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A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio?

La narrazione della vita di Gesù secondo Marco prosegue e, questa domenica, si incontra una forma particolare del racconto: la parabola. Perché Gesù utilizzava la parabola nei suoi discorsi pubblici? Non era forse meglio una forma più immediata alla comprensione dell'uditorio?
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 17 giugno 2018

Laureato in Filosofia e in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mc 4,26-34     [In quel tempo] Gesù Diceva ai suoi discepoli : «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

La narrazione della vita di Gesù secondo Marco prosegue e, questa domenica, si incontra una forma particolare del racconto: la parabola. Perché Gesù utilizzava la parabola nei suoi discorsi pubblici? Non era forse meglio una forma più immediata alla comprensione dell'uditorio? In realtà il raccontare in parabole di Gesù aveva una funzione precisa: essa doveva modificare radicalmente la prospettiva esistenziale dell'ascoltatore.

 

In altre parole, l'uomo autenticamente aperto alla narrazione in parabole, non sarà più lo stesso uomo dopo aver ascoltato questa forma originaria del linguaggio. Sembra interessante notare come una buona parte delle parabole utilizzino immagini strettamente legate alla natura ed alla coltivazione della terra.

 

Ciò, ovviamente, non è un caso, poiché – nella parte occidentale del mondo – le prime forme di coltura e di domesticazione del grano, del farro e dell'orzo avvennero proprio nella, cosiddetta, Mezzaluna fertile (circa nell'8500 a.C.). Nella parte nord del Mediterraneo arriveranno in un secondo momento, per importazione.

 

E Gesù, con queste due parabole, cerca di mostrare il Regno del Signore ai suoi ascoltatori. La prima parte, infatti, paragona l'avvenire del Regno – in cui la signoria della giustizia misericordiosa è instaurata – ad una cosa del tutto naturale: il crescere spontaneo delle sementi, eternamente rinnovato dalla sua capacità di fare frutto e di germogliare nuovamente nella stagione successiva. Così è per il Regno: cresce, lentamente e ciclicamente, nonostante l'incuria che spesso gli viene riservata. Quando i frutti sono pronti, il Signore procede alla sua mietitura, che nel linguaggio biblico equivale al giudizio divino.

 

La seconda parabola è simile, ma non del tutto uguale. In essa il Regno viene paragonato al chicco di senape, «il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno», il quale, seminato nei pressi del lago di Galilei, può raggiungere due o tre metri di altezza. Così, dice Gesù, avviene per il Regno: dalla sua predicazione – all'apparenza storicamente quasi “insignificante” - il suo avvento è inarrestabile.

 

E così è per chi apre se stesso all'ascolto delle parabole: esse sono composte da poche parole, non sono né trattati, né lunghe composizioni poetiche, ma crescono nel singolo uomo, il quale le farà fruttificare nella sua esistenza, nell'insieme dei suoi piccoli gesti quotidiani. Così il Regno cresce costantemente, un gesto alla volta, un atto di fede per volta, da cui dipende – parafrasando Rosenzweig – la redenzione del mondo, dell'uomo, e di Dio stesso.

 

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