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Ambiente | 21 settembre 2026 | 12:00

Il muretto a secco sembrava posizionato di proposito per ospitare vipere d'alta quota: infatti, a pochi passi, è comparso un marasso, l'unico serpente in grado di spingersi oltre il Circolo Polare Artico

Cronache di un fotografo naturalista # 22 / Il marasso (Vipera berus) è considerato il serpente terrestre con la più ampia distribuzione al mondo. Il suo areale si estende dalla Gran Bretagna attraverso gran parte dell'Eurasia fino all'Estremo Oriente russo e all'isola di Sakhalin. Se nel Nord del suo areale si può incontrare al livello del mare, scendendo a Sud trova il suo habitat in quota, tra i 1000 e i 2600 metri

scritto da Giacomo Radi

È un giorno dei primi di settembre del 2003 e mi trovo nel Parco nazionale di Lahemaa, a circa 46 km a est di Tallinn, la capitale dell'Estonia. La giornata è tersa e il paesaggio è da togliere il fiato. Cammino nella foresta boreale di abeti e betulle lasciandomi alle spalle torbiere, grandi laghi azzurri e un tappeto mirtilli. Il sottobosco è fiorito di funghi che si mescolano ai toni caldi delle foglie cadute e ai toni freddi e brumosi dei muschi e dei licheni. Un serpente dal disegno dorsale marcato scivola sul sentiero, una pennellata che attraversa la trama di verdi, bruni e grigi della foresta. Non avrei mai pensato che il mio primo incontro con un marasso (Vipera berus) sarebbe avvenuto proprio là, ai margini meridionali della taiga, dove le conifere e le torbiere si affacciano sul Baltico. Un incontro certo fortuito, ma del tutto normale.

 

Il marasso possiede infatti uno degli areali geografici più vasti tra i serpenti ed è considerato il serpente terrestre con la più ampia distribuzione al mondo. Il suo areale si estende dalla Gran Bretagna attraverso gran parte dell'Eurasia fino all'Estremo Oriente russo e all'isola di Sakhalin ed è l'unico serpente in grado di spingersi oltre il Circolo Polare Artico. Se nel Nord del suo areale si può incontrare al livello del mare, scendendo a Sud trova il suo habitat in quota, tra i 1000 e i 2600 metri s.l.m.


Lo sguardo magnetico di un marasso (Vipera berus) incorniciato dalle sfumature di un pascolo alpino

Oggi, giugno 2026, a distanza di ventitré anni, mi trovo in Trentino nella parte meridionale del suo areale europeo e sto percorrendo un sentiero nella Valle dei Mòcheni che mi porterà nel regno alpino del marasso. Il sole è ancora basso dietro la montagna, ma le cince, i fringuelli e le nocciolaie cantano il giorno. Il bosco di larici profuma di resina e terra bagnata. Fabio¹ conosce bene la zona e mi racconta i monti che circondano la valle, interrompendosi di tanto in tanto per farmi notare una giovane rana montana che si perde fra le felci o un'orchidea spontanea sul fianco del tracciato.

 

A circa 1700 metri il bosco si apre su un pascolo alpino dove il sentiero attraversa una torbiera, una distesa umida di prati e larici incastonata tra i monti.


Celoglosso verde (Coeloglossum viride). A differenza della maggior parte delle orchidee spontanee che ricorrono all'inganno visivo o olfattivo senza offrire ricompense, questa orchidea produce nettare per attrarre gli insetti impollinatori

Tra l'erba emergono fioriture rigogliose: il viola maculato dell'orchidea di Fuchs (Dactylorhiza fuchsii), la presenza quasi impercettibile del celoglosso verde (Coeloglossum viride) o il giallo splendente dell'arnica (Arnica montana).


Dettaglio di un fiore di giglio martagone (Lilium martagon)

Il ruolo da protagonista spetta ai gigli martagone (Lilium martagon) che spuntano a decine con i fiori penduli e rosati dai caratteristici tepali lanceolati fortemente piegati e rivolti all'indietro verso lo stelo, che ricordano, con un po' di fantasia, un turbante orientale. Sotto un vecchio maso corre un muretto a secco che un tempo delimitava il pascolo e che sembra posizionato di proposito per ospitare le nostre vipere d'alta quota. Pochi passi e il primo marasso appare tra l'erba e le pietre. Si tratta di una femmina melanica, nera e lucente come ossidiana.


Una femmina di marasso melanico si staglia su uno scorcio alpino della Valle dei Mòcheni in Trentino

Come dicevo, il marasso è una specie di climi temperati freschi con ampia distribuzione che, alle latitudini meridionali, trova nelle montagne le condizioni climatiche che altrove trova alle basse quote. Ma come si è adattato a vivere a temperature basse colonizzando il Grande Nord e le alte quote?  La risposta sta in una combinazione di adattamenti fisiologici e comportamentali. Il marasso non si limita a tollerare il freddo: ha una fisiologia particolarmente efficiente alle basse temperature e sa sfruttare con precisione il calore del sole, concentrando l'attività nei microhabitat più favorevoli. Anche il suo metabolismo, che rimane relativamente elevato al diminuire della temperatura, contribuisce a questa specializzazione. Così, più che sfidare il freddo, il marasso ha imparato a trascorrere l'inverno in rifugi capaci di proteggerlo dalle temperature più estreme e a sfruttare ogni breve finestra di calore. E non conta soltanto la temperatura dell'aria. Uno studio² condotto proprio sulle Alpi trentine ha mostrato che la presenza del marasso dipende soprattutto dalle caratteristiche del microhabitat: vegetazione al suolo, zone umide e rocce possono essere più importanti della quota o del tipo di ambiente. Per lui, dunque, anche pochi metri possono fare la differenza.


Marasso melanico tra i fiori di timo serpillo. Questo viperide possiede due denti veleniferi cavi collegati a ghiandole velogene con cui caccia le prede o si difende se calpestato o disturbato accidentalmente. Il morso è molto doloroso e ha rilevanza medica per l'uomo. Pur contenendo tossine ed enzimi complessi, i morsi raramente si rivelano mortali per un essere umano adulto in salute

Indossare un abito scuro, quindi, può aiutare ad assorbire calore. E forse non è un caso che, proprio dove il clima si fa più rigido, aumentino gli individui dalla livrea nera. È il fenomeno studiato come melanismo termico: una colorazione più scura può favorire l'assorbimento della radiazione solare e permettere a un animale ectotermo come il marasso di raggiungere più rapidamente una temperatura corporea adatta all'attività, un vantaggio prezioso quando il sole è debole e il tempo per riscaldarsi è poco. Ma il colore non è una scelta senza conseguenze: un corpo scuro può essere anche più visibile ai predatori. La frequenza delle diverse colorazioni nasce così dall'incontro di più pressioni ambientali, dove il vantaggio di scaldarsi può entrare in equilibrio con il rischio di essere visti.

 

Il marasso nero si muove su un tappeto colorato di timo serpillo (Thymus praecox subsp. polytrichus) mentre le nuvole si gonfiano sopra le guglie dei larici. Lungo il muretto le sorprese non sono finite.


Punteruolo del farfaraccio (Liparus glabrirostris)

Sopra le rocce incrostate di bianco e giallo marciano lente decine di punteruoli del farfaraccio (Liparus glabrirostris), coleotteri curculionidi che sembrano anch'essi punteggiati del giallo dei licheni. Continuiamo la ricerca e poco più avanti un'altra berus, una femmina dalla colorazione tipica bruno-rossiccia con il caratteristico disegno dorsale scuro a zig-zag.


Femmina adulta di Vipera berus si termoregola nello scenario mozzafiato della valle alpina. Trentino

Ci osserva con gli occhi bruno rame e la pupilla verticale mentre si termoregola al sole che è ormai spuntato dalle creste del Monte Stocker e inonda la vallata. Lungo tutta la lunghezza del muretto, in circa mezz'ora di ricerca, osserviamo sei marassi; battezziamo la fila di pietre come nostro luogo di culto personale e riprendiamo il sentiero verso il torrente.


Dettaglio di giovane maschio di marasso con livrea grigia

Sotto un gruppo di larici, sul letto di aghi ocra, ecco un giovane maschio grigio come la pietra che indietreggia e ci osserva severo mentre ci avviciniamo con le lenti degli obbiettivi. Nella palette dei marassi incontrata oggi mancava proprio un individuo di questo colore!

 

Seduto a godere del paesaggio non posso far a meno di notare quanto il caldo sia opprimente nonostante la quota. Mi trovo in quella che sarà definita come la seconda delle cinque grandi ondate di calore dell'estate 2026 in cui si sono superati molti record negativi nella crisi climatica che stiamo vivendo. Il pensiero va a questa valle e alle creature che la popolano. A quelle che hanno attraversato glaciazioni e millenni di trasformazioni, adattandosi ogni volta a un mondo diverso. Ma quanto può ancora cambiare una montagna prima che le specie che la abitano non riescano più a seguirla?


Visione dall'alto di femmina melanica di marasso

Uno studio³ del 2022 condotto in Cornovaglia sul marasso ha mostrato un meccanismo inquietante. Con l'aumento delle temperature, le vipere hanno iniziato a uscire dal letargo sempre prima. Ma il terreno, al loro risveglio, può essere ancora gelato. È quella che i ricercatori hanno definito una "trappola climatica": il clima si scalda, l'animale anticipa il proprio ciclo, ma le condizioni che trova possono diventare paradossalmente più rischiose.

 

E qui, sulle Alpi, il pensiero torna inevitabilmente a quel viaggio attraverso l'Eurasia che ha portato il marasso fino a queste montagne. Qui si trova già ai margini meridionali del suo grande areale e, per sfuggire al caldo, ha seguito la montagna verso l'alto. Ma se il clima continuerà a cambiare, anche questa fuga verso la quota avrà un limite. Guardo le creste, i larici immobili nell'aria calda, i prati che si arrampicano verso le rocce. Per un momento tutto sembra immutabile. Eppure, so che non lo è. La montagna non si sposta. Le specie, invece, sì. Finché sarà possibile.

 

 

¹ Fabio Pupin, Naturalista erpetologo e fotografo

 

² Influences of ski‐runs, meadow management and climate on the occupancy of reptiles and amphibians in a high‐altitude environment of Italy - Michele Chiacchio, Dennis Rödder, Klaus Henle, Annegret Grimm‐Seyfarth

 

³ Microclimate‐driven trends in spring‐emergence phenology in a temperate reptile (Vipera berus): Evidence for a potential "climate trap"? - Rebecca K Turner & Ilya M. D. Maclean

 

 

il blog
Giacomo Radi

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.

 

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