola): quella che a mio avviso è un'idea dissennata di racconto dell'identità italiana fatta di borghi, culture e territorio.
Per me è fuffa che contiene insieme un cripto-razzismo e una totale anti-pedagogia rispetto al lavoro sui metodi storici, sociologici e sull'inchiesta giornalistica. Crea retoriche turistiche e un mondo di saperi che sono essenzialmente saperi pubblicitari. Quando ho visto quel tipo di retorica andare a sostituire un metodo per creare una pedagogia "di Stato", mi sono allarmato. E non è successo soltanto a me: a giudicare dalle centinaia di persone che hanno partecipato al dibattito, molti hanno avuto la stessa impressione.
In qualche modo, questa cosa si saldava con il lavoro di racconto e di storytelling che si sta diffondendo sui paesi e sulle aree interne, anche in un mondo ben intenzionato e progressista come quello che si riconosce nel lavoro di Arminio. Così mi è sembrato che si sia ridotta, volenti o nolenti, l'analisi delle aree interne a un sentimentalismo idiosincratico, personale e rabdomantico.
Crede che questa estetizzazione dell'abbandono possa in qualche modo favorire quell' "accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile" inizialmente citato nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne?
Se analizzi solo la struttura e non la sovrastruttura, il rischio è di non cogliere i veri processi in corso, quindi certo, in qualche modo è così. Negli scritti di Arminio, da Terracarne a Geografia commossa dell'Italia interna, c'è un'identificazione ambigua tra lo sgomento per l'abbandono e una retorica del fascino. Si tratta di un accostamento chiaramente paradossale: un fascino apocalittico, resistenziale, solitario, profetico e testimoniale di chi in quei posti rimane.
Non c'è nulla che analizzi con lo sguardo dello studioso. Ci si muove sempre con uno sguardo idiosincratico che passa attraverso l'emozionalità e, quando si discute di temi politici attraverso l'emozionalità, io mi metto un po' in allarme. L'emozionalità inibisce la possibilità di entrare in conflitto e discutere, ostacola la comunicazione di certi concetti e finisce per dividere.
In quest'ottica, mi sembra che lo spazio per il racconto di temi così difficili - come la decrescita demografica, l'abbandono delle aree interne, l'invecchiamento della popolazione e così via - sia sempre più ristretto. Credo fornisca soprattutto un repertorio emotivo con cui consolarsi, indignarsi, allarmarsi, sostare. Ma il pericolo è che questa sosta si prolunghi e non porti a un'attivazione. In questo senso, l'emozione mi sembra conduca all'abbandono e all'inazione.
Quale dovrebbe essere, allora, una possibile direzione politica per affrontare il problema delle aree interne?
Penso che si debba partire dal fallimento della Strategia Nazionale per le Aree Interne, che è stato un fallimento clamoroso. Il primo passo che deve fare la politica è capire che cosa ha funzionato di quel piano e che cosa non ha funzionato. Sono temi che spesso non interessano soltanto l'area interna: il lavoro poverissimo e la mancanza di infrastrutture sociali sono qualcosa che può interessare benissimo anche le periferie urbane.
Uno dei temi su cui mi sono concentrato, per esempio, è quello del lavoro di cura: gran parte delle aree interne sono rette dal lavoro gratuito di cura e dal lavoro delle badanti o delle colf. Una volta che hai tolto l'ospedale, hai tolto lo sportello giudiziario, hai tolto la scuola, alla fine sono rimaste soltanto le donne che privatamente fanno quel lavoro di cura con tanti anziani soli, se quelle figure se ne vanno - come sta accadendo - il welfare è finito.
Un altro tema è come le aree interne possano rappresentare una riserva importante di risorse per il Paese, anche dal punto di vista energetico. Penso al sole, all'energia e anche alle battaglie sull'eolico. Su questo sono sempre molto scettico quando si parla di deturpazione del paesaggio, ma chiaramente significa portare nelle aree interne l'avanguardia degli investimenti strutturali, non semplicemente salvare il salvabile.
E poi, la politica ha la responsabilità di qualificare il dibattito: non soltanto fondi e investimenti, ma anche alimentare un dibattito di qualità.











