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Bolzano
22 luglio | 19:59

"Il vetro mi ha trovata dopo la morte di mia mamma, nel momento più difficile", storia di Francesca Antoniazzi: maestra vetraia che ha reso una passione il lavoro della vita

Nel suo laboratorio Vitrium Veritas la maestra vetraia Francesca Antroniazzi realizza a mano gioielli in vetro e ottone, ma dietro ogni creazione c'è una storia di formazione, viaggi, sacrifici e la scelta di vivere facendo  ciò che ama: "Il vetro è un materiale in continua evoluzione: molti lo associano alla fragilità ma può essere resistente ed elastico, è proprio questo che continua ad affascinarmi"

BOLZANO. "Il vetro è un materiale in continua evoluzione: molti lo associano alla fragilità, ma in realtà può essere resistente ed elastico. È proprio questo lato poco conosciuto che continua ad affascinarmi, anche dopo dieci anni di lavoro". Inizia a raccontarsi così Francesca Antoniazzi, 35 anni, maestra vetraia di Bolzano, che nel suo laboratorio "Vitrium Veritas" di via Novacella unisce il vetro all'ottone e crea gioielli artigianali completamente realizzati a mano.

 

Una storia, la sua, che attraversa formazione, ricerca e sperimentazione, ma anche volontà di intraprendere un percorso partendo da una passione scoperta quasi per caso e coltivata negli anni, fino a farla diventare una professione.

 

L'artigiana altoatesina, che ha scelto di aprire da poco la propria partita Iva dopo un lungo percorso di crescita personale e professionale, racconta la sua attività a il Dolomiti: dalla scoperta del vetro ai viaggi di formazione, fino al lavoro quotidiano tra il banco del laboratorio, i mercatini e le difficoltà che oggi accompagnano chi sceglie la strada dell'artigianato.

Ma entriamo subito nel suo laboratorio, dove il viaggio inizia inevitabilmente dalla materia prima e dalla sua lavorazione. "La tecnica che utilizzo si chiama lavorazione a lume: si parte – spiega – da bacchette di vetro disponibili in moltissime tonalità, sia trasparenti sia a colore pieno. Vengono lavorate con un cannello alimentato a ossigeno e gas che raggiunge circa i mille gradi: si scalda l’estremità della bacchetta facendola sempre ruotare, perché da caldo il vetro si comporta come il miele, per intendersi, e si crea una sfera che viene poi riportata sul mandrino. Dalla perla sferica si può poi procedere alla decorazione: ogni gesto deve essere lento e preciso, e si può cambiare anche la forma attraverso pinze piatte o a cucchiaio. Una fase fondamentale è il raffreddamento perché il vetro soffre infatti di shock termico, ha bisogno quindi che questa fase sia più lenta possibile. Una volta terminata, la perla viene messa nella cenere che permette un raffreddamento graduale, mentre per i pezzi più grandi si utilizza il forno e il raffreddamento regolato".

 

Dalla tecnica alla materia prima, Antoniazzi racconta come il legame con Murano sia rimasto un punto fermo del suo lavoro: "Il vetro lo acquisto direttamente lì, e quando posso ci vado personalmente, perché mi piace scegliere i colori di persona".

 

Il suo laboratorio, specifica, non è aperto al pubblico: una scelta precisa, con il rapporto con i clienti che nasce soprattutto all'esterno. "Vendo principalmente durante manifestazioni e mercatini come quello di Natale di Bolzano. Quest'anno – racconta Antoniazzi – parteciperò anche a eventi in provincia di Treviso e Brescia e ad altre manifestazioni dedicate all'artigianato: li frequento da anni, mentre per la prima volta sono stata anche al Mida a Firenze. Mi piace, insomma, il contatto diretto con le persone: è un modo diverso di presentare il proprio lavoro rispetto a un negozio".

Ma quali sono le creazioni principali che prendono forma nel laboratorio Vitrium Veritas? Le collezioni, sottolinea l'artigiana, ruotano attorno a un principio preciso: ogni pezzo deve rimanere irripetibile. "Ogni perla – dice – viene volutamente realizzata con colori e fantasie diverse ed è proprio questo che mi piace: poter offrire alle persone qualcosa che non possano trovare da nessun'altra parte".

 

Proseguendo nella chiacchierata, le chiediamo quali siano i gioielli che più la rappresentano. "Realizzo collane, ciondoli e anelli e negli ultimi anni ho imparato anche a saldare l'ottone e ciò mi ha permesso di arrivare a creazioni più complesse. Uno dei pezzi a cui sono più legata appartiene alla collezione 'Carry on': ha una struttura con una piccola manovella che permette alla perla di ruotare, diventando quasi un oggetto antistress, e all'interno inserisco una polvere fosforescente che la fa illuminare al buio. Mi piacerebbe continuare a sviluppare questa idea di gioielli dinamici: ne ho già realizzato un altro chiamato 'Armillary' ispirato alla sfera armillare, antico strumento astronomico che rappresentava i movimenti dei corpi celesti".

 

Il rapporto con il vetro, però, va ben oltre la semplice tecnica. "Per me è un materiale in continua evoluzione e una continua scoperta. Lavorandolo a caldo – racconta – posso modellarlo completamente e sento una grande affinità con lui. Spesso dico che lavoro da sola, ma in realtà anche il vetro ha un ruolo attivo: c'è una continua comunicazione con il materiale e per lavorarlo bisogna ascoltarlo costantemente, capire come reagisce e rispettarne i tempi, altrimenti rischia di rompersi. Non esistono insomma indicazioni precise che valgano sempre: devi imparare a sentirlo e a capire il momento giusto per ottenere il risultato che hai in mente”.

Francesca Antoniazzi ci tiene poi a sottolineare una cosa: come anche il suo stato d'animo finisca inevitabilmente per influenzare quello che realizza. “Questo perché il rapporto con il vetro è molto diretto e la connessione che si crea può variare. Mi piace – prosegue – anche perché molte persone lo associano soltanto alla fragilità, mentre in realtà è molto più resistente di quanto si immagini, e per farlo capire porto spesso l'esempio delle biglie di vetro con cui si giocava una volta. Allo stesso tempo è un materiale elastico: per alcune decorazioni tiro fili sottilissimi di vetro che sembrano rigidi ma, se vengono colpiti, si muovono. È una caratteristica che quasi nessuno conosce e che continua ad affascinarmi".

 

Dal presente, l'artigiana compie un salto nel passato, raccontando il primo incontro con il vetro e il suo percorso di formazione. “Il primo incontro con questo materiale arriva in un momento molto delicato della mia vita: dopo il liceo artistico – prosegue – non sapevo ancora cosa avrei fatto. In quel periodo era mancata mia mamma e stavo vivendo un momento molto difficile: fu allora che una cara amica di famiglia, che considero una seconda madre, trovò casualmente un corso di formazione artistica sulla lavorazione del vetro chiamato 'Vetroricerca', che oggi purtroppo non esiste più. Feci il colloquio e venni selezionata e ricordo ancora la prima volta che entrai: mi trovai davanti una grande parete piena di graniglie colorate e pensai subito che quel posto fosse bellissimo".

 

Da quel momento inizia un percorso che la porta a conoscere tutte le principali tecniche di lavorazione. "Durante i due anni di formazione imparai la termoformatura, la lavorazione della lastra, la tecnica Tiffany, la vetrata artistica e molte altre tecniche. Successivamente – ricorda Antoniazzi – svolsi uno stage a Venezia per approfondire la lavorazione a lume e poi trascorsi un periodo a Valencia, dove lavoravo con un'artigiana che realizzava gioielli in vetro con la termoformatura. La scelta di dedicarmi proprio alla lavorazione a lume arrivò anche grazie a mio padre, che mi regalò il primo cannello: è stato un gesto determinante e lui ha avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso. Tornata da Valencia iniziai a creare i miei primi gioielli, che nel tempo si sono evoluti fino ad arrivare a quelli che realizzo oggi".

La scelta di vivere esclusivamente di questo mestiere, invece, arriva soltanto dopo anni di lavoro. "La partita Iva l'ho aperta ufficialmente quest'anno: sono sempre stata piuttosto prudente e oggi sono contenta di aver aspettato, perché nel frattempo ho acquisito maggiore sicurezza. Negli anni precedenti – racconta – ho sempre affiancato questo ad altri lavori come la barista o la cameriera. Anche il periodo del Covid è stato complicato, perché tutti i mercatini, che rappresentavano il mio principale momento di vendita, furono cancellati. Nonostante questo credo che nella vita sia importante fare qualcosa che ci piace davvero e per me poter vivere di questo lavoro è la cosa più importante".

Lo sguardo si allarga poi alle difficoltà che oggi accomunano molti artigiani. "Quando ho iniziato avevo 22 anni – ricorda – e spesso ero la più giovane tra gli espositori. Nel frattempo il mercato è cambiato molto: una volta la vendita diretta funzionava meglio, oggi è quasi indispensabile essere presenti sui social. Per me questa è una delle difficoltà maggiori: fermarsi per fare fotografie interrompe infatti la concentrazione. E poi quando sei un artigiano fai tutto da solo: crei, produci, fotografi, gestisci i social e il marketing. Non sono due lavori, ma almeno cinque e non è facile".

 

Prima di salutarla, le chiediamo di lanciare uno sguardo al futuro. "Mi piacerebbe migliorare proprio nell'ambito digitale – chiosa Francesca Antoniazzi – e riuscire ad aprire un sito internet, anche se ogni gioiello è unico e fotografare tutto richiede un enorme lavoro. Vorrei poi ampliare il mio pubblico, partecipare a eventi sempre più importanti dedicati al mondo del gioiello e continuare a crescere senza perdere quello che considero l'aspetto più bello del mio lavoro: poter creare qualcosa che non esisterà mai due volte nello stesso modo".

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