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Il Rebo a confronto con l'Amarone della Valpolicella per aumentare il mercato. Ma questa azione quanto giova all’identità del Trentino?

Da qualche vendemmia, il Rebo viene proposto da alcune storiche, qualificate aziende viticole, strutturalmente diverso. Anche nel nome. Che da Rebo si trasforma in Reboro. Escamotage, intuizione, maestrìa o banalmente una "scappatoia" per rendere portentoso (d’oro) un vino originariamente destinato alla spontanea gioiosità del sorso?
DAL BLOG
Di Ades, by Nereo Pederzolli - 08 ottobre 2021

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia

Ci sono dei vini rossi trentini che non t’aspetti. Pieni, opulenti, alcolici, per certi versi "marmellatosi". Ottenuti con la tecnica dell’appassimento delle uve vendemmiate perfettamente mature. Fatte ulteriormente "surmaturare" per poi essere pigiate e dare il via a fermentazioni che poco o nulla hanno da spartire con la "rossista" consuetudine enologica trentina. 

 

Tranne – ma questo è un discorso radicalmente diverso e riservato ad un vino da uve bianche come Nosiola – il modo di fare Vino Santo, il "passito dei passiti" della Valle dei Laghi, vitigno questo rivalutato anche per speciali versioni, mosto da uve parzialmente appassite e vinificato in botti d’acacia. 

 

Per vini bianchi che comunque mantengono grazia e schietta signorilità, il carattere stesso dell’originario quanto decisamente dolomitico vitigno. Interpretato solo per distinguersi e scandire sinceri legami territoriali, recuperando le tecniche di cantina in uso a suo tempo nelle "caneve contadine". Rilanciate con intuizioni moderne, precise e attentamente studiate da enologi rispettosi dell’ambito (in questo caso la zona che circonda due castelli, Toblino e Madruzzo) dove viene vendemmiata Nosiola. Per far evolvere il vino nel tempo, renderlo più coinvolgente, senza però stravolgere la sua originalità.

 

Nulla a che spartire dunque con la recente tendenza di elaborare anche tra le Dolomiti vini rossi sicuramente inconsueti, assolutamente portentosi. Sfruttando tra l’altro un vitigno marcatamente trentino, "progettato" da un genetista degli Anni ’30, nativo proprio nella conca di Toblino: Rebo Rigotti.

 

Nome di battesimo insolito, che sembra dettato da un refuso anagrafico, ma personaggio iconico. Fondamentale. A lui si deve la prima stesura della "Carta Viticola" che Rebo Rigotti, allora funzionario della Stazione agraria e forestale di San Michele, compilò con lungimiranza e proponendo nel contempo un "suo vitigno", ottenuto dall’incrocio tra Merlot e Teroldego (anche se lui pensava di averlo fatto usando Marzemino) per avere un vino da omaggiare alla sua terra.

 

Vitigno e vino giustamente subito dedicato al suo "creatore". Per decenni vinificato con modestia, per nulla in cerca di prestigiosi traguardi. Vino onesto da condividere, da mettere in tavola per la gioia conviviale, per un consumo familiare, direi fraterno. Onorando l’intuizione del genetista di Padergnone.

 

Vino Rebo che ora viene "interpretato" in maniera decisamente inusuale: vinificato sfruttando l’appassimento delle uve. Produzione molto contenuta, realizzata da alcuni vignaioli della valle dei Laghi accumunati dal medesimo stile enoico, quello dell’Associazione del Vino Santo Trentino Doc.

 

D’accordo, nulla a che vedere con l’innovazione più spinta: la tecnica ha radici nella storicità enologica. Lo facevano anche i Reti. Quando un tempo le "povere" uve venivano fatte appassire perché le stagioni climatiche (altro che attuale riscaldamento climatico) impedivano corrette maturazioni dei chicchi. Si appassiva l’uva per non usare l’aggiunta di zucchero. E si doveva mettere nella cantina di casa qualche botesèl di vino rustico, un rosso da gustare come bene di sussistenza.

 

Torniamo all’attualità. Da qualche vendemmia, il (per certi versi "nostrano") Rebo viene proposto da alcune storiche, qualificate aziende viticole, strutturalmente diverso. Anche nel nome. Che da Rebo si trasforma in Reboro.

 

Escamotage, intuizione, maestrìa o banalmente una "scappatoia" per rendere portentoso (d’oro) un vino originariamente destinato alla spontanea gioiosità del sorso? Oppure uve rosse appassite per simulare l’austerità di un vino super blasonato come l’Amarone della Valpolicella?

 

Interrogativi per certi versi maliziosi. Specialmente se il confronto (garbatamente) è proprio con il simbolo enoico della zona scaligera. Il confronto tra questi due vini è al centro di diverse, qualificate degustazioni, abbinate a menù prestigiosi. Per capire reciproche differenze, per stimolare giuste comparazioni e stabilire l’oculatezza dei progetti enologici mirati all’evoluzione.

 

Ma perché in Trentino – per giunta con un vitigno quasi sconosciuto – si deve "forzare" la consuetudine locale cercando similitudini con il blasone del vino veronese? Confondendo gli ambiti? Se il confronto è semplicemente mirato allo scambio di oneste esperienze, ben venga. Ma quanto giova all’identità del Trentino enoico? Cosa può stimolare un vino rosso trentino d’alta gradazione alcolica, certamente godibile al palato, proposto seppur in limitate edizioni e ad un prezzo decisamente impegnativo? 

 

E ancora: sul vasto mercato del buon bere, i vini con alto grado alcolico sono in sofferenza. Si salvano solo quelli con blasone internazionale, però esclusivi, decisamente radicati nella zona d’origine, da lungo tempo al centro di oculate operazioni commerciali. Vini con un "marchio" peculiare e dunque in grado di superare anche qualche ritrosia dei consumatori (esteri) che – pur acquistando blasonate bottiglie a prezzi sostenuti – poi mettono volentieri in tavola vini più leggeri. L’eleganza e la finezza al posto della potenza, dell’irruenza e una sfacciata pomposità.

 

La sfida delle aziende vinicole mondiali più lungimiranti è mirata alla continua diversificazione produttiva, con selezioni vendemmiali da trasformare in vini di gradazione alcolica meno importante. La tendenza dei 14 (e più) gradi alcol ostentata con orgoglio è in drastico calo. Riservata solo a vini importantissimi, esclusivi. 

 

Si beve con maggior attenzione. Per questioni di salute, con le cantine che propongono vini d’alta qualità, ma meno alcolici; per non gravare neppure sulla quota di calorie da scrivere sull’etichetta, come impongono nuove certificazioni dell’export. Vini più leggeri, versatili, scorrevoli, comunque leggiadri. Per sorsi conviviali. Semplici, direi spensierati.

 

Nel calice ‘deve’ entrare l’ambito dove l’uva ha maturato e come la sagacia del vignaiolo l’ha trasformata nel "suo vino". Evidenziando stile e personalità, senza confondere l’origine, esaltando le diversità. Far emergere l’identità, per certi versi la sincera anima dell’habitat di provenienza. Vino di e da quel determinato luogo. Chiamato "territorio". Senza confusione. Che probabilmente la versione del Rebo (d’oro) stenta adesso a mettere in risalto.

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