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Rosso Istanbul, Ozpetek ci porta sul Bosforo per una storia di incontri che si trasforma in un thriller

La sua amata città sospesa nel vuoto è in continua trasformazione perché ”Chi guarda troppo al passato rischia di non vedere il presente”. E’ un film autobiografico perché dedicato alla madre scomparsa da poco, donna che amava lo smalto rosso; e rosso è il tramonto sul Bosforo
DAL BLOG
Di Alda Baglioni - 11 marzo 2017

Appassionata di arte e cinema con Chaplin nel cuore

Ci si sente sempre a casa nei film di Ferzan Ozpetek. Una tavola aperta al mondo, rito che viene troncato. Si respira la decadenza e l’abbandono di luoghi amati verso un futuro incerto. E’ un film politico, lontano anni luce dal mitico “Bagno turco”, girato precisamente vent’anni fa. Ce lo scandisce la didascalia iniziale 13 maggio 2016. Viene inciso nella mente il rumore della trivella, simbolo di cambiamenti urbanistici, che introduce fuori campo il film. Cambiamenti subito evidenziati nella notturna festa in un lussuoso appartamento di un grattacelo quasi sospeso sul Bosforo.

 

Un lavoro autobiografico, il regista racconta il suo vissuto, (tratto dal  romanzo scritto da lui nel 2013). La sua amata città sospesa nel vuoto è in continua trasformazione perché ”Chi guarda troppo al passato rischia di non vedere il presente”. E’ autobiografico perché dedicato alla madre scomparsa da poco, donna che amava lo smalto rosso; e rosso è il tramonto sul Bosforo che visto dal traghetto rimane nella memoria di chi l’ha vissuto come un’emozione incredibile. E’ intimo perché è girato nella sua natia casa rossa, che ha dovuto abbandonare all’età di otto anni. Nostalgia e simboli. Con riferimenti al suo vissuto, come a quanti attraversano il fiume per passare dall’oriente all’occidente. Ma lui non c’è mai riuscito.

 

Dopo undici lungometraggi, il regista che vive tra Roma e New York, trasforma una storia di incontri in un thriller per creare una tensione emotiva sui personaggi e le vicende. Il protagonista Orhan Sahin, scrittore diventato Editor, da tempo vive in Inghilterra, ritorna ad Istanbul per aiutare l’amico Deniz Sayal, famoso regista, a terminare il suo primo romanzo. Nel farlo riscopre i sentimenti che aveva cancellato. Il suo è un passato drammatico e l’incontro con l’affascinante Neval gli smuove l’umanità repressa. E questo in un clima teso, Istanbul alle prese con la dittatura, città che si scopre nelle manifestazioni accennate, nelle madri del sabato che s’incontrano ogni settimana dal 1995 in piazza per denunciare la scomparsa dei propri figli.

 

Le riprese sono state più volte interrotte per pericolo di attentati. Vicino al set un kamikaze si è fatto esplodere. Metafora di cambiamenti, morti e scomparse che creano un clima di terrore e di paura latente. Personaggi come Yusul, artista omosessuale (interpretato da Mehemet Guensuer, sempre presente nei cast di Ozpetek) amico di Deniz, che non ce la fa ad accettare. E Sibe (Serra Ylmaz, altro interprete icona del regista) con la sua raggelante ironia che riesce a sdrammatizzare ogni cosa. Un film che si muove tra il sacro, il suono delle preghiere dei Muezzin, e il profano.

 

Bella la fotografia di Gian Corticelli, convincente la colonna sonora curata da Giuliano Taviani e Carmelo Travia. Ribadisce il regista, “il romanzo è stato solo la partenza”. Il film non è certo un arrivo, ma un atto d’amore in divenire verso una città sublime. Come tuffarsi nel Bosforo.

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