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Disio, lo spumante classico della famiglia Spagnolli, origini aldenesi, vigneti e cantina a 600 metri d’altitudine col Palon sulla testa

Vinificazione nel pieno rispetto dei canoni della tipologia che Alvise esegue nella sua cantina incastonata tra i vigneti, struttura iper razionale, le pareti dipinte di verde e ogni contenitore minuziosamente controllato da sensori ‘in rete’, per avere sul suo telefono – come impone la sua fresca laurea ingegneristica - ogni sussulto fermentativo
DAL BLOG
Di Ades, by Nereo Pederzolli - 19 gennaio 2021

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia

Il nome di questo Trento Doc evoca atmosfere sospese, tra voglie di piacere, lente ore d’ozio, ricordi amorosi e costante desiderio di appagare i sensi. Disio è lo spumante classico della famiglia Spagnolli, origini aldenesi, vigneti e cantina a Cimone, sulle pendici della frazione Covelo, 600 metri d’altitudine, il Palon del Bondone sulla testa. Azienda con l’istrionico quanto autorevole professor Francesco alla regia enologica – lui che da decenni è protagonista dell’evoluzione del buon vino trentino, prima come insegnante e preside della scuola di San Michele all’Adige, attento comunicatore di cose enoiche con legami di studio in mezza Europa, già sodale amico del mitico Luigi Veronelli – anche se il vero spumantista è suo figlio Alvise.

 

 

E’ questo giovane ‘under 30’ che concretamente elabora personalissime ‘bollicine’. Impegno ed entusiasta dedizione solo ed esclusivamente verso il ‘metodo classico’, proprio per avere una briosità che stimoli il disio, il desiderio di un sorso appagante. Alvise Spagnolli è sicuramente stato ‘contagiato’ dall’enoica sagacia di suo padre Francesco, ma ha deciso di agire in assoluta autonomia, stimolato pure da sua madre Susy, per reinterpretare la ‘via trentina’ alle bollicine d’autore. Per farlo ha appeso all’ingresso della razionale cantina il diploma di Laurea in Ingegneria meccanica, ha lasciato un prestigioso incarico nella progettazione di turbine idroelettriche e da 4 anni dedica tutta la sua passione ad ogni dettaglio del ciclo della vite.

 

Accudisce i microscopici suoi vigneti che – nel rispetto della diversità di suoli, esposizione, anni di vita delle piante – compongono in un singolare mosaico i 3 ettari aziendali. Chardonnay e Pinot nero le varietà dominanti, affiancate da una piccola, fascinosa coltura di Meunier, il più difficile da curare, ma quello che riesce a ‘fare la differenza’ anche tra i blasonatissimi champagne d’Oltralpe. Vinificazione nel pieno rispetto dei canoni della tipologia che Alvise esegue nella sua cantina incastonata tra i vigneti, struttura iper razionale, le pareti dipinte di verde e ogni contenitore minuziosamente controllato da sensori ‘in rete’, per avere sul suo telefono – come impone la sua fresca laurea ingegneristica - ogni sussulto fermentativo. Poi, pazienza e l’invito al disio. Negli avvolti di Covelo si ‘covano’ alcune versioni di spumante, per mirare ad una produzione di circa 10 mila bottiglie.

 

 

 

Adesso, però si degustano i primi riscontri. Già strepitosi. Sì, proprio così. Le prime bottiglie ‘sboccate’ – ricordiamo che per avere un grande quanto esclusivo Trento Doc il vino deve riposare sui suoi lieviti almeno 4 anni – dimostrano tutta la bravura di questo giovane: 2086 bottiglie e qualche altra decina di magnum di uno spumante ‘blanc de noirs’, vale a dire da uve Pinot nero vinificate in bianco. Indomito, forza, nerbo grazioso, fragranze gentili di fieno, mela cotogna, note agrumate, in sintonia con la croccantezza del sorso, sapido, perlage fine e ritmato come difficilmente si riesce a trovare in uno spumante trentino. Carattere che il Trentodoc Disio Extra Brut Riserva 2016 attinge sia alla bravura – e competenza -del team Spagnolli, ma soprattutto dal carattere del territorio decisamente montanaro (per non dire 'bondonèro') dove maturano le uve, dove il vino rinasce, per essere leggiadro.

 

Ecco perché Disio è in perfetta sintonia con le sperimentali esperienze spumantiste del prof. Francesco Spagnolli, che già negli anni ’70, nella ‘caneva’ di Aldeno elaborava (poche) memorabili bollicine destinate ai cultori più esigenti. Produzione quasi ‘carbonara’, interrotta, altalenante, anche se già nel 1989 era una delle poche cantine recensite dalla primissima edizione della Guida Vini edita da Slow Food & Gambero Rosso. Poi l’attesa e la cura dei vigneti più in quota. Cimone che nel tempo diventa una ‘fucina d’idee’, tra vendemmie, sperimentazioni ulteriori, ricerche, discussioni, degustazioni comparative, l’entusiasmo del giovane Alvise, il confronto con enologi e critici del vino, tra intuizioni e il rispetto delle stagioni. Lasciando spazio al disio.

 

Una parola di Dante – proprio dopo 700 anni dalla morte del Sommo – che torna vitale in quel di Cimone, grazie all’impegno della famiglia Spagnolli. E disïar vedeste sanza frutto Tai che sarebbe loro disio quetato (Dante)

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