Lago di Garda, livelli rassicuranti nonostante l'estate più calda dal 1950. Gavazzoni: "Nuove dighe? Ultima spiaggia, serve meno ideologia e più studio del territorio"
Nonostante l'estate più calda dal 1950, il Lago di Garda si presenta all'autunno con livelli idrometrici rassicuranti, frutto di una gestione condivisa delle risorse idriche. Resta aperto comunque il dibattito sulla possibilità di costruzione di nuove dighe e bacini artificiali per contrastare la siccità, tra esigenze dell'agricoltura, cambiamento climatico e tutela degli ecosistemi. Filippo Gavazzoni: "Prima di pensare ad opere simili bisognerebbe capire bene a fondo se le richieste idriche ad uso irriguo sono razionalizzabili, correttamente derivate e monitorate"

TRENTO. La siccità, la necessità di garantire acqua all'agricoltura, il cambiamento climatico e una domanda che torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico: costruire nuove dighe e nuovi bacini artificiali rappresenta davvero la soluzione alla crescente scarsità delle risorse idriche?
A sollevare la questione è Filippo Gavazzoni, vicepresidente della Comunità del Garda e vicesindaco di Peschiera, da anni impegnato anche nello studio dell'habitat gardesano e delle problematiche legate alla sua conservazione: una riflessione che parte proprio dal Benaco, dove la gestione delle acque durante un'estate particolarmente calda offre, secondo Gavazzoni, elementi importanti per ripensare il rapporto tra disponibilità idrica, utilizzo della risorsa e tutela ambientale.
"Il vero tema è il seguente: c’è davvero necessità – si chiede Gavazzoni – di proporre dighe e bacini come antidoto alla siccità? La politica strumentalizza ancora questa questione senza, a mio modo di vedere, affrontarne davvero i temi delicati che infrastrutture simili portano con sé, e penso che ci sia ancora troppa ideologia dietro queste questioni".
Una posizione che, va specificato, non si traduce in una contrarietà assoluta alla realizzazione di nuove infrastrutture, quanto piuttosto nella richiesta di affrontare preventivamente le criticità ambientali, economiche e gestionali che queste comportano, valutando anzitutto se sia possibile intervenire sulla domanda d'acqua e sull'efficienza del suo utilizzo.
L'ESTATE PIU CALDA DAL 1950, MA I LIVELLI DELL'ACQUA SONO RASSICURANTI
Il ragionamento prende le mosse da un dato climatico significativo. Come ricorda Gavazzoni, il Cnr-Ibe ha certificato che l'estate del 2026 è stata la più calda dal 1950, superando anche quella del 2003: un quadro che riporta inevitabilmente l'attenzione sulla disponibilità delle risorse idriche, soprattutto nei territori in cui la pressione delle attività agricole si somma alle necessità di conservazione degli ambienti naturali.
Eppure c'è un aspetto positivo: nonostante le condizioni climatiche, il Lago di Garda si presenta all'autunno con livelli idrometrici rassicuranti. Dal 5 ottobre, infatti, il deflusso delle acque attraverso il regolatore di Salionze è stato ridotto da 35 a 18 metri cubi al secondo, favorendo un progressivo innalzamento del livello del bacino. Il risultato? Dai 55,3 centimetri sopra lo zero idrometrico di Peschiera registrati il 5 ottobre si è passati ai 56,3 centimetri del 13 ottobre, dopo aver raggiunto un picco di 57 centimetri il 10 ottobre.
Un andamento che si inserisce in una stagione durante la quale, secondo l'analisi di Gavazzoni, la gestione della risorsa ha consentito di evitare situazioni di particolare sofferenza. "Nonostante il grande caldo la gestione e l’utilizzo della risorsa idrica gardesana è stata ottimale – precisa Filippo Gavazzoni – e va ricordato che il Lago di Garda è anche un bacino idrico a regolazione artificiale a scopo irriguo con una grande superficie d’evaporazione. Nonostante le condizioni climatiche, la situazione è stata ben gestita e affrontata con anticipo, tanto che non si è mai scesi sotto percentuali di riempimento minori del 40% circa, un risultato che è stato possibile grazie ad un lavoro di concertazione e gestione plurimo tra il Consorzio Irriguo del Mincio, Aipo che è il gestore dell’Edificio Regolatore del Lago di Garda (diga di Salionze, ndr) e la Comunità del Garda".
Il confronto con il passato, in questo senso, assume un significato particolare: nelle stagioni critiche del 2003/2007 il lago arrivò infatti a percentuali di riempimento prossime allo zero, mentre oggi la situazione appare diversa, soprattutto per il sistema di collaborazione costruito negli anni tra gli enti coinvolti nella regolazione e nell'utilizzo delle acque.

GLI INVASI: "OLTRE AI COSTI DI REALIZZAZIONE E GESTIONE BISOGNA TENERE CONTO ANCHE DI ALTRE PROBLEMATICHE LEGATE ALL'AMBIENTE"
È proprio da qui nasce la riflessione sul rapporto costruzione-necessità di nuovi invasi: questo perché, se una gestione concertata della risorsa ha consentito di affrontare una stagione particolarmente difficile, diventa necessario interrogarsi su quali interventi debbano avere la precedenza e su quali conseguenze potrebbe produrre la costruzione di ulteriori infrastrutture di accumulo.
"Ci sono questioni davvero complesse da affrontare in caso di costruzioni di bacini di invaso e – dice Gavazzoni – oltre ai costi di realizzazione e gestione, va tenuto conto di varie problematiche non più collocabili come secondarie".
Il primo nodo riguarda il funzionamento stesso degli ecosistemi fluviali: una diga, infatti, modifica il naturale scorrimento dell'acqua, trattenendone una parte all'interno di un bacino. Si tratta di una trasformazione, viene sottolineato, che impone di garantire una portata sufficiente a mantenere in vita il corso d'acqua a valle dello sbarramento, garantendo la sopravvivenza con tutte le componenti biologiche che da esso dipendono.
Gavazzoni richiama a questo proposito il concetto di Deflusso Minimo Vitale (DMV), vale a dire "la quantità minima d'acqua che dovrebbe sempre continuare a scorrere a valle della diga, per mantenere appunto in vita il fiume e il suo ecosistema, ma che spesso non basta" con quella tra gli invasi di raccolta idrica come le dighe e i laghi artificiali e il deflusso minimo vitale che è “una relazione delicata e di equilibrio tra i bisogni dell’uomo e la salute della natura”.
E alla luce di quest'ultima riflessione, il nodo centrale messo in evidenza dall'amministratore. "Prima di pensare ad opere simili – dice – bisognerebbe capire bene a fondo se le richieste idriche ad uso irriguo sono razionalizzabili, correttamente derivate e monitorate e se determinate coltivazioni ed irrigazioni sono coerenti con il trend del clima ed in prospettiva con le disponibilità idriche. Solo dopo aver definito chiaramente questo si potranno considerare progettazioni come dighe e relativi invasi ma come ultima ratio, a mio parere".
C'è poi un altro aspetto sul quale Gavazzoni invita a riflettere: l'idea, spesso utilizzata nel dibattito politico, secondo cui l'acqua che non viene trattenuta all'interno di un bacino rappresenterebbe una risorsa sprecata.
"Si sente spesso infatti questa frase: 'Bisogna trattenere l’acqua nei bacini artificiali perché altrimenti va sprecata'. Però – prosegue – è un modo semplicistico per parlare alla pancia dell’opinione pubblica e decisamente fuorviante. In realtà l’acqua non va sprecata, nulla in natura si spreca e tutto ha un fine ed un ciclo: quell’acqua infatti assolve vari ruoli lungo tutto il suo decorso, e se non se ne comprende il valore si continuerà a considerarla come persa, erroneamente".
Un passaggio che sposta l'attenzione dal valore dell'acqua come risorsa disponibile per le attività umane al suo ruolo all'interno del ciclo naturale con il deflusso che non costituisce soltanto un trasferimento di volumi idrici, ma contribuisce al mantenimento degli habitat, degli equilibri biologici e delle dinamiche ambientali dei territori attraversati.
Da qui discendono le principali criticità individuate da Gavazzoni nella realizzazione di nuovi invasi, principalmente connesse al blocco o alla limitazione dello scorrere dell'acqua fluviale: la prima riguarda “l'effetto spugna”, ossia gli invasi che trattengono acqua durante i periodi piovosi per rilasciarla quando la disponibilità diminuisce. "Se la diga trattiene troppa acqua – spiega Gavazzoni – magari in previsione di estati sempre più siccitose, il fiume a valle rischia di entrare in crisi e con esso tutto l’ecosistema ad esso legato".
Le conseguenze, osserva, non si fermano alla riduzione della portata: una disponibilità insufficiente può compromettere infatti la sopravvivenza di pesci e piante acquatiche, alterando gli habitat e producendo effetti che si estendono ben oltre il corso d'acqua interessato.
"Probabilmente a qualcuno ancora non è chiaro – spiega Gavazzoni – che la dove un habitat entra in crisi si generano effetti a cascata che arrivano dritti ad intercettare anche la nostra qualità della vita e salute, ecco perchè non sono problemi secondari da considerare. La sfida più difficile, se si arriverà alla creazione di nuovi bacini artificiali, credo sarà quella della gestione, ovvero trovare un equilibrio".
Un equilibrio che, viene osservato, diventa particolarmente complesso quando le esigenze dei diversi utilizzatori entrano in competizione. “L'acqua accumulata – sottolinea – deve infatti rispondere prioritariamente ai bisogni potabili, ma anche a quelli dell'agricoltura, dell'industria e della produzione idroelettrica. Ma garantire il Dmv e oltre significa, in determinate circostanze, rinunciare a una parte di questa risorsa e quando la situazione diventa criticità, diventerà critica proprio questa gestione”.
A giocare un ruolo non secondario è poi il cambiamento climatico, osserva, che rende ancora più difficile programmare la gestione dei bacini, tanto per la possibile riduzione della disponibilità idrica quanto per le difficoltà connesse agli eventi meteorologici estremi.
"Con estati sempre più calde e secche – prosegue Filippo Gavazzoni – gli invasi si riempiranno meno e se lo faranno sarà attraverso eventi spesso estremi di difficile gestione. Diventa difficilissimo quindi scegliere se tenere l’acqua per le coltivazioni o rilasciarla nel fiume per non farlo morire e per garantire il suo ciclo biologico-fisiologico. E anche l’acqua trattenuta in un bacino, con questo caldo, non resta inerte, evolve peggiorando le sue caratteristiche iniziali, soprattutto quando già ricca di sali nutritivi come spesso accade".
NON SOLO ACCUMULARE ACQUA, MA ANCHE LA SUA QUALITÀ E LA POSSIBILITÀ DI PRESERVARE GLI HABITAT
La questione, quindi, non riguarda soltanto la capacità di accumulare acqua, ma anche la sua qualità e la possibilità di mantenere condizioni ambientali adeguate nei bacini e nei corsi d'acqua interessati. Ed è proprio sul rapporto tra disponibilità idrica e salute degli ecosistemi che si innesta un altro passaggio fondamentale dell'analisi: l'evoluzione normativa dal Deflusso Minimo Vitale al Deflusso Ecologico (DE). Il primo concetto, giusto per fare chiarezza, si concentra sulla necessità di garantire una quantità minima d'acqua a valle delle derivazioni, mentre il secondo introduce una prospettiva più ampia, nella quale assumono importanza anche la variabilità naturale delle portate, le esigenze biologiche degli organismi acquatici e il funzionamento complessivo del sistema fluviale. "Alla fine – spiega l'amministratore – non si potrà rilasciare solo una quantità fissa e minima di acqua, il Dmv, ma bisognerà imitare il ritmo naturale del fiume con un DE-Deflusso Ecologico, pena il suo decadimento".
Il cambiamento di prospettiva, viene rimarcato, è sostanziale: non è sufficiente stabilire una portata minima da garantire in modo uniforme, ma occorre considerare le esigenze ambientali e "quindi gli invasi devono rilasciare più acqua nei mesi in cui il fiume ne ha naturalmente bisogno e possono trattenerne di più nei periodi consentiti, usando indicatori biologici, come lo stato di salute dei pesci e delle piante, per decidere quanta acqua far scorrere”.
Al netto dell'analisi, Gavazzoni spiega di tenere conto anche delle complessità di questo approccio, in quanto è "intuibile quanto possa diventare complesso definire un DE realmente in grado di soddisfare tutte le esigenze, soprattutto proiettatati come siamo verso un quadro climatico incerto e decisamente difficile, quindi in uno stato costantemente emergenziale".
IL MODELLO GARDESANO: COLLABORAZIONE TRA GLI ENTI EFFICACE, MA SERVIRÀ TENERE IN CONSIDERAZIONE L'AMBIENTE
È in questo scenario che l'esperienza gardesana assume, nella lettura del vicepresidente della Comunità del Garda, un valore che supera i confini del lago a partire proprio dal bilancio idrico post-estate. Percorso che Gavazzoni considera però ancora da affinare, perché alla gestione quantitativa dell'acqua deve necessariamente affiancarsi una maggiore attenzione alla qualità degli habitat, tanto a monte quanto a valle dei sistemi di regolazione: "Comunità del Garda, Aipo e i Consorzi Irrigui Mantovani da tempo hanno dato il via, anticipando i tempi in un certo senso, ad un lavoro di concertazione importante che ha dato i suoi frutti come scritto sopra. È un primo importante passo, non un traguardo".
Il riferimento è anche alla particolare natura del Garda: un lago che, oltre a costituire un ecosistema di grande rilevanza ambientale, svolge una funzione di bacino regolato a servizio delle esigenze irrigue dei territori a valle.
"Servirà concentrarsi sempre con più attenzione al contesto ambientale di monte e valle – osserva – in cui l’acqua gioca il suo ruolo primario perché, come dico sempre, senza un habitat sano avremo in futuro sempre più problemi legati alla qualità dell’acqua e quindi alla nostra qualità della vita, forse il grande e vero problema futuro".
Filippo Gavazzoni mette sul piatto un'ultima osservazione: il sistema di regolazione definito nel 1965 individua una fascia idrometrica compresa tra 15 e 140 centimetri sopra lo zero idrometrico, entro la quale viene gestita la disponibilità della risorsa a fini irrigui, con la possibilità di deroghe in circostanze eccezionali. Il confronto con il 2003 è, ancora una volta, significativo: allora, spiega, il lago arrivò a sfiorare lo zero idrometrico mentre nel corso del 2026 il livello è rimasto sempre al di sopra dei 40 centimetri.
Una differenza che il vicepresidente riconduce anche al sistema di concertazione sviluppato negli ultimi anni e che considera un punto di partenza per affrontare le sfide future.
"Questo significa che il modello gardesano è certamente un punto di partenza per raggiungere concertazioni e condivisioni tra territori con lo scopo di risparmiare e contingentare gli utilizzi irrigui e della risorsa idrica. Ma, se ad un lavoro come quello che è già in atto, ovvero di concertazione e risparmio idrico, si riuscirà ad affiancare un lavoro concreto di recupero degli habitat, allora forse si potranno porre le basi per mitigare ed essere resilienti ad un cambiamento che ci sta mettendo davanti scenari non certo semplici da affrontare".
Infine un messaggio alla politica e ai suoi decisori. "Sarà un percorso che dovrà essere accompagnato da un nuovo modo di fare politica: un nuovo modo di intenderla ed esercitarla. Cosa intendo? Meno ideologia e più studio e conoscenza del territorio e delle sue dinamiche, perché questo è quanto serve per affrontare le sfide che il cambiamento climatico ci pone inesorabilmente".


















