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Amare Dio e amare chi è prossimo, amare Dio è amare il prossimo, amare il prossimo è amare Dio

La lettura dal vangelo secondo Marco di questa domenica è, certamente, una delle più celebri e, allo stesso tempo, una delle più controverse. Uno degli scribi chiese a Gesù: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?"
Dal blog di Alessandro Anderle - 03 novembre 2018 - 13:10

Mc 12,28-34    [In quel tempo] si avvicinò a Gesù uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

La lettura dal vangelo secondo Marco di questa domenica è, certamente, una delle più celebri e, allo stesso tempo, una delle più controverse. Il contesto è noto: Gesù è ormai arrivato a Gerusalemme, e le tensioni con la classe dominante del tempo (politico-religiosa) volgono in frattura insanabile. Basti ricordare che, a questo punto della narrazione, Gesù aveva già scacciato i profanatori dalla casa del Padre (i mercanti dal tempio) e discusso con una fazione intera del giudaismo (sadducei) sulla resurrezione.

 

Nonostante questo clima ostile, uno scriba sembra seriamente intenzionato ad ascoltare, ad aprirsi propriamente a Gesù: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Nella domanda non traspare nessuna malizia, nessuna intenzione malevola. In altre parole, traspare buona-fede. Va sottolineato che, nel giudaismo di quel tempo, stabilire un'ordine d'importanza fra i precetti era necessario: basti pensare che il Talmud ne enumera 613 che venivano osservati quotidianamente (oggi i precetti permangono, ma una buona parte era legata al culto del Tempio, distrutto nel 70 d.C.). Cercare di capire quali fossero i più importanti, era questione esistenziale e religiosa primaria per il pio giudeo.

 

Gesù non si tira in dietro e risponde alla domanda fondendo due parti della tradizione giudaica molto importanti. La prima è il cosiddetto Shema, la preghiera che ogni ebreo recita, ancora oggi, due volte al giorno. Si trova nel libro del Deuteronomio (6,4-9): “Ascolta Israele, il Signore (letteralmente il tetragramma sacro) è il nostro Dio, il Signore è uno. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze”. Gesù riprende la preghiera, la professione di fede, fondamentale per ogni suo correligionario. A questa, però, associa un altro precetto derivante dal libro del Levitico (19,18): «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Amare Dio e amare chi è prossimo, amare Dio è amare il prossimo, amare il prossimo è amare Dio. Amare quel prossimo nel quale l'immagine di Dio va facendosi.

 

La peculiarità, la straordinarietà di chi ancor oggi ha fede in quel Gesù, quell'”ebreo marginale” - per citare Meier – vissuto più di 2000 anni fa, come Messia, forse, è proprio tutta qui: nella paradossalità del comandamento dell'amore, dato dalla Parola-Amore. E questo comandamento è paradossale, in primo luogo, nella sua stessa formulazione: come si può comandare di amare? L'adagio “al cuor non si comanda”, per quanto banale e trito, sottende certamente un grado di verità: ci si può “imporre di amare qualcuno”? E, se fosse possibile, quale libertà garantirebbe che quell'amore sia autentico?

 

La risposta razionale la diede un grande maestro, un rabbino contemporaneo di Gesù, Hillel, il quale riassumeva tutta la Torah, la legge divina, nel precetto “non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te”. Ma, appunto, questa è la risposta razionale, legalistica. E l'amore? E l'empatia, e il sentimento? Se tutto si riducesse a pura forma, se il nostro modo di agire fosse solamente normato dal punto di vista razionale, si perderebbe almeno metà dell'umano. E forse proprio la metà che è più importante salvare.

 

È l'esperienza stessa, però – e anche la scienza, oggi -, a dire che non siamo solamente carne razionale. Addirittura, si può dire che la nostra razionalità è, fondamentalmente, visceralmente, indirizzata dal fondo del sentimento, dal nostro sentire che è sempre pre-razionale e in-forma la ragione stessa: le conferisce la sua forma, in un dinamismo incessante. Per utilizzare un'immagine: siamo viscere d'anima impastata alla carne. Entrambe le dimensioni sono costitutive: l'una ha bisogno dell'altra per continuare a sentire la vita.

 

Il problema, a questo punto, non è risolto. Avrà soluzione? Si può imporre l'amore? La risposta sembra, definitivamente, no. Eppure, eppure vi è una dimensione fondamentale nell'essere umano, quella di un'apertura costitutiva all'ascolto (“Ascolta, Isreale!”) dell'altro e di Dio. Questo ascolto è, forse, la via per ritrovare questo altro e questo Dio nel nostro e nel loro sentire, patire, vivere. Un'ascolto che è apertura al sentire dell'altro, un ascolto che è e rimane, inevitabilmente, esposizione di se stessi al prossimo. In questo senso, forse salvifico, è croce che va assunta per garantire la relazione nella dimensione della cura che è, cercando di lasciar essere.

 

Farsi servo di questa croce, per quanto l'immagine possa sembrare negativa, significa assumere la propria fragilità e la fragilità del prossimo. È apertura alla speranza, oltre l'abusata quanto necessaria resilienza, perché nel patire comune ritrova una dimensione generativa assopita in questa Europa dominata dai “sentimenti tristi”. È ancora possibile, nell'assunzione del rischio della cura, seminare germi di rinascita che produrranno frutti di speranza e futuro. Lasciarsi avvolgere da quella luce lacerante e creatrice che avvolse con ogni probabilità Agostino, quando tutto ricapitolò in una frase essenziale: «Ama e fa ciò che vuoi».

 

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