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Belluno
11 maggio | 11:22

"Più di 20 anni fa abbiamo lasciato tutto e cominciato la vita da contadini, con 16 ettari e 30 capre: sembrava una pazzia, oggi siamo un'eccellenza del territorio"

In Valpiana, lungo la strada che porta a Valmorel, si trova “La Schirata”, azienda agricola familiare che produce formaggi di capra e pecora da agricoltura biologica. Il Dolomiti ha fatto visita a Giuseppe e Tommaso, padre e figlio che raccontano com’è nata e come si è trasformata nel tempo

LIMANA. “Ho fatto questa scelta perché avevamo una vita facile, volevamo complicarla un po’. Scherzi a parte, siamo sempre stati innamorati della natura e abbiamo fatto la scommessa di tornare a fare il lavoro del contadino: avevamo due figli e amavamo questo angolo di terra. Così, trovata la dimensione che ci regalava queste emozioni, ci siamo messi in gioco: ancora oggi la cosa più bella è raccontare alle persone cosa fai, perché si rendono conto della bellezza che hanno attorno”.

 

Così Giuseppe racconta la nascita dell’azienda agricola “La Schirata”, sorta nel 2003 in Valpiana. Con lui c’era la moglie Carla: un odontotecnico e una ragioniera che decidono di “complicarsi la vita” comprando 16 ettari di terreno e 30 capre. “Siamo partiti con caprette di dieci giorni - prosegue - e ci dissero che eravamo pazzi perché non sarebbero sopravvissute. L’anno successivo, invece, abbiamo iniziato a produrre latte biologico per una latteria di San Pietro di Feletto e poi, dal 2007, abbiamo iniziato a trasformarlo noi”.

 

Grazie a un insegnante del Piemonte, Giuseppe e Carla hanno iniziato a produrre formaggio di capra, quasi sconosciuto nel Bellunese all’epoca, imparando a fare prodotti come robiola o blu di capra. “Inizialmente - ammette - alcuni facevano un passo indietro sia perché non c’era cultura di tali prodotti sia per un pregiudizio legato al fatto che, nel dopoguerra, la capra era l’animale dei poveri. Perciò abbiamo fatto un po’ di educazione finché, col tempo, questo formaggio ha iniziato a essere apprezzato”.

 

Il marito descrive Carla come una bravissima casara, tanto che l’azienda ha vinto diversi riconoscimenti regionali e, nel 2014, il premio Villani per il prodotto artigianale di comprovata tipicità locale. “Qualche soddisfazione quindi - aggiunge - è arrivata”.

 

E non è l’unica: qui infatti, verrebbe quasi da dire incredibilmente, il passaggio generazionale c’è stato con il figlio Tommaso che, nel 2018, decide di portare avanti l’attività di famiglia. “Dopo gli studi di elettrotecnica - racconta - e dieci mesi in fabbrica, ho studiato agroalimentare biologico presso l’Its e sono rimasto in azienda”. Con lui arrivano anche le pecore: oggi l'azienda conta circa 65 capre e una quarantina di pecore, oltre a 7 cani, di cui 3 da guardiania, 3 asini e 3 cavalli.

 

Nel 2024, con la morte di Carla l’altra figlia, Valentina, che aveva fatto un percorso diverso, decide di entrare in società. Oggi segue la parte agrituristica ed esperienziale: eventi con degustazioni, i pomeriggi col pastore, lo yoga nel bosco e incontri con le scuole, per avvicinare le persone al mondo dell’allevamento e della produzione casearia. “Per me - spiega Tommaso - è stata la scelta più facile da un lato, perché l’azienda era avviata. Tuttavia, al di là della parte ‘poetica’, la vera sfida è ricavare un reddito da una piccola realtà agricola di montagna. In Trentino, ad esempio, ci sono altre agevolazioni, da noi è più difficile, tanto che molte aziende chiudono. In più, con la morte della mamma, ho dovuto imparare a sostituirla”.

 

Tommaso ha infatti iniziato sia a fare il formaggio sia a gestire le fatture. “La burocrazia pesa - ammette - e ci affidiamo a degli studi esterni per la contabilità e le pratiche, ma è un costo non da poco per una piccola realtà che, in fin dei conti, ha gli stessi oneri di quelle grandi”.

 

Imprescindibile quindi la passione. “Se nasce un agnello alle tre di mattina - nota Tommaso - devi essere presente e comunque di giorno c’è sempre da fare. Inoltre ci sono gli imprevisti: Vaia ha tirato giù l’ovile in programma, una parte del tetto e diversi quintali di legna, il Covid ci ha spinto a ripensare al modo di vendere aprendoci alle consegne a domicilio, e infine la malattia di mamma. Non è facile adattarsi ai cambiamenti, anche perché restiamo un’azienda familiare”.

 

Tommaso è infine anche vicepresidente di Pascolando, la cooperativa che ha ridato vita a Malga Van (qui l'articolo). “Ci sono entrato - afferma - perché credo nel progetto. Lì è diverso perché tanti ragazzi uniscono le loro competenze nella gestione della malga, ma la filosofia che ci guida è la stessa. Anche noi teniamo gli animali al pascolo, manteniamo come azienda un territorio di una trentina di ettari impedendo l'avanzare del bosco e pulendo anche le zone scomode, e produciamo un prodotto di qualità e realmente sostenibile”.

 

Tutto ciò, riconoscono, è valorizzato e apprezzato “dal basso, dalle persone”. Speriamo allora lo sia sempre di più anche dall’alto, dalle istituzioni che, a parole, vogliono fare della specificità locale il vanto dei territori di montagna. Ma, per questo, servirebbe forse andare un po’ più incontro a chi quei territori li cura davvero.

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