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Dalla pianta di fico imparate la parabola

Con questo brano si concludono le letture tratte dal vangelo secondo Marco, a cui è stato dedicato il presente anno liturgico
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Di Alessandro Anderle - 17 novembre 2018

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mc 13,24-32 [In quel tempo] Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.»

 

Con questo brano si concludono le letture tratte dal vangelo secondo Marco, a cui è stato dedicato il presente anno liturgico. La narrazione è fortemente apocalittica nei toni, e presenta un insegnamento di Gesù sui “tempi ultimi”, quelli escatologici, quando il Regno annunciato avverrà in pienezza. Il linguaggio, oltre alla tematica trattata, non aiuta certamente l'uomo e la donna contemporanei alla comprensione. Cerchiamo qualche spiraglio di luce.

 

La «tribolazione» a cui fa riferimento Gesù è stata narrata poco prima dall'evangelista: «Ora, quando vedrete l'abominazione della devastazione...» (Mc 13,14 ss.). Le immagini poetiche che seguono sono citazioni tratte dalla letteratura profetica: «il sole si oscurerà e la luna non darà il suo chiarore (Isaia 13,10), e le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli si scuoteranno (Is 34,4)». E così via.

 

Fra queste citazioni, però, una sembra essere centrale: «vedranno il Figlio dell'uomo che viene in nubi». Questa è tratta dalla famosa profezia del “Figlio dell'uomo” del profeta Daniele, narrata nel settimo capitolo dell'omonimo libro. In essa, Dio (descritto come “un vegliardo”) consegna il creato ad uno “simile ad un figlio d'uomo: «Io (Daniele) guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto» (Dn 7,13-14).

 

Profezia che Gesù riprenderà più avanti, davanti al Sinedrio, nel momento di massima tensione fra lui e le autorità del suo popolo: «Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogava e gli dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Benedetto?” Ma Gesù disse: “Io sono, e vedrete il Figlio dell'uomo che siede alla destra della Potenza e che viene con le nubi dal cielo”» (Mc 14,61b-62). Gesù, rispondendo “Io sono” (il nome con cui JHWH si presenta a Mosè), dichiara al sommo sacerdote di essere Dio – sostanzialmente la più grande delle bestemmie per le orecchie di un giudeo. La reazione è eloquente: «Ora, il sommo sacerdote, stracciando le sue tuniche, dice: “Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia! Che ve ne sembra?” Ora, essi tutti sentenziarono che egli era reo di morte» (Mc 14,63-64).

 

Gesù utilizza un'immagine tratta dalla natura per mostrare ai discepoli come debbano interpretare le sue parole: «Ora, imparate la parabola dall'albero di fico». Il fico, come si sa, germoglia molto tardi in primavera, più tardi delle altre piante. Il suo germogliare indica, quindi, che il tempo è maturo perché venga l'estate. Allo stesso modo, i “segni” indicati da Gesù dovrebbero indicare che i tempi sono maturi per la venuta del Regno. Un Regno che viene e che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe in una narrazione apocalittica, non ha caratteristica di “giorno del giudizio”. Il Figlio dell'uomo, in Marco (a differenza di Matteo, ad esempio), non viene per condannare, ma per aprire un tempo nuovo, definitivo, in cui a governare sarà la misericordia e la grazia, forme divine di giustizia.

 

Tutto questo, che potrebbe essere riassunto – ammesso che sia lecito farlo – nell'avvento definitivo dell'Amore, accadrà, ed il cristiano deve continuare a sperarlo, piuttosto che crederlo. «Quando poi a quel giorno o all'ora, nessuno sa».

 

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